martedì 27 dicembre 2016

TI PARLO DI ME - Lettere di Ernest Hemingway



(...)Le lettere, per Hemingway, sono un mero strumento: per
      comunicare con amici, donne, editori. E per essere intrattenuto.
      In tutto il corpus di lettere sopravvissuto alle sei- settemila che
      egli scrisse nella sua vita attraverso mezzo secolo, il tema
      comune è : " Mi annoio, raccontami qualcosa di interessante",
      meglio se pettegolezzi su comuni amici. Le lettere sono scritte
      in modo a volte sciatto anche nella forma - gli errori di spelling
      che non si curava di correggere - e non stupisce che nel 1958,
      tre anni prima della morte, avesse scritto nel testamento che 
      non voleva che il suo epistolario venisse pubblicato.
      Le lettere sono per Hemingway, uomo di straordinario 
      pragmatismo al di là dell'immagine romantica di scrittore -
      esploratore- guerriero, uno strumento, non un modo per 
      mettere in vetrina le sue idee, la sua scrittura, il suo
      straordinario senso di osservazione. E' alle lettere che affida
      giudizi quasi sempre sprezzanti, spesso grevi, a volte razzisti
     ( era un uomo del suo tempo con i pregiudizi del suo tempo
      contro ebrei, irlandesi, gay ), lettere spesso costellate di
      scudisciate verbali verso gli scrittori suoi contemporanei.
      Sono lettere che colpiscono anche per le preoccupazioni da
      ipocondriaco, visto che Hemingway amava correre rischi di
      ogni genere, ed ebbe incidenti di vario tipo, da quelli d'auto
      a quelli d'aereo ( due dei quali, in Africa, nel 1954, rovinarono
      per sempre la sua salute mentale : convalescente, non potè
      ritirare di persona il Nobel per la Letteratura ).
      Le lettere di Hemingway alle donne della sua vita sono un
      capitola a parte dell'epistolario, perché il suo rapporto con le
      donne è un capitola a parte della sua vita.
      Si susseguirono quattro mogli attraverso quattro decenni : tre
      su quattro promosse dal ruolo di amante a quello di moglie
      successiva ( era il rigido codice etico hemingwayano ); tre su
      quattro lasciate dallo scrittore ( mentre l'unica che lo lasciò
      fu anche l'unica a non parlare di lui dopo il divorzio : non
      voleva far parte del club delle ex mogli ). Quattro vite legate da
      una serie di coincidenze che farebbero la gioia di un autore di
      romanzi rosa o di un analista freudiano: tre mogli su quattro
      di uno dei viaggiatori più famosi del Novecento venivano dalla
      stessa città, St. Louis e due di loro erano anche andate alla
      stessa scuola.
      E se a Mary ( la quarta moglie ) toccano le lettere più belle da
      leggere, e a Pauline ( terza moglie ) quelle più drammatiche,
      quelle di Hadley, la prima moglie, restano le più commoventi.
      Specialmente alla luce di quello che Hemingway da vecchio
      scriveva in  Festa Mobile, il libro che non riuscì a veder
     pubblicato, distrutto com'era dagli elettroshck della Mayo
     Clinic, da tanti anni di malinconia e dalla sua vita esagerata :
     sognava di tornare al suo mondo da idillio del suo primo
     matrimonio. " Mia moglie, mio figlio e il suo gatto, F, Puss,
     tutti felici, con il fuoco nel camino ". Anche se, ricordando che
    " A Parigi non c'è mai fine " e che i ricordi di ognuno sono
     diversi da quelli degli altri " non c'era nulla di semplice là,
     neanche la povertà, né la ricchezza improvvisa, né il chiaro di
     luna, o il giusto e lo sbagliato o il respiro di qualcuno che
     riposa accanto a te ".  (...) 


  Matteo Persivale   Introduzione a  Ti Parlo di me ( Lettere di Hemingway ) liberamente rielaborata da frida.
     

                            

TI PARLO DI ME - Lettera di Hemingway



A Mary Welsh
Hemmeres, Germania , 13 settembre 1944


Mia carissima piccola amica,
ieri siamo entrati in un territorio indiano dopo un bellissimo giorno selvaggio tutto inseguimenti e sparatorie e ci siamo messi giù tranquillamente in una cascina deserta dove abbiamo trascorso la notte. E' stata una notte paurosa dato che  eravamo ben avanti rispetto agli altri, ma abbiamo mangiato dei polli che avevamo ammazzato con le pistole e abbiamo offerto un pranzo a Col e a un
comandante di battaglione e abbiamo bevuto tutto e abbiamo festeggiato. E' stata una bella giornata e abbiamo seguito i carri
armati verso i boschi e finalmente li abbiamo visti correre. E abbiamo visto l'artiglieria beccarli quando hanno dovuto rimettersi per strada. Questa campagna è tutto un susseguirsi di colline boscose e di terreno ondulato con delle cime spoglie da cui puoi vedere tutto ciò che si muove. Ti metti lassù ed è come se tu fossi il padrone di tutto. Poi fatichi per arrivare a un'altra cima da cui sei padrone del tratto successivo. A volte c'è una foresta fitta come a casa o in Canada e sembra strano essere uccisi dato che pare di
essere nell'alto Michigan e allora ti senti molto fiducioso come a casa tua.
La gente è stata mandata tutta via quando siamo entrati, ma è andato John a metterne insieme un po' perché pulissero e cucinassero e un uomo anche per mungere le vacche perché non
gli facesse male e io ho badato al gatto e al cane, bello, simpatico
e intelligente e talmente confuso , che è tristissimo perché tutti se ne sono andati e non c'è più il solito tran-tran a cui era abituato.
Poi ce ne andremo anche noi e immagino che la gente tornerà e il posto sarà bello e pulito e i cani non hanno né cittadinanza né nazionalità.
Ti ho amato la notte mentre ero sveglio e la mattina presto quando ancora non mi ero del tutto svegliato e ti ho ricordato e ho ricordato quanto bella eri e quanto abbiamo scherzato e ci siamo
divertiti insieme. Cetriolino, sento molto la tua mancanza. Ti amo
come ben sai. Abbiamo parecchi piccoli problemi qui e alcuni anche grossi ma spero di essere con te tra alcuni giorni. Mi
riscriverai quando ricevi questa?
Questa non è granchè come lettera, ma volevo scriverti. Non so se hai ricevuto le altre lettere, né se sei ancora a Parigi.
Mary mia carissima, mi dispiace di essere così noioso. Ti scrivo le lettere come mio figlio Gigi: tutte piccole frasi dirette come ti amo.


                   E. Hemingway, Corrispondente di Guerra


                           Ernest Hemingway  da    Ti parlo di me


TI PARLO DI ME - Lettera di Heminwgay 2



A Mary Welsh
La Finca Vigia, 28 Settembre 1945


Carissima Gattina Cetriolina,
oggi esco in barca così ti scrivo la mattina presto per essere sicuro di poterti spedire qualcosa. E' una bellissima giornata fresca ma sembra che verrà molto brisa . Buck vuole andare a Rincon per
cercare di acchiappare qualche pesce piccolo. Spero che non venga burrasca troppo in fretta. Comunque sarà un'escursione e c'è sempre la possibilità di prendere dei pesci grossi. Ha piovuto forte: una doccia di medie proporzioni ieri pomeriggio e sono ansioso di vedere quanta acqua abbia prodotto. Sono stato giù alla
piscina e si può vedere l'erba che viene su sul sentiero. Non ho visto il signore e la signora Pesce né i piccoli sebbene l'acqua fosse
molto trasparente. In effetti è trasparentissima e se non ci fosse il
fondo bruno sarebbe fenomenale. Adesso ti terrò compagnia nuotando, dato che mi piace di nuovo ed è un buon esercizio e facilissimo una volta che ci si mette. Mi spiace di essere stato testardo prima.
Quanto all'avere bambini, dipende da come la gente se li prende.
Io ho continuato a scrivere Farewell mentre Mousie  arrivava e nasceva e poi sono andato a ovest a finirlo e Pauline è andata dai
suoi direttamente dall'ospedale e mi ha raggiunto a ovest quando il baby fu in grado di viaggiare. Se la gente comincia a ruotare la propria vita intorno ai bambini, tutti finiscono sputtanati, compresi i bambini. Con un bambino la cosa importante è di prendersi una buona bambinaia e fare in modo che non sia mai viziato. Molte volte si finisce col sembrare antipatici e senza cuore, ma bisogna farlo. Sono passati tredici anni da quando è nato Giggy e ventuno da quando è nato Bum , ma non credo che i problemi base siano cambiati granchè. Spero che questo non sia un sacrilegio, ma un bambino è spesso la cosa più noiosa che ci passa essere: i primi mesi preferisco starmene alla larga il più possibile. Come se dovesse mai accadere, tu non credere che io non ami e non apprezzi il nostro bambino. Dopo che Giggy nacque me ne andai in Africa il luglio seguente e non tornai che l'anno successivo in maggio o giugno. Intorno ad Aprile ( dieci mesi ) Pauline ( una ex moglie ) disse : " Credo che dovresti vedere il mio bambino".
Io a loro gli voglio bene, ma ho imparato, dopo avermi dovuto prendere ogni sorta di Bumby, che se assumi una qualsiasi persona
brava, questa riesce a stargli dietro molto meno di quanto faccio io
e poi si toglie la fatica dai rapporti marito e moglie altrimenti quelli finiscono col dividersi e non c'è nessuno scopo a lasciare che il bambino ti faccia impazzire. Lo dico adesso in modo che poi tu non creda  che io voglia fare il cattivo. Poi nessuno ci dedica il tempo che ci dedico io quando sono pronti. Forse la gente ai bambini vuole bene più di me, ma io ai miei gliene voglio parecchio e vorrò bene al giovane Tom o Brigit altrettanto.
Debbo smetterla, Cetriolina, altrimenti non partiamo più. Perdonami la lettera frettolosa. non vedo l'ora di tornare a casa e di leggere le tue di nuovo. Ciao, benedettissima Cetriolina.
Ce ne partiamo verso la tempesta

                                       Ti voglio bene


                       Ernest  Hemingway  da    Ti parlo di me

Midnigt in Paris - Woody Allen

 
 


                             Opinioni di Hemingway sul romanzo e sugli scrittori

lunedì 26 dicembre 2016

NATALE A REGALPETRA



Natale è passato, e non per tutti è stato gioioso e ricco. Non tutti
sono andati in montagna a sciare o hanno consumato lauti banchetti in famiglia o nelle località di vacanza. A Regalpetra ( nome fittizio di un piccolo paese siciliano ) qualche anno fa le cose andavano come ce le descrive questo grande autore siciliano. Ma da allora non vi sono stati grandi mutamenti.




(...)- Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.
        Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una
        corsa. I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche
        di geloni. L'aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo,
        tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
        Come al solito, in una pagina di diario, i ragazzi mi
        raccontano come hanno passato il giorno di Natale.
        Tutti hanno giocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti- vitti
       ( ti ho visto, un gioco che non consente la minima distrazione);
        sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il
        cappone e sono andati al cinematografo.
        Qualcuno afferma di aver studiato dall'alba, dopo la messa,
        fino a mezzogiorno : ma è una menzogna evidente.
        In complesso tutti hanno fatto le stesse cose, ma qualcuno le
        racconta con aria di antica cronaca : " La notte di Natale
        l'ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena
        di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".
        Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza,
        amarissime cose :" Nel giorno di Natale ho giocato alle carte
        e ho vinto quattrocento lire, e con questo denaro prima di
        tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano
        sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per
        non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei
        caramelle e gazosa."
        Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre
        pagandogli il biglietto del cinema...
        Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l'avrei voluto
        diverso, più spensierato...
      " La mattina del Santo Natale- scrive un altro - mia madre mi
        ha fatto trovare l'acqua calda per lavarmi tutto".
        La giornata di festa non gli ha portato nient'altro di così 
        bello. Dopo che si è lavato, e asciugato e vestito, è uscito con
        suo padre per " fare la spesa ". Poi ha mangiato il riso col
        brodo e il cappone.
       " E così ho passato il Santo Natale ".  (...) 


       Leonardo  Sciascia  da     Le parrocchie a Regalpetra1956
       

Chiara Strada - Inverno

 
 


                                   Già più di mille fiocchi d'argento volano al vento...

domenica 25 dicembre 2016

NATALE



Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade.

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle.

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono.

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.


   
    Giuseppe  Ungaretti,     Napoli  1916

Beethoven, Piano concerto N.5 ( Adagio )

 
 
 


                                                         Pace.... Pace....

sabato 24 dicembre 2016

Sting - If on a Winter's Night

 
 
 
Una rosa immacolata fiorisce..... 


(...)  Questo canto natalizio, composto nel 1582, è una
        rielaborazione  protestante di una laude mariana,
        risalente ad un tempo in cui parte del pensiero cristiano
        andò a rivalutare la figura femminile ( quantomeno la
        sua versione mistica ) sulla scia del culto della donna
        dilagato nelle corti feudali . (...)



                     Sereno  Natale  a tutti !


                        frida

              

UN' ALTRA SPONDA



(...) Questo è il messaggio dell' Altissimo : " Quando il gufo
       striderà e il suo lamento funebre e le ali della morte
       volteggeranno sul tuo capo per disperdere i tuoi giorni in
       un placido tramonto, vano è fuggire. Lascia serenamente
       che la tua barca sciolga la vela per approdare all'altra
       sponda, ove sorge un'altra aurora ! "
       Finisce così, nelle varie dimensioni che ha subito nella sua
       trasmissione, la celebre novella araba dell'uomo che volle
       fuggire la morte e che decise di migrare nella remota
       Samarcanda. In città - però - incontrerà l'angelo della morte
       che lo aveva atteso proprio là, dimostrandogli in tal modo
       l'impossibilità assoluta di sottrarsi al decreto estremo e
       supremo della morte.
       Sul tema del morire è ancora l'Islam a farci balenare una
       verità che il cristianesimo aveva affermato in modo più alto
       e intenso con la Pasqua di Cristo. La barca della vita - nella
       morte - non è destinata a sfracellarsi sugli scogli, ma a
       intraprendere una nuova navigazione verso l'altra sponda.
       Il placido tramonto della nostra esistenza non è votato a una
       morte senza fine, ma a un'altra aurora, quella di "  Un giorno
       unico nel quale non ci sarà più dì e notte, ma a sera ritornerà
       a splendere la luce ", come diceva il profeta Zaccaria ( 14, 7 ).
       Ritroviamo - perciò - la forza dell'attesa e della speranza
       anche quando siamo di fronte alla tomba. Una preghiera
       mussulmana dice : " Dio mio, fa' che la tomba sia la più
       bella delle case. Concedici di morire nel desiderio di
       incontrarti. Concedici di prepararci al giorno dell'Incontro "
      (...)


                       Gianfranco  Ravasi



  Potrebbe sembrare che sia azzardato proporre questa lettura per
  la meditazione del Natale, che è un giorno di gioia collegato alla
  nascita. In realtà , nella nascita di Gesù è già presente il seme
  della sua morte , ma anche la Resurrezione che, con la Pasqua,
  dà un senso al nostro vivere terreno.
 


      

venerdì 23 dicembre 2016

LE PAROLE DELL' ANGELO ( Rainer Maria Rilke )

 
 


                    Tu non sei più vicina a Dio di noi : siamo lontani tutti


                                      R.M. R.



giovedì 22 dicembre 2016

DA QUALCHE PARTE NEL PROFONDO ( Lettere 1897- 1926 )




(...)  Quando Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomé si
        conoscono a Monaco il 12 Maggio1897, lui è un giovane
        poeta ventiduenne, uscito pochi anni prima dalla scuola
        militare in cui aveva trascorso la sua non facile adolescenza,
        lei un'intellettuale trentaseienne con alle spalle anni di
        ricerca, viaggi, frequentazioni con figure magistrali dell'
        epoca, un matrimonio,  un'esperienza vissuta esplorando
        modalità di pensiero non necessariamente conformi alle
        convenzioni del tempo. L'incontro inaugura un rapporto d'
        amore, nel senso più vasto del termine, che durerà tutta la
        vita. Così come il carteggio costituito dalle moltissime lettere
        scritte tra il 1897 e il 1926, l'anno della morte di Rilke.
        La data del 12 maggio segna l'inizio di uno scambio reciproco
        in cui non è difficile ravvisare un legame magnetico e per certi
        aspetti perfino filiale tra poeta e musa, paziente e terapeuta,e,
        ben al di là dei ruoli, una relazione che si spinge ai confini
        del confronto esistenziale.
        Lou Salomé entra nella vita di Rilke senza temere di
        indicargli la strada verso la consapevolezza: lo osserva da
        una lontananza partecipe dai toni schietti e talvolta severi,
        intuisce nel suo smarrimento il rischio della malattia, l'
        inevitabile sofferenza, l'isolamento dal mondo, dal corpo, il
        pegno da pagare all'arte per realizzare se stessi. Tra i due si
        apre così un dialogo in cui la parola rinuncia a ogni pretesa
        di spiegare la profondità vuota e silenziosa da cui si genera
        la forma poetica per realizzarsi entro lo spazio di un'autentica
        confidenza. Un ininterrotto dialogo che cancella i ruoli
        fittizi dell'autobiografia, i personaggi della vita - romanzo
        per lasciar affiorare l'imponderabile forza e l'umana fragilità
        di due persone non comuni che -si potrebbe pensare- non
        smisero mai di guardarsi negli occhi . L'enfasi quasi febbrile
        con cui Rilke comunica per lettera la propria gratitudine a
        Lou Salomè dopo averla conosciuta di persona, si smorzerà
        a poco a poco nei toni di una confessione nutrita di angosce,
       inermità vissute, erranze, periodi di sterilità, itinerari interiori
       e geografici di cui l'epistolario rende ampia testimonianza.
       (...)


     Sabrina Mori  Carmignani    Prefazione da  Da qualche parte nel profondo

RILKE A LOU ( Lettera )




Ronda, Epifania 1913


(...)  " Il realtà era già libero da tanto tempo, e se qualcosa gli
          impediva di morire, era forse solo il fatto che lui una volta
          la morte l'aveva già vista in qualche luogo e così - adesso -
          per raggiungerla, non doveva andarle incontro, come gli
          altri, ma ritornare indietro. Il suo accadere era ormai fuori
          di lui, si annidava nelle cose persuase, con cui giocano i
          bambini, e in esse toccava il suo fondamento. Oppure si era
          salvato alzando lo sguardo verso una passante sconosciuta:
          lì - almeno - poteva confidare nel pericolo. I cani, però, gli
          passavano accanto correndo inquieti e circospetti perché
          nessuno tornasse a derubarli di quell'accadere. Ma quando
          si trovò davanti a un mandorlo in fiore, rabbrividì nel
          constatare che quell'evento si svolgeva interamente altrove,
          in un tempo remoto e trapassato, calato in un'attività
          lontanissima da lui; ed egli stesso non gli stava di fronte con
          sufficiente esattezza ed era troppo torbido per poter anche
          solo riflettere questa sua essenza. Fosse diventato sano,
          avrebbe tratto da questa condizione una libertà serena, l'
          infinita, irrevocabile gioia della povertà: perché così giaceva
          forse San Francesco, scarnificato, dopo aver nutrito tutti di
          se stesso, e il mondo intero era il sapore buono della sua
          sostanza: eppure lui non si era semplicemente mondato
          come un frutto dalla buccia : si era strappato da se stesso,
          strato dopo strato, spargendo tutt'attorno i propri pezzi
         ( come fanno i bimbi con le bambole ); spesso si era dato a
          una bocca immaginaria, facendole schioccare le labbra, e
          il boccone era rimasto intatto. Così ora aveva l'aspetto di
          un rifiuto gettato sulla strada, per quanto fosse stata la
          dolcezza che era in lui. "
          L' ho scritto questa mattina presto sul mio taccuino: intuirai
          di chi si tratta. Ieri mi è arrivata la tua buona lettera. E'
          vero, le due elegie ci sono ma - a te posso dirlo - 
          rappresentano solo un frammento - non sai quanto
          minuscolo - staccatosi di netto da ciò che un tempo era in 
          mio potere. Quando sperimentai condizioni e potenze
          simili a quelle in cui venne iniziato il Libro d' Ore : che
          cosa non sarebbe sorto allora. Se solo potessimo vederci,
          cara Lou, ora è questa la mia grande speranza. Spesso mi
          dico che solo attraverso te io resto in contatto con l'umano,
          in te esso mi si rivolge, avverte la mia presenza, mi respira
          accanto: altrimenti gli rimango sempre alle spalle e non 
          riesco a farmi conoscere. Consolami nel tuo cuore..(...)

                         Il tuo Rainer


Rainer Maria Rilke & Lou Salomé da  Da qualche parte nel profondo


 

LOU A RILKE ( Lettera )



Vienna, 13 gennaio 1913


(...)  Caro Rainer,
        la tua lettera, che mi è stata appena recapitata, è qui davanti
        a me e mi sembra faccia parte di questa prima neve d'inverno
        che si stende a perdita d'occhio davanti alle finestre e sui
        giardini circostanti, tale è l'intensità di cui mi parla della
        lontananza da te, la lontananza di cui scrivi, che non
        dovrebbe esistere. Io l'avverto fortemente , Rainer, è una
        lontananza puramente spaziale, e vivo come assurdo il fatto
        che risulti insormontabile. Salvo poi ricorrere al treno e a
        tutti i possibili dispendi di energia per improvvisare un
        incontro a data da destinare. E invece noi dovremmo essere
        vicini l'uno all'altra attraverso vie impercettibili,
        spontaneamente, in profondo silenzio; non dovrebbe in alcun
        modo trattarsi di un frammento nel mosaico del vissuto
        destinato a spostare le altre tessere, ma di un'esperienza che
        si realizza senza dislocare nulla e senza doversi adeguare a
        quei contorni. Dovrebbe pur essere possibile e forse un
        giorno  lo sarà davvero. Io sto già facendo qualcosa di
        analogo - qualcosa che si avvicina a questa esperienza - e
        te ne ho parlato molte volte . Solo quando leggo la tua lettera,
        il passo del taccuino e tutte le pagine in cui improvvisamente
        trova espressione ciò che altrimenti resta inanimato e muto
        persino nei rapporti umani più intimi e personali, solo allora
        ti ho accanto a me. Ho l'esperienza del tuo vissuto, della tua
        esistenza e non c'è nulla al mondo che mi convinca che nel
        frattempo da te si sia staccato un frammento - per quanto
        minuscolo - perché dentro alla tua scrittura tu ti preservi
        totalmente, integro e sano, come colui che sperimenta al
        massimo grado di profondità l'essenza dell'umano. Sì, allora
        ti ho, ti vedo di nuovo, ed è una consolazione immensa sapere
        che puoi intraprendere questi viaggi segreti fino a me, fino
        a tutte le mie più intime percezioni dell'esistenza. Ma come
        posso comunicarti a mia volta questa indescrivibile
        vicinanza? In che modo posso dirti che in questa particolare
        condizione è quasi brutalmente indifferente  se la via si
        delinea dalla beatitudine di vedersi consacrato al tutto o dal
        terrore di mischiarsi con ciò che non ci appartiene?
        Come posso trasmetterti la gioia indubitabile che in entrambi
        i casi l'uomo che si esprime è esattamente lo stesso - così 
        come sempre il medesimo è l'uomo sulla croce e il risorto -
        quello stesso uomo che , scisso tra un beato possesso
        assoluto e il martirio di essere a sua volta posseduto, non potè
        fare altro che rinunciare a ciò che gli altri chiamano il
        proprio " sviluppo ", il proprio costante e proficuo cammino
        esistenziale. Sono fermamente convinta che non sia possibile
        modificare questo stato di cose e ne sono contenta perché,
        operare dei cambiamenti comporterebbe la più spaventosa
        delle fratture. Io credo che tu debba soffrire e soffrirai
        sempre. Non c'è nessuno che possa evitartelo, ma è possibile
      - sì, questo è possibile - che avere qualcuno accanto che lo
        sappia e partecipi alla sofferenza a volte faccia bene, a volte
        male. Sento che oggi sarei molto più dura con te di quanto
        non lo fossi un tempo ( anche se in un modo del tutto diverso
        rispetto ad allora ) e sento anche che in me sono maturi mille
        sguardi materni e tenerezze per te, per te soltanto, tu che sei
        l'unico in grado di percepirli e di goderne. Ma anche in 
        questo caso questi due aspetti non sarebbero che un'unica,
        identica cosa : ed è strano quanto mi sia evidente che l'
        intransigenza ne fa parte e non è disposta a cedere in 
        grandezza. Ti allontana da me che io ti scriva questo?. Ne
        sono certa : arriverà il giorno in cui saremo di nuovo felici
        insieme e lieti allo stesso modo di tutti i pericoli che la vita
        ha in serbo per ciascuno di noi due, separatamente.
        Oggi ti devo ancora scrivere di una morte, diversa da quella
        del passo del tuo taccuino, una morte che tuttavia per me non
        è tale. Mia madre si è addormentata dolcemente. Non ha
        voluto passare nel suo novantesimo anno, se n'è andata con
        un palpito leggero, come in sogno. Qui non lo dico a nessuno,
        non voglio che mi si presentino le condoglianze del caso.
        E quindi cercherò di non portare quell'odioso ed esplicito
       " lutto". Per lei mi vestirei volentieri di bianco (...)


                        Lou


                

Rainer Maria Rilke & Lou Salomé da  Da  qualche parte del profondo
       

 


 

mercoledì 21 dicembre 2016

Marco Aurelio - Libro VII ( Avrai compassione )



(...) Quando qualcuno commette nei tuoi riguardi qualche errore,
       devi subito pensare qual era secondo lui - nel momento che
       commetteva l'errore - il criterio del bene e del male . Se
       arriverai a vedere questo punto, avrai compassione di quell'
       uomo; non sentirai più meraviglia, non proverai più sensi
       d'ira.
       Potrebbe darsi ancora che tu stesso giudicassi come lui un
       bene quella medesima cosa o un'altra del genere. In
       conclusione, non resta che compatire.
       E' possibile invece un altro caso : cose di quel genere tu non le
       giudichi più buone o cattive. E allora non ti riuscirà difficile
       essere più mite con chi ha preso tale abbaglio . (...)


          
        Marco  Aurelio  da     Contro le lusinghe del mondo 

Marco Aurelio - Libro VII ( Miseria umana )



(...) Vano desiderio di lustro e di pompa, drammi sulla scena;
       greggi, armenti, scaramucce; un po' di ossi buttati al
       cagnolino, un bocconcino nei viali dei pesci; affanni e fatiche
       di formiche, scorribande di piccoli topi terrorizzati, fantocci
       di cui si muovono fili: conviene assistere a questo
       tranquillamente senz'aggrottare eccessivamente  le
       sopracciglia.
       In ogni modo ti sia chiaro il pensiero che il valore di ciascuno
       è in rapporto molto stretto col valore delle cose alle quali ha
       dato importanza .  (...)


            Marco  Aurelio  da   Contro le lusinghe del mondo

Marco Aurelio - Libro IV ( Non certo diletto e gloria )



(...) Devi essere preparato sempre a due cose : la prima, fare
       soltanto quello che l'arte di re e di legislatore ti viene
       consigliando a profitto del genere umano ; la seconda essere
       pronto a mutar di parere se vi sia qualcuno di retto consiglio
       capace di staccarti da falsa opinione. Comunque, tale nuovo
       parere deve sempre provenire da persuasione di giustizia e
       di comune utilità.
       E soltanto debbono valere simili ragioni.
       Non certo diletto e gloria.  (...)


          Marco  Aurelio  da   Contro le lusinghe del mondo

Jacques Offenbach - Jacqueline's Tears






                                                    Le  lacrime di Jacqueline




Meu Portugal

 
 
 
 
Lisboa, questa conosciuta

                      
                                                                   Veduta


 
 
La  Torre

Meu Portugal ( 2 )

 
 
 
 
Batahla

 
 
Il  Dominante

 
 
Statua  equestre

Meu Portugal ( 3 )

 
 
 
 
Il  Mito.  Pessoa

 
 
L'  Angelo

 
 
Statua

Meu Portugal ( 4 )

 
 
 
 
Obidos

 
 
La  rocca

 
 
La  conosciuta

Meu Portugal ( 5 )

 
 
 
 
Coimbra

 
 
Chiostro

 
 
Chiesa

Meu Purtugal ( 6 )

 
 

                                                            Oceano du Portugal


 
 
Scogliera  fiorita

 
 
Il  Porto

Meu Portugal ( 7 )

 
 
 
 
Strada di Lisboa

 
 
Vicolo

 
 
Strada  portughesa

Meu Portugal ( 8 )

 
 
 
Giardino interno

 
Fontana

 
Meu fadu

Meu fadu meu

 
 


                                           Della mia gente porto il pianto...

martedì 20 dicembre 2016

COSE CHE NON AVREMO




Cose che non avremo:
le lunghe mattinate d'aprile d'amore e di sogno.
Le sere di novembre con la pioggia incessante.
Le notti d'estate ostinatamente stellate.
Tutte le albe dolcissime d'autunno.

Cose che io ho perduto:
non assaggerò il sapore della tua bocca addormentata.
Non cullerò i tuoi figli.
Non berrò il tuo vino.
Non piangerò con te vedendo il tramonto.
Non sorgerà il tuo ventre tra le mie lenzuola.
Ho un intero tesoro di lacune e di assenze,
un campionario completo di pagine in bianco.


        Josefa  Parra  da   Alcoba del agua

Oscar Sosa -Terra promessa



                                  Non piangerò con te vedendo il tramonto...

lunedì 19 dicembre 2016

SONO SEMPRE STATA LI'




Avvertitamente ti sfioro
ancora, confusa da cieli
al limitare della pioggia
e vorrei toccarti l'anima.
Ne sento il caldo come morbida
ma anche ruvida aderenza
e non posso.
Celebrato a una vita frusta

sei così

dolce e arreso come avrei voluto.
E quella carezza accennata appena
un sussurro di bacio
fra le nostre parole

che si tacciono.


     frida


Einaudi - Giorni dispari

 
 
 



                          Un sussurro di bacio fra le nostre parole...



OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 5




(...) Eppure, nel fatto che la gente mi riconoscerà ovunque andrò,
       e saprà tutto della mia vita, o almeno delle sue follie, posso
       discernere qualcosa di buono per me. Tutto questo mi
       obbligherà ad affermarmi di nuovo come artista, e al più
       presto possibile. Se riuscirò anche solo a produrre un'altra
       bella opera d'arte, sarò in grado di rubare alla malignità il suo
       veleno e alla codardia il suo ghigno, e strapperò alla radice
       la lingua della derisione. E se la vita sarà un problema per me
     - come di certo  è - io non sarò un problema minore per la vita.
       La gente dovrà adottare un atteggiamento nei miei confronti,
       e quindi esprimere un giudizio tanto su di me quanto su se
       stessa. Non parlo di qualcuno in particolare: le uniche persone
       con le quali desidero stare adesso sono gli artisti e le persone
       che hanno sofferto : coloro che sanno cos'è la Bellezza e
       coloro che sanno cos'è il Dolore. Nessun altro mi interessa.
       Tu però non dimenticare in quale terribile scuola mi trovo
       seduto per il mio compito. E per incompleto, imperfetto che
       sia, hai ancora molto da imparare da me. Sei venuto da me
       per imparare il Piacere della vita e il Piacere dell' Arte.
       Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di molto più
       bello: il significato del Dolore e la sua bellezza.
       Il tuo affezionato amico


                        Oscar  Wilde


   Oscar  Wilde  da    Per sempre tuo