venerdì 11 novembre 2016

NON ESISTONO AMORI FELICI



Nulla appartiene all'uomo. Né la sua forza
né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede
di aprire le braccia, la sua ombra è quella di una croce,
e quando crede di stringere la felicità, la stritola.
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio
                              Non esistono amori felici.


La sua vita somiglia a quei soldati disarmati
che erano stati preparati per un diverso destino;
a che può servire che s'alzino al mattino
loro che si ritrovano alla sera sfaccendati e inerti?
Dite queste parole " Mia vita" e trattenete le lacrime.
                               Non esistono amori felici.


Mio amore bello, mio caro amore, mia lacerazione,
ti porto in me come un uccello ferito
e quelli - senza capire - ci guardano passare
ripetendomi dietro le parole che ho intrecciato
e che, per i tuoi grandi occhi, così presto morirono.
                              Non esistono amori felici.


Il tempo per imparare a vivere è già passato:
piangano nella notte i nostri cuori all'unisono:
quanta infelicità per la più piccola canzone,
quanti rimpianti per scontare un fremito,
quanti singhiozzi per un accordo di chitarra!
                              Non esistono amori felici.


Non esistono amori che non siano dolore,
non esistono amori che non strazino,
non esistono amori che non lascino il segno,
e non più che di te l'amor di patria.
Non esistono amori che non si nutrano di pianto.
                             Non esistono amori felici.
                             Ma è il nostro amore. 



           
           Louis  Aragon   da    Le più belle poesie



 

Je sais pas

 
 
 


                                                  IO NON CONOSCO


                                         Deviare dei fiumi, portare dei pesi,
                                         attraversare dei mari, saprei farlo.

                                         Sfidare delle macchine, sfidare delle leggi,
                                         i fulmini divini, questo non mi spaventa.

                                         So prendere un colpo, renderlo anche,
                                         rispondere per le rime, questo l'ho imparato.

                                         Non sono una vittima, non sono una colomba,
                                         e per sciuparmi occorre che io cada.

                                         Conosco gli inverni, conosco il freddo,
                                         ma la vita senza te io non la conosco.

                                        Conosco da molto tempo il silenzio:
                                        ne percepisco la violenza, il suo gusto di sangue.

                                        Rosse collere, scuri dolori,
                                        conosco queste guerre, non ne ho paura.

                                       So difendermi, ho imparato bene,
                                       non si è teneri qui.

                                       Conosco gli inverni, conosco il freddo,
                                       ma la vita senza te non la conosco.

                                       Lotta dopo lotta, di peggio in peggio,
                                       ogni minuto ho creduto di resistere.

                                       Vorrei imparare , giorno dopo giorno,
                                       ma chi comanda ai nostri amori?

                                       Conosco gli inverni, conosco il freddo,
                                       ma la vita senza te non la conosco.

                                       No, non la conosco. 
                                       Non la conosco. 

giovedì 10 novembre 2016

Tallis - If ye love me

 
 
 


                                               Se  mi amate, seguite i miei comandamenti....

COME FINI' LA STORIA FRA LOU SALOME' E NIETZSCHE? ( 2)


(...)  Tutto cambiò alla fine del 1888, nei dolcissimi tramonti dell'
        autunno di Torino: Nietzsche impazzì. 
        La notizia della follia di Nietzsche si diffuse rapidamente tra
        gli amici e i conoscenti. Franz Overbeck lasciò la stazione di
        Basilea la sera del 7 gennaio 1889 e il giorno seguente, dopo
        diciotto ore di viaggio, era a Torino, cercando l'abitazione di
        Nietzsche nella città sconosciuta. Voleva riportarlo a casa.
        Finalmente riuscì ad entrare nella stanza dove Nietzsche
        aveva pensato, scritto, riso e delirato per mesi. Stava
        rannicchiato nell'angolo di un sofà, col volto terribilmente
        emaciato. I due amici si abbracciarono lacrimando: poi
        Nietzsche si lasciò ricadere sul sofà, sconvolto da sussulti di
        pianto. " Forse proprio in quell'attimo ", scrisse Overbeck,
       " gli si spalancò dinanzi l'abisso sul cui ciglio ora si trova, o
        dove piuttosto è già  precipitato.". Poi Nietzsche si sedette al
        pianoforte, dove cantava a voce spiegata in preda alla
        frenesia ed esaltandosi sempre di più. Proclamava di essere
       " il pagliaccio della nuova eternità ", e rendeva la sua gioia
        con le espressioni più triviali, o con balzi e danze scurrili, o
        con smorfie da istrione. Overbeck ebbe un'impressione
        atroce : quello spettacolo incarnava con terribile efficacia
        l'idea orgiastica della follia sacra, sulla quale era fondato
        il teatro antico. Adesso era tutto finito: quel possente mondo
        tragi - comico - Eschilo, Aristofane, Le Eumenidi, Le rane,
        Le nuvole - si esprimeva attraverso la sua scurrile
        degradazione. Nel mondo moderno, Dionisio, l'antichissimo
        dio dell'estasi e della lacerazione, era diventato pazzo.
        Overbeck riuscì a portare l'amico in Germania e lì venne
        rinchiuso dalla sorella in una specie di sacrario dove, il
        25 agosto 1990 morì.   (...)


                  Pietro   Citati  da   Sogni antichi e moderni

COME FINI' LA STORIA FRA LOU SALOME' E NIETZSCHE? ( 1 )



(...) Dopo il rifiuto di Lou, ci furono mesi di tremenda disperazione
      e di terribile odio. Nietzsche non faceva che camminare per
      giornate intere, prendere oppio, passare notti insonni, scrivere
      decine e decine di abbozzi di lettere Lou e a Rée, che poi non
      osava spedire. " Le passioni mi divorano. Un 'orribile
      compassione, un'orribile delusione, un'orribile sensazione di
      orgoglio ferito - come resistere...che debbo fare?. Ogni
      mattina dubito di arrivare alla fine della giornata. Non dormo
      più: a che serve camminare per otto ore?...questa sera
      prenderò tanto oppio da perdere la ragione". Gli sembrava
      che un coltello lo colpisse e lo lacerasse contemporaneamente
      in tutti i punti vulnerabili. Si torturava e aveva bisogno di
      torturarsi e di  venire torturato." La natura mi ha
      spaventosamente dotato per essere uno che tormenta se stesso".
      Aveva avuto nell'anima tre o quattro desideri di felicità, e ora
      se li strappava sanguinosamente dal cuore. Aveva l'impressione
      che, in quei mesi, una maschera col nome di Nietzsche avesse
      amato, agito, scritto lettere, detto parole di cui ora si
      vergognava. Lui stava dietro quella maschera: in silenzio,
     " condannato ad un'esistenza completamente segreta". Non
      apparteneva alla realtà a cui appartenevano gli altri: ma a
      chissà quale mondo. Era un morto, soltanto un morto, " un'
      ombra che non sa decidersi ad entrare definitivamente negli
      Inferi". Adesso era il tempo di scomparire, lasciando questa
      terra- anche le montagne di Sils - Maria e il lago di
      Silvaplana, i boschi di Tautenburg e l'azzurro del mare ligure-
      e le piccole strisce di cielo sereno che aveva dipinto con le
      parole. Poi si arrestava, per gridare aiuto, semplicemente
      aiuto. " Pensa, mio caro Overbeck, a  trovare qualcosa che mi
      tiri fuori una volta per sempre. Secondo i miei conti è 
      necessario che io resti in vita fino all'anno prossimo - aiutami
      a resistere ancora quindici mesi."
      Nietzsche odiava con tutte le forze del suo abietto rancore, che
      dedicò sempre alle persone che più aveva amato. Era l'odio
      del debole, del ferito, del sofferente, dell'indifeso. Ascoltava le
      menzogne della sorella : le ascoltava per il piacere di
      torturarsi, e scatenava la paranoia del suo complesso di
      persecuzione, che ingigantiva e deformava i minimi particolari
      del passato. Ora aveva il tono di un virtuoso borghese, ora
      quello di un professore tedesco; ora il tono solenne e
      sacerdotale di un profeta offeso. Capiva l'anima di Lou con
      la più straordinaria intuizione: la malediceva e infine la
      offendeva sanguinosamente, come se volesse calpestarla e
      schiacciarla col piede- infido e infimo verme.
      Caro Baudelaire, Nietzsche aveva sempre affermato che il
      senso della sua opera era simile a quello dell'operazione
      alchemica: trasformare il fango in oro, trasformare la
      passione, la lacerazione dell'odio nella bellezza della frase e
      nella velocità del ritmo. Negli stessi giorni, Nietzsche compose
      la prima parte di COSì PARLO' ZARATHUSTRA : fu una
      rivelazione luminosa, il balenìo di un fulmine, un'esplosione
      improvvisa. Ma davvero riuscì a trasformare il fango in oro?
      Oppure la lacerazione e l'odio stridevano nell'euforia della
      rivelazione?. Qualche tempo dopo confessò che avrebbe voluto
      rivedere Lou. Poi rinunciò: si sentiva troppo colpevole. (...)


                  Pietro  Citati   da   Sogni antichi e moderni


martedì 8 novembre 2016

DOVE SI VESTE IL SOLE




L'estate è polvere appesa a cumuli di vento,
nodi di grano tenaci come vincoli, laboratori
di sogni consenzienti.
E' pioggia che si veste d'onda e di luce, urto
di mezzogiorno nel silenzio che squarcia la campagna.
E' mare che ha consumato fiabe ed incanto,
bruciando nell'umore della luna.

Cerco una porta dentro la mia estate , che mi conduca
sull'orlo di quel giorno , dove - nell'ombra -
si sta vestendo il sole.


                   frida


               

Concerto per violino ( e una tromba )

 
 
 


                                                Alison  Balsom , Vivaldi

IL PROSSIMO TUO



Il mio spesso mi sgraffia si fa disamare
mi affonda i dentini - nosferatu - io mi ferisco
ricambio rammento mi scordo riprovo giro al largo.

Chiedo una foglia e m'è negata o concessa quasi
fosse - che so - d'oro di platino. Quando a me vengono
per un albero grande mi compenetro rischio poi li vedo
tornarsene lievi quasi portassero via un bonsai.

Ho disimparato a misurare il prossimo a centimetri.
Non tutti che mi stanno accanto mi sono prossimi.
Prossimità è corrispondenza interiore, sintonia.

Può essere distanza - lontananza mai.


            Lucio  Zinna   da   Bonsai


ETA' DELL' ORO



Dico di quando, per la troppa gioia
d'essere amati, cadiamo
sulla terra , oh! viva carne
che perderai la luce
nel pianto; dico di quando
- ispirati - noi costruiamo con martello e chiodi lo scenario
e il fossile di un angelo stacca
le ali dalla calce
dei muri, a fondo scena; dico di quando
io abbracciavo in te tutta la vita: la tua
e la mia, che brillavano unite da una gioia preistorica
nella notte, che accadeva da ovest
sulla campagna; dico di quando
tu ritornavi vergine per me
in una trasparente emorragia di luce - oh, cosa
straordinaria
di natura ordinaria - oh! vita
tutta intatta, tutta
disordinata, prima che l'amore
pulisca
tutto, all'indietro
tutto, la vita intera.



    Maria Grazia  Calandrone  da      Serie  fossile


DEPOSTO IL NOME




Diceva sempre
ditele che la amo
e ditele che ho fatto tanta strada
per amarla.

Ditele che se uscivano
angeli e diavoli dalla sua bocca,
io vedevo soltanto la sua bocca.

Ditele che mi abita
per sempre.
Diteglielo, vi prego. Diceva sempre.



     Maria  Grazia  Calandrone  da   Gli  scomparsi


  

Poesia ( L'amore non basta ) - Stefano Chiantini

 
 


                                                      Guardare è uno stato mentale...






lunedì 7 novembre 2016

L'amore che... ( Film bianco ) - Krzysztof Kieslowski

 
 


           La percezione in cui mi perdo e l'oltremare di un assurdo...

LOU SALOME' E NIETZSCHE



(...)Lou e Nietzsche parlavano sempre, inesauribilmente: talvolta
     anche dieci ore al giorno, perché i pensieri si intrecciavano e si
     moltiplicavano come gli alberi della foresta: talvolta la
     conversazione continuava dopo cena, al capezzale di Lou;
     entrambi si sentivano felici di aver appreso tanto l'uno dall'
     altro. Lou cominciò un DIARIO e UN LIBRO DOMESTICO    
     dove, col suo mimetismo poroso, imitava  ora l'uno ora l'altro
     ( Nietzsche o Rée ).
     Nietzsche la annotava e la correggeva e vi aggiungeva le sue
     annotazioni.A volte  Lou credeva di essersi innamorata
     del suo vicino: " Due persone si innamorano perché l'intimo di
     una è la cassa di risonanza in cui riecheggia ogni suono
     intonato nel petto dell'altra". Poi si chiedeva : " Ma siamo
     veramente vicini?. No, malgrado tutto non lo siamo."
     In quei giorni a Tautemburg, Nietzsche avvertì - come mai nella
     sua vita - la presenza del destino alle sue spalle, che lo
     spingeva " verso la felicità". Cosa poteva fare lui se non
     abbandonarsi a quella figura radiosa, col suo consueto " amor
     fati? ".  Da quando aveva conosciuto Lou, non era più solo:
     ora voleva reimparare ad essere un uomo, entrando
     arditamente nella vita. Pieno di speranze, si proiettava verso
     il futuro, che aveva preso per lui i lineamenti di una ragazza
     ventenne. " Quello che non speravo più, di trovare un
     compagno della " mia suprema felicità e sofferenza", mi appare
     ora possibile - come aurea possibilità sull'orizzonte di tutta la
     mia vita futura." C'era in lui - a tratti - una paurosa esaltazione:
     un senso di euforia, trionfo e vittoria che avevano già il suono
     tremendo di" Così parlò Zarathustra". Lou era un angelo, uno
     strano angelo bizantino che il destino gli aveva inviato.
     " Quando tornai a volgermi verso gli uomini
     e la vita, credetti che mi fosse stato mandato un angelo - un
     angelo che mitigasse cose che il dolore e la solitudine avevano
     troppo indurito in me, e soprattutto un angelo del coraggio e
     della speranza".  O  forse era qualcosa di molto più profondo:
     una figura che aveva abitato dentro di lui, nella sua anima e
     nei suoi scritti; con un gesto di giocoliere sovrano, egli l'aveva
     tratta alla luce - e ora, lì fuori, c'era lei con la sua crudeltà e
     il suo splendore, identica alla visione interna. Non gli restava
     che educarla, curarla, perfezionarla, esaltarla, venerarla,
     adattarla alla sua anima, come fosse il più fedele dei doppi.
     Non so se Lou Salomé abbia mai visto Nietzsche come l'
     incarnazione di un dio:uno di quegli dei terribili e venerati ai
     quali era impossibile concedersi. Anche Lou li amava: aveva
     in comune con lui l'inclinazione per tutto ciò che è nascosto :
     era affascinata dalla sua  solitudine, e insieme provava una
     specie di reverente e impaurita resistenza verso i suoi
     sotterranei misteriosi. Lo criticava. Secondo Lou, malgrado la
     sua ribellione anticristiana, Nietzsche era un uomo religioso:
     anzi, un eroe religioso. " Non c'è nulla di male ad essere senza
     Dio, purchè ci si sia veramente liberati da Dio. L'odio di Dio
     è l'ultima eco dell'amore di Dio".
     Con la sua acutissima intelligenza, Lou aveva ancora una volta
     colto nel segno. (...)


                  Pietro  Citati   da   Sogni antichi e moderni

    
                                    
                                                                  Friedrich  Nietzsche

domenica 6 novembre 2016

LOU SALOME' E LA TRINITA' AMOROSA




                                                    Lou, Paul e  Friedrich



(...) Nel marzo 1882, Paul Rée, un filosofo di qualche anno più
       giovane di Nietzsche, giunse a Roma. Era delicato, scrupoloso,
      femmineo, incerto: celava una grande bontà d'animo dietro una
      specie di odio verso se stesso : amava e venerava Nietzsche e
      voleva esserne riamato.Presto Rée conobbe Lou e la conduceva
      a passeggiare sotto il chiaro di luna, tra le rovine della Via
      Appia, come nei libri di Chateaubriand, parlando
      appassionatamente di vita, di filosofia, di letteratura e di
      Nietzsche, l'affascinante amico lontano. Verso la fine di aprile
      giunse a Roma Nietzsche, stravolto ed ebbro di solitudine.
      Nessuno - forse - aveva sofferto la solitudine come lui in quegli
      anni. Era quasi cieco. Aveva continuamente emicranie.
      Abitava in  camere ammobiliate e modeste pensioni. Ma la
      sosta non era mai lunga. Più oltre lo aspettava un'altra
      camera in un'altra città.  Sorrento, poi Bad Ragaz, Saint
      Moritz e Venezia e Stresa e Genova e Recoaro e poi Messina
      dove - unico passeggero - era arrivato a bordo di un veliero
      siciliano, con i suoi centoquattro chili di libri. Non c'era sosta.
      Non poteva esserci sosta. Appena a Roma, Nietzsche sembrò
      lietissimo:di colpo - con un gesto - si liberò dalla stretta e
      dalla protezione della solitudine; la sua conversazione era
      fresca, piacevole, spumeggiante e piena di bellissime 
      invenzioni: un gioco con suole d'aria. Andò a San Pietro, dove
      Rée scriveva il suo nuovo libro seduto in un confessionale
      pieno di luce. Vide Lou e le disse solennemente, con parole
      goethiane" Cadendo da quali stelle siamo stati spinti qui l'uno
      verso l'altra?". Pochi giorni dopo Nietzsche chiese a Rée di
      presentare a Lou la sua domanda di matrimonio.
      Lou Salomé non aveva nessuna intenzione di sposarsi. Secondo
      le parole di Pindaro -Nietzsche, voleva " diventare chi era":
      seguire coraggiosamente, spietatamente, crudelmente la 
      propria strada fino a cogliere tutti i doni che la vita - di
      nascosto - aveva preparato per lei. Ebbe un sogno notturno:
      vide uno studio - biblioteca, pieno di libri e di fiori. Vicino
      allo studio si aprivano tre stanze da letto dove dormivano lei,
      Rée e Nietzsche. Era il sogno della Trinità ,una contraffazione
      della Trinità cristiana. Fra i tre amici non dovevano correre
      rapporti erotici : solo letture e discussioni; ma l'eros, che
      Lou aveva represso, si irradiava intorno a lei e teneva
      incatenati a lei i due uomini che la amavano. Quando raccontò
      il suo progetto ad una vecchia amica, questa la sgridò :" L'
      esperienza di una lunga vita e la conoscenza della natura
      umana mi dice che inevitabilmente - nel migliore dei casi -
      un cuore ne avrà orribilmente a soffrire e nel peggiore dei casi
      un vincolo d'amicizia ne verrebbe distrutto". Ma Nietzsche e
      Rée, i fratelli incauti, accettarono entusiasticamente il
      progetto della Trinità amorosa...(...)



                Pietro  Citati    da   Sogni antichi e moderni




LOU SALOME'




                                                              Lou  Salomè


(...)  Quando aveva vent'anni, Lou von Salomé, nata a San
        Pietroburgo nel 1861, affascinava qualsiasi essere umano:
        Nietzsche, Paul Rée,, scrupolosi professori, anziani teologi
        svizzeri, giovani studenti che le scrivevano lettere
        innamorate, anziane signore; ella incarnava in maniera
        diversa i sogni di ciascuno, come se fosse la proiezione di
        tutti coloro che la incontravano. Attraeva e respingeva. Se
        lo avesse desiderato, avrebbe incantato un gatto, una rosa,
        o una pietra, che si sarebbero precipitati estatici ai suoi
        piedi. Quando diventò adulta, poeti, sociologi, orientalisti,
        psicologi, uomini politici, drammaturghi, giornalisti,
        economisti, medici illustri la corteggiarono disperatamente:
        quasi sempre invano. Ferdinand Tonnies la circuì, Gherard
        Hauptmann la invocò, Franz Wedekind penetrò inutilmente
        nella sua stanza d'albergo; due uomini si uccisero per lei.
       Lou rinchiudeva il suo corpo alto e sottile in un abito scuro
       di taglio severo, abbottonato fin sotto il mento, con una
       guarnizione di pizzo al collo e ai polsi. Gli occhi
       profondamente infossati guardavano senza paura lo spettacolo
       delle cose e degli uomini. Era infantile: si presentava a
       ciascuno come la figlia sognata o perduta, sulla quale ognuno
       riversava il suo nascosto desiderio incestuoso. " Mia cara
       bambina" le dicevano tutti. Ma questa cara bambina credeva
       ciecamente in se stessa: aveva una disumana o sovrumana
       energia, una durezza da generale prussiano, un coraggio
       adamantino. Voleva " diventare se stessa", come le
       prescrivevano Nietzsche e Pindaro: dominare se stessa,
       dominare gli altri, dominare la vita - fino a quando la vita
       le offrisse come un dono ciò che lei desiderava con tanta
       forza. Capiva gli altri meglio di quanto gli altri capissero
       se stessi: rapidissimamente diventava gli altri, assumeva i
       loro colori e le loro ombre - ombre dei pensieri di Rée, ombre
       delle scintillanti sentenze di Nietzsche nella  GAIA SCIENZA o
       nella futura estasi di COSì PARLO' ZARATHUSTRA " Io
        vorrei essere stata " diceva " nella pelle di tutti gli uomini." 
        (...)


             Pietro  Citati  da   Sogni antichi e moderni
      

       
 




venerdì 4 novembre 2016

DI QUELLA DOLCEZZA LENTA...




    Io l'amo,
    di quella dolcezza lenta
    che imperla la nostalgia;
    e delle brume piovose
    faccio scempio ai suoi occhi
    affinché possa fuggire lontano
    e non tornare mai.
    Del lungo viaggio si rallegri
    nei sorrisi altrui,
    attingendo fiaccole di vita
    al suo amore desolato.

    Io l'amo,
    per la sua mancanza accorta,
    per quel nulla rapinato,
    per lo sfregio delle rose
    uccise al sogno
    sul filo di perle che attanaglia
    il mio collo.



      frida


   

L' amore al tempo del colera - Mike Newell

 
 


           Ho scoperto ( con mia grande gioia ) che è la vita, e non la morte, a non avere confini...

giovedì 3 novembre 2016

ETTORE



(...) In Ettore, la figura paterna mostra un' unilateralità singolare.
      Come Abramo quando alza il coltello su Isacco, ha uno
      sguardo pieno di rispetto verso l'alto, non verso il basso.
      E'  esemplare quando onora il padre celeste, impacciato
      quando è padre a sua volta. Giungendo dalla battaglia, Ettore
      dà prova di devozione verso Zeus, padre degli uomini e degli
      dei. Rifiuta l'invito della madre a libare in onore del dio perché
      porta su di sé la polvere e il sangue della battaglia. Ma a
      questa consapevolezza del rapporto con il padre celeste, non
      corrisponde una consapevolezza del rapporto con il figlio
      terrestre: un'immagine chiara di sè come padre, quindi. E'
      cosciente delle incrostazioni di polvere e sangue, ma dimentica
      di portare su di sé anche l'intera crosta difensiva, l'armatura.
      Ora, la corazza non lo difende dal nemico, ma dal figlio.
      Come in ogni esistenza complementare, per essere padre non
      basta sapere cos'è il padre: bisogna conoscere il figlio e il
      rapporto con lui. Inaspettatamente, quest'uomo senza
      arroganza, non riesce a chinarsi verso il bambino. Ciò
      significa che non sente più l'infanzia dentro di sé. La troppa
      consuetudine con adulti guerrieri lo rende straniero ad essa.

(...) Ettore tese le braccia a suo figlio, ma il bambino piegò la
       testa piangendo nel seno della nutrice, terrorizzato dalla
       vista del padre; lo spaventava il bronzo e il cimiero coi
       crini di cavallo che vedeva oscillare terribilmente in cima
       all'elmo. Sorrise allora il padre e la nobile madre, e subito
       lo splendido Ettore si tolse l'elmo e lo depose, rilucente,
       sopra la terra; baciò suo figlio e lo palleggiò fra le braccia (..)

        (  Omero, Iliade )



     Risvegliatosi dal piccolo incidente, il Troiano ora avverte il
     pericolo di chiudersi in una malinconia dove tutto è già
     accaduto. Formula un augurio per il futuro, leva il figlio in
    alto con le braccia e con il pensiero. " Questo gesto sarà per
    tutti il segno del padre". Ettore prega per il bambino,
    sfidando  le leggi dell'epica in suo favore:
  " Zeus e voi altri dei, rendete forte questo mio figlio.  E che un
    giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno
    dica :" E' molto più forte del padre". Parole rivoluzionarie. La
    preghiera di Ettore ha travolto l'onnipotenza immobile del mito,
    rendendo il bambino figlio, e il figlio speranza in qualcosa di
    migliore dei tempi mitici. Per dare forza ad un passato che
    doveva essere un modello irraggiungibile, l'epica ricordava
    che gli uomini diventano più deboli con il passare delle
    generazioni. Ma Ettore prega gli dei perché accordino proprio
    il contrario : che suo figlio diventi più forte di lui.Oggi non è
    facile immaginare un padre altrettanto generoso. Le
    interpretazioni oggi prevalenti vedono nei rapporti padre -
    figlio una costante presenza di invidia e di gelosia omicida.
    Ma la mentalità moderna, nell'atto stesso in cui ha inventato un
    simile sospetto, ha anche cercato di negare che si tratti di
    un' interpretazione recente, attribuendone l'origine proprio al
    mito greco : secondo la teoria di Freud, la rivalità omicida
    tra padre e figlio risalirebbe al re greco Edipo. Scontando
    questa interpretazione, la diffidenza tra generazioni è diventata
    un fatto stabile: sono proprio i padri moderni quelli a cui non
    è più concesso di farsi sorprendere senza armatura.
    Ad Astianatte è invece riuscito ciò che per i Greci era quasi
    impensabile : fare sperare i padri nel futuro e congiungerlo per
    un attimo - in un unico sentimento - alla madre.
    Due esseri così diversi da stentare a parlarsi, sono uniti dal
    figlio che non parla. La scena rompe l'austerità dell'epica con
    un anacronismo intimista e quasi cristiano. (...)


          Luigi   Zoja   da    Il   gesto  di  Ettore





The Kid ( Il Monello ) - Charlie Chaplin

 
 


                                              Esiste  una paternità che non è solo biologica

mercoledì 2 novembre 2016

Kenya

 
 
 
Scorcio  d' oceano

 
 
Masai

 
 
Flamboyant

La mia Africa - Sydney Pollack

 
 


                                             Bisogno  o  Desiderio?

Viaggio in Gambia 3

 
 
 
 
Artigiano ( del poco )


                                                  Fabbricazione dei batik

                                       
 
 
Aspettando...(  Godot? )

Viaggio in Gambia 2

 
 
 
 
Al mercato . La mia Africa

 
 
L'  Africana  ( rosa con- turbante )




                                                Flora  africana ( un omaggio a chi quivi transita...)


Viaggio in Gambia

 
 
 
 
Batik ad  asciugare



                                                Bimba  del villaggio





                                                             Tra   i rami, in perfetta quiete...

L' Africa di Bonga

 
 
 


                                                           e... la mia  ..Africa...



martedì 1 novembre 2016

NON SO SE SEI VIVO...

 
 


                            
              Non so se sei vivo o sei perduto per sempre,
              se posso ancora cercarti nel mondo
              o ti debba piangere mestamente
             come morto nei pensieri della sera.

             Ti ho dato tutto : la quotidiana preghiera
             e la struggente febbre dell'insonnia,
             lo stormo  bianco dei miei versi
             e l'azzurro incendio degli occhi.

             Nessuno mi è stato più intimo di te,
             nessuno mi ha resa più triste,
             nemmeno chi mi ha tradito fino al tormento,
             nemmeno chi mi ha lusingata e poi dimenticata.


                Anna  Achmatova    da     Lo  stormo  bianco   

DI NOVEMBRE ( dialogo tra un figlio e il padre che non c'è più )




Non cerco parole per raccontarti
perché sia nostro il tuo segreto.
Hai voluto fosse inizio
- anni insieme a cercar formiche -
e fine,
certo che mai avrei tradito
il tuo ultimo respiro.
Ne ho conservato la fierezza
e a nulla, nulla serve che mi dica
 che la scelta è stata giusta.
E' l'immagine che torna
mano a mano
che la data s'avvicina
e l'ora, ché non serve l'orologio.
E non ho parole per raccontarti
perché scegliesti solo me
a saperti.
Custodisco il tuo segreto
e l'ultima carezza.

Canto di un giorno
della sua pioggia leggera
e delle mie labbra asciutte.


             frida



Parce mihi Domine

 
 
 


                                                  Abbi  pietà di me, Signore...