venerdì 11 novembre 2016
NON ESISTONO AMORI FELICI
Nulla appartiene all'uomo. Né la sua forza
né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede
di aprire le braccia, la sua ombra è quella di una croce,
e quando crede di stringere la felicità, la stritola.
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio
Non esistono amori felici.
La sua vita somiglia a quei soldati disarmati
che erano stati preparati per un diverso destino;
a che può servire che s'alzino al mattino
loro che si ritrovano alla sera sfaccendati e inerti?
Dite queste parole " Mia vita" e trattenete le lacrime.
Non esistono amori felici.
Mio amore bello, mio caro amore, mia lacerazione,
ti porto in me come un uccello ferito
e quelli - senza capire - ci guardano passare
ripetendomi dietro le parole che ho intrecciato
e che, per i tuoi grandi occhi, così presto morirono.
Non esistono amori felici.
Il tempo per imparare a vivere è già passato:
piangano nella notte i nostri cuori all'unisono:
quanta infelicità per la più piccola canzone,
quanti rimpianti per scontare un fremito,
quanti singhiozzi per un accordo di chitarra!
Non esistono amori felici.
Non esistono amori che non siano dolore,
non esistono amori che non strazino,
non esistono amori che non lascino il segno,
e non più che di te l'amor di patria.
Non esistono amori che non si nutrano di pianto.
Non esistono amori felici.
Ma è il nostro amore.
Louis Aragon da Le più belle poesie
Je sais pas
IO NON CONOSCO
Deviare dei fiumi, portare dei pesi,
attraversare dei mari, saprei farlo.
Sfidare delle macchine, sfidare delle leggi,
i fulmini divini, questo non mi spaventa.
So prendere un colpo, renderlo anche,
rispondere per le rime, questo l'ho imparato.
Non sono una vittima, non sono una colomba,
e per sciuparmi occorre che io cada.
Conosco gli inverni, conosco il freddo,
ma la vita senza te io non la conosco.
Conosco da molto tempo il silenzio:
ne percepisco la violenza, il suo gusto di sangue.
Rosse collere, scuri dolori,
conosco queste guerre, non ne ho paura.
So difendermi, ho imparato bene,
non si è teneri qui.
Conosco gli inverni, conosco il freddo,
ma la vita senza te non la conosco.
Lotta dopo lotta, di peggio in peggio,
ogni minuto ho creduto di resistere.
Vorrei imparare , giorno dopo giorno,
ma chi comanda ai nostri amori?
Conosco gli inverni, conosco il freddo,
ma la vita senza te non la conosco.
No, non la conosco.
Non la conosco.
giovedì 10 novembre 2016
COME FINI' LA STORIA FRA LOU SALOME' E NIETZSCHE? ( 2)
(...) Tutto cambiò alla fine del 1888, nei dolcissimi tramonti dell'
autunno di Torino: Nietzsche impazzì.
La notizia della follia di Nietzsche si diffuse rapidamente tra
gli amici e i conoscenti. Franz Overbeck lasciò la stazione di
Basilea la sera del 7 gennaio 1889 e il giorno seguente, dopo
diciotto ore di viaggio, era a Torino, cercando l'abitazione di
Nietzsche nella città sconosciuta. Voleva riportarlo a casa.
Finalmente riuscì ad entrare nella stanza dove Nietzsche
aveva pensato, scritto, riso e delirato per mesi. Stava
rannicchiato nell'angolo di un sofà, col volto terribilmente
emaciato. I due amici si abbracciarono lacrimando: poi
Nietzsche si lasciò ricadere sul sofà, sconvolto da sussulti di
pianto. " Forse proprio in quell'attimo ", scrisse Overbeck,
" gli si spalancò dinanzi l'abisso sul cui ciglio ora si trova, o
dove piuttosto è già precipitato.". Poi Nietzsche si sedette al
pianoforte, dove cantava a voce spiegata in preda alla
frenesia ed esaltandosi sempre di più. Proclamava di essere
" il pagliaccio della nuova eternità ", e rendeva la sua gioia
con le espressioni più triviali, o con balzi e danze scurrili, o
con smorfie da istrione. Overbeck ebbe un'impressione
atroce : quello spettacolo incarnava con terribile efficacia
l'idea orgiastica della follia sacra, sulla quale era fondato
il teatro antico. Adesso era tutto finito: quel possente mondo
tragi - comico - Eschilo, Aristofane, Le Eumenidi, Le rane,
Le nuvole - si esprimeva attraverso la sua scurrile
degradazione. Nel mondo moderno, Dionisio, l'antichissimo
dio dell'estasi e della lacerazione, era diventato pazzo.
Overbeck riuscì a portare l'amico in Germania e lì venne
rinchiuso dalla sorella in una specie di sacrario dove, il
25 agosto 1990 morì. (...)
Pietro Citati da Sogni antichi e moderni
COME FINI' LA STORIA FRA LOU SALOME' E NIETZSCHE? ( 1 )
(...) Dopo il rifiuto di Lou, ci furono mesi di tremenda disperazione
e di terribile odio. Nietzsche non faceva che camminare per
giornate intere, prendere oppio, passare notti insonni, scrivere
decine e decine di abbozzi di lettere Lou e a Rée, che poi non
osava spedire. " Le passioni mi divorano. Un 'orribile
compassione, un'orribile delusione, un'orribile sensazione di
orgoglio ferito - come resistere...che debbo fare?. Ogni
mattina dubito di arrivare alla fine della giornata. Non dormo
più: a che serve camminare per otto ore?...questa sera
prenderò tanto oppio da perdere la ragione". Gli sembrava
che un coltello lo colpisse e lo lacerasse contemporaneamente
in tutti i punti vulnerabili. Si torturava e aveva bisogno di
torturarsi e di venire torturato." La natura mi ha
spaventosamente dotato per essere uno che tormenta se stesso".
Aveva avuto nell'anima tre o quattro desideri di felicità, e ora
se li strappava sanguinosamente dal cuore. Aveva l'impressione
che, in quei mesi, una maschera col nome di Nietzsche avesse
amato, agito, scritto lettere, detto parole di cui ora si
vergognava. Lui stava dietro quella maschera: in silenzio,
" condannato ad un'esistenza completamente segreta". Non
apparteneva alla realtà a cui appartenevano gli altri: ma a
chissà quale mondo. Era un morto, soltanto un morto, " un'
ombra che non sa decidersi ad entrare definitivamente negli
Inferi". Adesso era il tempo di scomparire, lasciando questa
terra- anche le montagne di Sils - Maria e il lago di
Silvaplana, i boschi di Tautenburg e l'azzurro del mare ligure-
e le piccole strisce di cielo sereno che aveva dipinto con le
parole. Poi si arrestava, per gridare aiuto, semplicemente
aiuto. " Pensa, mio caro Overbeck, a trovare qualcosa che mi
tiri fuori una volta per sempre. Secondo i miei conti è
necessario che io resti in vita fino all'anno prossimo - aiutami
a resistere ancora quindici mesi."
Nietzsche odiava con tutte le forze del suo abietto rancore, che
dedicò sempre alle persone che più aveva amato. Era l'odio
del debole, del ferito, del sofferente, dell'indifeso. Ascoltava le
menzogne della sorella : le ascoltava per il piacere di
torturarsi, e scatenava la paranoia del suo complesso di
persecuzione, che ingigantiva e deformava i minimi particolari
del passato. Ora aveva il tono di un virtuoso borghese, ora
quello di un professore tedesco; ora il tono solenne e
sacerdotale di un profeta offeso. Capiva l'anima di Lou con
la più straordinaria intuizione: la malediceva e infine la
offendeva sanguinosamente, come se volesse calpestarla e
schiacciarla col piede- infido e infimo verme.
Caro Baudelaire, Nietzsche aveva sempre affermato che il
senso della sua opera era simile a quello dell'operazione
alchemica: trasformare il fango in oro, trasformare la
passione, la lacerazione dell'odio nella bellezza della frase e
nella velocità del ritmo. Negli stessi giorni, Nietzsche compose
la prima parte di COSì PARLO' ZARATHUSTRA : fu una
rivelazione luminosa, il balenìo di un fulmine, un'esplosione
improvvisa. Ma davvero riuscì a trasformare il fango in oro?
Oppure la lacerazione e l'odio stridevano nell'euforia della
rivelazione?. Qualche tempo dopo confessò che avrebbe voluto
rivedere Lou. Poi rinunciò: si sentiva troppo colpevole. (...)
Pietro Citati da Sogni antichi e moderni
martedì 8 novembre 2016
DOVE SI VESTE IL SOLE
L'estate è polvere appesa a cumuli di vento,
nodi di grano tenaci come vincoli, laboratori
di sogni consenzienti.
E' pioggia che si veste d'onda e di luce, urto
di mezzogiorno nel silenzio che squarcia la campagna.
E' mare che ha consumato fiabe ed incanto,
bruciando nell'umore della luna.
Cerco una porta dentro la mia estate , che mi conduca
sull'orlo di quel giorno , dove - nell'ombra -
si sta vestendo il sole.
frida
IL PROSSIMO TUO
Il mio spesso mi sgraffia si fa disamare
mi affonda i dentini - nosferatu - io mi ferisco
ricambio rammento mi scordo riprovo giro al largo.
Chiedo una foglia e m'è negata o concessa quasi
fosse - che so - d'oro di platino. Quando a me vengono
per un albero grande mi compenetro rischio poi li vedo
tornarsene lievi quasi portassero via un bonsai.
Ho disimparato a misurare il prossimo a centimetri.
Non tutti che mi stanno accanto mi sono prossimi.
Prossimità è corrispondenza interiore, sintonia.
Può essere distanza - lontananza mai.
Lucio Zinna da Bonsai
ETA' DELL' ORO
Dico di quando, per la troppa gioia
d'essere amati, cadiamo
sulla terra , oh! viva carne
che perderai la luce
nel pianto; dico di quando
- ispirati - noi costruiamo con martello e chiodi lo scenario
e il fossile di un angelo stacca
le ali dalla calce
dei muri, a fondo scena; dico di quando
io abbracciavo in te tutta la vita: la tua
e la mia, che brillavano unite da una gioia preistorica
nella notte, che accadeva da ovest
sulla campagna; dico di quando
tu ritornavi vergine per me
in una trasparente emorragia di luce - oh, cosa
straordinaria
di natura ordinaria - oh! vita
tutta intatta, tutta
disordinata, prima che l'amore
pulisca
tutto, all'indietro
tutto, la vita intera.
Maria Grazia Calandrone da Serie fossile
DEPOSTO IL NOME
Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.
Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.
Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.
Maria Grazia Calandrone da Gli scomparsi
lunedì 7 novembre 2016
L'amore che... ( Film bianco ) - Krzysztof Kieslowski
La percezione in cui mi perdo e l'oltremare di un assurdo...
LOU SALOME' E NIETZSCHE
(...)Lou e Nietzsche parlavano sempre, inesauribilmente: talvolta
anche dieci ore al giorno, perché i pensieri si intrecciavano e si
moltiplicavano come gli alberi della foresta: talvolta la
conversazione continuava dopo cena, al capezzale di Lou;
entrambi si sentivano felici di aver appreso tanto l'uno dall'
altro. Lou cominciò un DIARIO e UN LIBRO DOMESTICO
dove, col suo mimetismo poroso, imitava ora l'uno ora l'altro
( Nietzsche o Rée ).
Nietzsche la annotava e la correggeva e vi aggiungeva le sue
annotazioni.A volte Lou credeva di essersi innamorata
del suo vicino: " Due persone si innamorano perché l'intimo di
una è la cassa di risonanza in cui riecheggia ogni suono
intonato nel petto dell'altra". Poi si chiedeva : " Ma siamo
veramente vicini?. No, malgrado tutto non lo siamo."
In quei giorni a Tautemburg, Nietzsche avvertì - come mai nella
sua vita - la presenza del destino alle sue spalle, che lo
spingeva " verso la felicità". Cosa poteva fare lui se non
abbandonarsi a quella figura radiosa, col suo consueto " amor
fati? ". Da quando aveva conosciuto Lou, non era più solo:
ora voleva reimparare ad essere un uomo, entrando
arditamente nella vita. Pieno di speranze, si proiettava verso
il futuro, che aveva preso per lui i lineamenti di una ragazza
ventenne. " Quello che non speravo più, di trovare un
compagno della " mia suprema felicità e sofferenza", mi appare
ora possibile - come aurea possibilità sull'orizzonte di tutta la
mia vita futura." C'era in lui - a tratti - una paurosa esaltazione:
un senso di euforia, trionfo e vittoria che avevano già il suono
tremendo di" Così parlò Zarathustra". Lou era un angelo, uno
strano angelo bizantino che il destino gli aveva inviato.
" Quando tornai a volgermi verso gli uomini
e la vita, credetti che mi fosse stato mandato un angelo - un
angelo che mitigasse cose che il dolore e la solitudine avevano
troppo indurito in me, e soprattutto un angelo del coraggio e
della speranza". O forse era qualcosa di molto più profondo:
una figura che aveva abitato dentro di lui, nella sua anima e
nei suoi scritti; con un gesto di giocoliere sovrano, egli l'aveva
tratta alla luce - e ora, lì fuori, c'era lei con la sua crudeltà e
il suo splendore, identica alla visione interna. Non gli restava
che educarla, curarla, perfezionarla, esaltarla, venerarla,
adattarla alla sua anima, come fosse il più fedele dei doppi.
Non so se Lou Salomé abbia mai visto Nietzsche come l'
incarnazione di un dio:uno di quegli dei terribili e venerati ai
quali era impossibile concedersi. Anche Lou li amava: aveva
in comune con lui l'inclinazione per tutto ciò che è nascosto :
era affascinata dalla sua solitudine, e insieme provava una
specie di reverente e impaurita resistenza verso i suoi
sotterranei misteriosi. Lo criticava. Secondo Lou, malgrado la
sua ribellione anticristiana, Nietzsche era un uomo religioso:
anzi, un eroe religioso. " Non c'è nulla di male ad essere senza
Dio, purchè ci si sia veramente liberati da Dio. L'odio di Dio
è l'ultima eco dell'amore di Dio".
Con la sua acutissima intelligenza, Lou aveva ancora una volta
colto nel segno. (...)
Pietro Citati da Sogni antichi e moderni
Friedrich Nietzsche
domenica 6 novembre 2016
LOU SALOME' E LA TRINITA' AMOROSA
Lou, Paul e Friedrich
(...) Nel marzo 1882, Paul Rée, un filosofo di qualche anno più
giovane di Nietzsche, giunse a Roma. Era delicato, scrupoloso,
femmineo, incerto: celava una grande bontà d'animo dietro una
specie di odio verso se stesso : amava e venerava Nietzsche e
voleva esserne riamato.Presto Rée conobbe Lou e la conduceva
a passeggiare sotto il chiaro di luna, tra le rovine della Via
Appia, come nei libri di Chateaubriand, parlando
appassionatamente di vita, di filosofia, di letteratura e di
Nietzsche, l'affascinante amico lontano. Verso la fine di aprile
giunse a Roma Nietzsche, stravolto ed ebbro di solitudine.
Nessuno - forse - aveva sofferto la solitudine come lui in quegli
anni. Era quasi cieco. Aveva continuamente emicranie.
Abitava in camere ammobiliate e modeste pensioni. Ma la
sosta non era mai lunga. Più oltre lo aspettava un'altra
camera in un'altra città. Sorrento, poi Bad Ragaz, Saint
Moritz e Venezia e Stresa e Genova e Recoaro e poi Messina
dove - unico passeggero - era arrivato a bordo di un veliero
siciliano, con i suoi centoquattro chili di libri. Non c'era sosta.
Non poteva esserci sosta. Appena a Roma, Nietzsche sembrò
lietissimo:di colpo - con un gesto - si liberò dalla stretta e
dalla protezione della solitudine; la sua conversazione era
fresca, piacevole, spumeggiante e piena di bellissime
invenzioni: un gioco con suole d'aria. Andò a San Pietro, dove
Rée scriveva il suo nuovo libro seduto in un confessionale
pieno di luce. Vide Lou e le disse solennemente, con parole
goethiane" Cadendo da quali stelle siamo stati spinti qui l'uno
verso l'altra?". Pochi giorni dopo Nietzsche chiese a Rée di
presentare a Lou la sua domanda di matrimonio.
Lou Salomé non aveva nessuna intenzione di sposarsi. Secondo
le parole di Pindaro -Nietzsche, voleva " diventare chi era":
seguire coraggiosamente, spietatamente, crudelmente la
propria strada fino a cogliere tutti i doni che la vita - di
nascosto - aveva preparato per lei. Ebbe un sogno notturno:
vide uno studio - biblioteca, pieno di libri e di fiori. Vicino
allo studio si aprivano tre stanze da letto dove dormivano lei,
Rée e Nietzsche. Era il sogno della Trinità ,una contraffazione
della Trinità cristiana. Fra i tre amici non dovevano correre
rapporti erotici : solo letture e discussioni; ma l'eros, che
Lou aveva represso, si irradiava intorno a lei e teneva
incatenati a lei i due uomini che la amavano. Quando raccontò
il suo progetto ad una vecchia amica, questa la sgridò :" L'
esperienza di una lunga vita e la conoscenza della natura
umana mi dice che inevitabilmente - nel migliore dei casi -
un cuore ne avrà orribilmente a soffrire e nel peggiore dei casi
un vincolo d'amicizia ne verrebbe distrutto". Ma Nietzsche e
Rée, i fratelli incauti, accettarono entusiasticamente il
progetto della Trinità amorosa...(...)
Pietro Citati da Sogni antichi e moderni
LOU SALOME'
Lou Salomè
(...) Quando aveva vent'anni, Lou von Salomé, nata a San
Pietroburgo nel 1861, affascinava qualsiasi essere umano:
Nietzsche, Paul Rée,, scrupolosi professori, anziani teologi
svizzeri, giovani studenti che le scrivevano lettere
innamorate, anziane signore; ella incarnava in maniera
diversa i sogni di ciascuno, come se fosse la proiezione di
tutti coloro che la incontravano. Attraeva e respingeva. Se
lo avesse desiderato, avrebbe incantato un gatto, una rosa,
o una pietra, che si sarebbero precipitati estatici ai suoi
piedi. Quando diventò adulta, poeti, sociologi, orientalisti,
psicologi, uomini politici, drammaturghi, giornalisti,
economisti, medici illustri la corteggiarono disperatamente:
quasi sempre invano. Ferdinand Tonnies la circuì, Gherard
Hauptmann la invocò, Franz Wedekind penetrò inutilmente
nella sua stanza d'albergo; due uomini si uccisero per lei.
Lou rinchiudeva il suo corpo alto e sottile in un abito scuro
di taglio severo, abbottonato fin sotto il mento, con una
guarnizione di pizzo al collo e ai polsi. Gli occhi
profondamente infossati guardavano senza paura lo spettacolo
delle cose e degli uomini. Era infantile: si presentava a
ciascuno come la figlia sognata o perduta, sulla quale ognuno
riversava il suo nascosto desiderio incestuoso. " Mia cara
bambina" le dicevano tutti. Ma questa cara bambina credeva
ciecamente in se stessa: aveva una disumana o sovrumana
energia, una durezza da generale prussiano, un coraggio
adamantino. Voleva " diventare se stessa", come le
prescrivevano Nietzsche e Pindaro: dominare se stessa,
dominare gli altri, dominare la vita - fino a quando la vita
le offrisse come un dono ciò che lei desiderava con tanta
forza. Capiva gli altri meglio di quanto gli altri capissero
se stessi: rapidissimamente diventava gli altri, assumeva i
loro colori e le loro ombre - ombre dei pensieri di Rée, ombre
delle scintillanti sentenze di Nietzsche nella GAIA SCIENZA o
nella futura estasi di COSì PARLO' ZARATHUSTRA " Io
vorrei essere stata " diceva " nella pelle di tutti gli uomini."
(...)
Pietro Citati da Sogni antichi e moderni
venerdì 4 novembre 2016
DI QUELLA DOLCEZZA LENTA...
Io l'amo,
di quella dolcezza lenta
che imperla la nostalgia;
e delle brume piovose
faccio scempio ai suoi occhi
affinché possa fuggire lontano
e non tornare mai.
Del lungo viaggio si rallegri
nei sorrisi altrui,
attingendo fiaccole di vita
al suo amore desolato.
Io l'amo,
per la sua mancanza accorta,
per quel nulla rapinato,
per lo sfregio delle rose
uccise al sogno
sul filo di perle che attanaglia
il mio collo.
frida
L' amore al tempo del colera - Mike Newell
Ho scoperto ( con mia grande gioia ) che è la vita, e non la morte, a non avere confini...
giovedì 3 novembre 2016
ETTORE
(...) In Ettore, la figura paterna mostra un' unilateralità singolare.
Come Abramo quando alza il coltello su Isacco, ha uno
sguardo pieno di rispetto verso l'alto, non verso il basso.
E' esemplare quando onora il padre celeste, impacciato
quando è padre a sua volta. Giungendo dalla battaglia, Ettore
dà prova di devozione verso Zeus, padre degli uomini e degli
dei. Rifiuta l'invito della madre a libare in onore del dio perché
porta su di sé la polvere e il sangue della battaglia. Ma a
questa consapevolezza del rapporto con il padre celeste, non
corrisponde una consapevolezza del rapporto con il figlio
terrestre: un'immagine chiara di sè come padre, quindi. E'
cosciente delle incrostazioni di polvere e sangue, ma dimentica
di portare su di sé anche l'intera crosta difensiva, l'armatura.
Ora, la corazza non lo difende dal nemico, ma dal figlio.
Come in ogni esistenza complementare, per essere padre non
basta sapere cos'è il padre: bisogna conoscere il figlio e il
rapporto con lui. Inaspettatamente, quest'uomo senza
arroganza, non riesce a chinarsi verso il bambino. Ciò
significa che non sente più l'infanzia dentro di sé. La troppa
consuetudine con adulti guerrieri lo rende straniero ad essa.
(...) Ettore tese le braccia a suo figlio, ma il bambino piegò la
testa piangendo nel seno della nutrice, terrorizzato dalla
vista del padre; lo spaventava il bronzo e il cimiero coi
crini di cavallo che vedeva oscillare terribilmente in cima
all'elmo. Sorrise allora il padre e la nobile madre, e subito
lo splendido Ettore si tolse l'elmo e lo depose, rilucente,
sopra la terra; baciò suo figlio e lo palleggiò fra le braccia (..)
( Omero, Iliade )
Risvegliatosi dal piccolo incidente, il Troiano ora avverte il
pericolo di chiudersi in una malinconia dove tutto è già
accaduto. Formula un augurio per il futuro, leva il figlio in
alto con le braccia e con il pensiero. " Questo gesto sarà per
tutti il segno del padre". Ettore prega per il bambino,
sfidando le leggi dell'epica in suo favore:
" Zeus e voi altri dei, rendete forte questo mio figlio. E che un
giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno
dica :" E' molto più forte del padre". Parole rivoluzionarie. La
preghiera di Ettore ha travolto l'onnipotenza immobile del mito,
rendendo il bambino figlio, e il figlio speranza in qualcosa di
migliore dei tempi mitici. Per dare forza ad un passato che
doveva essere un modello irraggiungibile, l'epica ricordava
che gli uomini diventano più deboli con il passare delle
generazioni. Ma Ettore prega gli dei perché accordino proprio
il contrario : che suo figlio diventi più forte di lui.Oggi non è
facile immaginare un padre altrettanto generoso. Le
interpretazioni oggi prevalenti vedono nei rapporti padre -
figlio una costante presenza di invidia e di gelosia omicida.
Ma la mentalità moderna, nell'atto stesso in cui ha inventato un
simile sospetto, ha anche cercato di negare che si tratti di
un' interpretazione recente, attribuendone l'origine proprio al
mito greco : secondo la teoria di Freud, la rivalità omicida
tra padre e figlio risalirebbe al re greco Edipo. Scontando
questa interpretazione, la diffidenza tra generazioni è diventata
un fatto stabile: sono proprio i padri moderni quelli a cui non
è più concesso di farsi sorprendere senza armatura.
Ad Astianatte è invece riuscito ciò che per i Greci era quasi
impensabile : fare sperare i padri nel futuro e congiungerlo per
un attimo - in un unico sentimento - alla madre.
Due esseri così diversi da stentare a parlarsi, sono uniti dal
figlio che non parla. La scena rompe l'austerità dell'epica con
un anacronismo intimista e quasi cristiano. (...)
Luigi Zoja da Il gesto di Ettore
mercoledì 2 novembre 2016
Viaggio in Gambia 2
Al mercato . La mia Africa
L' Africana ( rosa con- turbante )
Flora africana ( un omaggio a chi quivi transita...)
martedì 1 novembre 2016
NON SO SE SEI VIVO...
Non so se sei vivo o sei perduto per sempre,
se posso ancora cercarti nel mondo
o ti debba piangere mestamente
come morto nei pensieri della sera.
Ti ho dato tutto : la quotidiana preghiera
e la struggente febbre dell'insonnia,
lo stormo bianco dei miei versi
e l'azzurro incendio degli occhi.
Nessuno mi è stato più intimo di te,
nessuno mi ha resa più triste,
nemmeno chi mi ha tradito fino al tormento,
nemmeno chi mi ha lusingata e poi dimenticata.
Anna Achmatova da Lo stormo bianco
DI NOVEMBRE ( dialogo tra un figlio e il padre che non c'è più )
Non cerco parole per raccontarti
perché sia nostro il tuo segreto.
Hai voluto fosse inizio
- anni insieme a cercar formiche -
e fine,
certo che mai avrei tradito
il tuo ultimo respiro.
Ne ho conservato la fierezza
e a nulla, nulla serve che mi dica
che la scelta è stata giusta.
E' l'immagine che torna
mano a mano
che la data s'avvicina
e l'ora, ché non serve l'orologio.
E non ho parole per raccontarti
perché scegliesti solo me
a saperti.
Custodisco il tuo segreto
e l'ultima carezza.
Canto di un giorno
della sua pioggia leggera
e delle mie labbra asciutte.
frida
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