mercoledì 21 giugno 2017
PENSIERI DI UNO PSICANALISTA IRRIVERENTE 4
(...) Non è facile sopportare l'alterità, perché sono tutte identità
potenziali; per questo è utile il concetto di campo: perché non
siamo due; quando ci incontriamo con il paziente siamo due,
dopo un frammento di secondo siamo quattro, dopo due
secondi siamo sei, in breve siamo settantadue persone nella
stanza. E il campo è il tener conto di tutta questa complessa
situazione di gruppo che si genera. E giocare con questa
situazione di gruppo, poter trasformare questa situazione di
gruppo. (...)
Antonino Ferro da Pensieri di uno psicanalista irriverente
PENSIERI DI UNO PSICANALISTA IRRIVERENTE 5
(...) Io, alla psicoanalisi, auguro cento, cento e cento anni di vita.
Sono un po' preoccupato perché talvolta corre il rischio di
continuare a ripetere se stessa, mentre credo che dovremmo
seppellire molti concetti che - nella pratica clinica - non ci
sono più utili. Dovremmo avere il coraggio di gettare quello
che non ci serve per poter utilizzare strumenti, tecniche,
modalità, idee totalmente nuove, alcune delle quali potrebbero
essere addirittura rivoluzionarie. Mi aspetto che il buon senso
prevalga, che sia possibile, piuttosto che veder morire una
psicoanalisi ingessata talvolta in una disciplina da dinosauri,
continuare a vederla vivere, trasformata ancora una volta in
qualcosa di vivo e di totalmente creativo. Mi ricordo che allo
scorso congresso IPA di Praga, avevo detto che ero stanco di
pensare alla psicoanalisi come ad uno strumento che serviva a
tradurre le cose dette in un linguaggio in un altro linguaggio,
come nel caso della Stele di Rosetta, in cui la stessa frase era
scritta in geroglifico e in greco, il che ci ha permesso di
decifrare il significato dei geroglifici. Io oggi penserei alla
psicoanalisi non più come a qualcosa di capace di decifrare e
trasportare un messaggio in un linguaggio diverso, ma sarei
contento di veder rompere, fare a pezzetti la Stele di Rosetta,
metterla dentro un forno e vedere che cosa ne viene quando
l'abbiamo " cucinata a dovere". (...)
Antonino Ferro da Pensieri di uno psicanalista irriverente
martedì 20 giugno 2017
E' SOLO QUESTIONE DI TEMPO
Guarda, il tuo amore mi ha fatto sanguinare le mani...
E' questione di tempo
cancellarsi allo specchio,
guardare altrove con le parole
che non sono state buttate fuori
e sparire nel
pezzo di vetro
che fissa scarno.
Gli occhi non sono né i tuoi né i miei,
e la trasparenza è rimasta
in un altro continente
dove gli uccelli non sono appassiti.
Non cercare, non toccare:
la notte non è più nostra.
E l'acqua è fatta a pezzi.
Violeta Medina Méndez Inedito
POSSESSIONE LUMINOSA
Love mi senza luce, nella nostra camera da letto blu ( Alcoba azul)
Come questo vento voglio
essere figura del mio calore
e - lentamente - entrare
dove riposa il corpo tuo
dell'estate, avvicinarmi
a lui senza che mi veda;
arrivare, come polso aperto,
pulsando nell'aria, essere
figura del pensiero mio di te, in sua presenza:
carne aperta di vento,
dimora d'amore nell'anima.
Tu - delicato avorio di sogno,
neve di carne, quiete
di palma , luna in silenzio -
seduta, addormentata in mezzo
alla stanza. E io, entrando
come acqua chiara, inondarti tutto il corpo
fino a coprirti, e restare
così, integro dentro,
come l'aria di un lampione,
incendiandoti nel mio corpo,
illuminando la mia carne
tutta - ormai - carne di vento.
Emilio Prados da Memoria dell'oblio
domenica 18 giugno 2017
SILENZIO DA ARDERE
...e non basta fuoco se amore non bastava...
Asciutto come legna da ardere, il silenzio
nella breve attesa delle lacrime
sulla corteccia che si apre d'agonia.
Secco, quello spaccarsi in sacrificio
nell'ossigeno bruciato dalle parole,
trasudando l'odore acre dell'oblio
che si sprigiona dall'eterno fiato:
l'ultimo germoglio nascosto della pena,
radice mutilata alla terra, seme abbandonato.
Ma l'incanto si fa fiamma e lo sguardo non arretra
in attesa della cenere da spargere sul capo;
il sangue del tacere è un frutto freddo
e non basta fuoco se amore non bastava.
frida
LO SQUILLO DEL TELEFONO
C'è squillo e squillo.... ( A. Marcello : Concerto in C Minor - 3 Allegro)
Lo squillo del telefono nella casa deserta
dà un brivido sottile, recide oscure speranze.
Non mi mossi, non scesi neppure fino all'orto.
Fui qui presente e assente in questa luce
da finestra a finestra della casa
ore e ore, lasciai venire e andare
pensieri eterni nella mente inerte.
Il giorno lungo e fradicio leva i suoi alti vessilli.
E' tardi? Il carpentiere sale sui castelli e i ponti.
Lo sai, mi tengo pronto al tuo richiamo,
veglio, attendo, fo sì che non risuoni
lo squillo del telefono nella casa deserta.
Mario Luzi da Le Poesie
PARLARE A MIO PADRE
Vorrei dimenticarmi del tempo
per un sorriso, un istante,
una parentesi dopo la corsa
e andare dove mi spinge il cuore.
Vorrei ritrovare le tracce
della mia vita, del posto da cui vengo
e conservare l'oro del mio passato
al caldo del mio giardino segreto.
Vorrei attraversare l'oceano,
incrociare il volo di un gabbiano,
pensare a tutto quello che ho visto
o al contrario spingermi verso l'ignoto.
Vorrei strappare la luna,
vorrei addirittura salvare la Terra,
ma prima di tutto vorrei
parlare a mio padre,
parlare a mio padre.
Vorrei scegliere una nave,
non la più grande né la più bella:
la riempirei di immagini
e dei profumi dei miei viaggi.
Vorrei frenare e sedermi,
trovare in fondo alla mia memoria
la voce di chi mi ha insegnato
che non esiste nessun sogno proibito.
Vorrei trovare i colori
dei quadri che ho nel cuore,
di quello scenario dalle linee pure
dove vi vedo e mi sento sicura.
Vorrei strappare la luna,
vorrei addirittura salvare la Terra,
ma prima di tutto vorrei
parlare a mio padre,
vorrei parlare a mio padre.
Vorrei dimenticarmi del tempo
...............................................
...............................................
al caldo del mio giardino segreto.
Vorrei partire con te,
vorrei sognare con te,
cercare sempre l'inarrivabile,
sperare sempre nell'impossibile.
Vorrei strappare la luna
e - perché no - salvare la Terra
ma prima di tutto vorrei
parlare a mio padre.
traduzione di frida
venerdì 16 giugno 2017
E GIOIA VORREI
...come il pigro oceano abbraccia la riva, tienimi stretta...
Dove linee terminano ad uncino
raggruppando pensieri oblunghi
in frastornata massa,
incespico
e mi stendo sul suolo accidentato,
strato di ciottoli rialzati.
Pensieri che reclamano vita
s'imbizzarriscono al suono
d'un diniego sordo.
Un sorriso alla vita vorrei, e gioia
distesa su letti di rose
ad ammansire destini a spina
e un futuro perduto
in canestri di pianto.
E gioia vorrei, a lastricare
questa vita di buche aperte
e un sole ad abbracciarmi ancora
e ancora fino a che scenda la notte
e tra le braccia un sonno quieto.
frida
RICHIAMO
E' fatto del nostro sangue l'albero del cuore o è solo illusione?
Il tuo richiamo di colomba mi insegue la sera.
Inseguimi allora.
E' come il vino della poesia quando mi chiami
e io per causa tua
spingo i cavalli alle lacrime
piego le ali agli uccelli
vado al di là del canto.
Il tuo richiamo è un'altalena
e la distanza uno stretto
uno stretto nell'assenza.
L'albero del cuore basta
se cade la nostra brezza
e cadiamo con lei?
E' fatto del nostro sangue l'albero del cuore
o è solo illusione?
Una domanda che mi ossessiona meteora dopo meteora
una rosa due rose
mi dormono sul braccio
e l'alba s'insinua azzurra
perché si bagni la rugiada
perché io la veda.
Per questa domanda gazzella
per quel che ci terrà imprigionati
nella rete della risposta
perché il cielo non si restringa.
Libererò uno stormo di giovani colombe
e aprirò le mie mura al loro domani.
Se mi annegheranno nel richiamo
annegherò
se mi sveglieranno
lascerò aperta la finestra del sogno
e dormirò.
Faraj Bayraqdar da Una colomba ad ali spiegate
giovedì 15 giugno 2017
PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 1
(...) I nuovi mezzi di comunicazione che velocizzano il tempo e
riducono lo spazio forse non provocano nuove patologie, ma
certamente amplificano quelle che uno già possiede: le
evidenziano, le rendono pubbliche, le mostrano a tutti. Se
fossimo buoni osservatori di noi stessi - forse - per conoscerci,
potremmo risparmiarci le sedute psicanalitiche e prestare
attenzione all'uso che facciamo di Internet, della posta
elettronica, del cellulare, che sono grandi rivelatori del
rapporto che abbiamo con la realtà e con gli altri. In
particolare l'uso nevrotico del cellulare rivela, secondo lo
psicologo Luciano Di Gregorio, diversi aspetti della nostra
personalità, quali ad esempio :
L' INTOLLERANZA DELLA DISTANZA
Non c'è dubbio che da un punto di vista psicologico, il cellulare
è un moderatore e un regolatore dell'angoscia di separazione,
determinata non solo dalla distanza fisica, ma soprattutto da
quella più intollerabile di natura sentimentale che nasce dai
vissuti di mancanza e di perdita dei contatti con l'altro. E' un
sentimento - questo - che abbiamo provato più volte da
bambini quando la mamma si assentava. La possibilità che il
cellulare ci offre di superare questa distanza e sopperire a
questa assenza, dice quanto le sindromi infantili sono presenti
e attive in noi e quanto - incapaci di superarle - le tamponiamo
con il mezzo tecnico.
Ma chi è un uomo che non sa tollerare la distanza e l'assenza,
che non sa stare solo con sé, che traduce subito la solitudine
in vissuto di abbandono, quando non addirittura di una perdita
di identità?. "Pur avendo il cellulare sempre acceso, non mi
chiama e non mi scrive nessuno, quindi sono nessuno."
I sentimenti non hanno mediazioni razionali, il loro modo di
procedere è da cortocircuito. Le conclusioni arrivano presto.
E allora mettiamoci noi a telefonare, a chattare, a scrivere
mail, non perché abbiamo davvero qualcosa da dire, ma per
soddisfare un bisogno di sicurezza incrinato, da ricostruire con
contatti continui, per non dire compulsivi. Non tolleriamo la
distanza, non sopportiamo l'assenza, viviamo come dono degli
altri, come loro concessione, in uno stato di dipendenza
parziale o totale, che la dice lunga sul nostro stato infantile e
sulla nostra mancanza di autonomia . (...)
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 2
L' ILLUSIONE DELL' ONNIPOTENZA
(...) Sappiamo però che l'infanzia non conosce solo la dipendenza,
ma anche l'onnipotenza. Un'onnipotenza magica, che forse
compensa la dipendenza reale del bambino nei confronti degli
adulti che lo aiutano a crescere. Le nuove tecnologie al servizio
della comunicazione soddisfano anche il bisogno infantile di
onnipotenza, perché garantiscono illusoriamente il dominio e il
controllo delle persone e degli eventi che ci interessano, con
conseguente ridimensionamento dell'ansia ad essi connessa.
L' ansia non viene più elaborata, ma immediatamente agita e
placata dalla risposta e dalla rassicurazione dell'altro. Ciò
comporta che le nostre capacità interiori di gestire ansie e
conflitti si indeboliscono progressivamente e al loro posto
subentra quella sorta di delirio di onnipotenza che ci dà l'
illusione - ma non più che l'illusione- di poter controllare la
realtà a distanza con la semplice attivazione di una tastiera o
di un auricolare. (...)
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 3
IL CONTROLLO PARANOICO
(...) Con il cellulare trasformiamo una condizione di reale
impotenza, che alimenta in noi una tensione emotiva, in un
gioco illusorio di dominio sul mondo. Ma qui il rimedio è
peggiore del male perché, se per placare l'ansia abbiamo
bisogno del controllo, il controllo a sua volta alimenta i nostri
vissuti paranoici, per cui incontenibili diventano le nostre
verifiche sulla vita delle persone che ci interessano, sui luoghi
che frequentano, sugli spostamenti che effettuano nell'arco
della giornata, sulle persone che incontrano e sulle cose che
fanno in nostra assenza. In nome di un ( presunto ) amore ci
trasformiamo in investigatori privati che - in ogni momento -
vogliono sapere dove si trova il compagno, la compagna, la
moglie, il marito, la figlia, il figlio, sempre che essi ci
raccontino la verità quando li raggiungiamo con il cellulare, e
a condizione che noi si sia abbastanza abili a captare alcuni
segnali, i rumori di fondo, le voci d'attorno, e ora anche le
immagini, che ci possono fornire utili indizi per alimentare la
nostra ansia o garantire la nostra quiete.
Questo bisogno di controllo sottintende un radicale sentimento
di incertezza e di sfiducia, che noi tentiamo di limitare allo
spazio esistenziale privato per nasconderci che - forse - questo
spazio è più vasto perché investe il nostro presente e il nostro
futuro, su cui non esercitiamo alcun controllo, e perciò
riversiamo l'ansia che ne deriva sullo spazio personale e
relazionale che ci riguarda da vicino. Quanta nostra radicale
impotenza a governare la nostra vita scarichiamo su quei
malcapitati che sono i nostri familiari e i nostri amori?
La rassicurazione che nasce dall'avere un certo controllo sulla
realtà personale porta l'individuo a immaginare di possedere
strumenti di controllo anche sugli eventi sociali, sugli
imprevisti della strada, sulle anomalie del clima, e quindi di
non essere in balia degli eventi e di tacitare quel sentimento
- alla base dell'angoscia primitiva - che è il terrore dell'
imprevedibile, vero motore delle ricerche tecnico- scientifiche
di cui il cellulare e il computer sono i mezzi più potenti nelle
nostre mani. (...)
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 4
L' ANGOSCIA DELL' ANONIMATO
(...) Il bisogno di visibilità la dice lunga sul terrore dell'anonimato
in cui gli individui, nella nostra società, temono di affogare.
" Anonimato" qui ha una duplice e tragica valenza: da un lato
sembra la condizione indispensabile perché uno possa mettere
a nudo - per via telefonica o per via telematica - i propri
sentimenti, i propri bisogni, i propri desideri profondi, le
proprie per- versioni sessuali; dall'altro, come osserva Di
Gregorio," è la denuncia dell'isolamento dell'individuo" che
ciascuno cerca a suo modo di colmare attraverso contatti
telefonici o telematici dove, senza esporre la propria faccia, si
soddisfa il bisogno di essere al centro dell'interesse di
qualcuno, di non sentirsi soli al mondo e del tutto isolati, in
un solipsistico rapporto privato tra sé e quel vuoto di sé che
ciascuno di noi avverte quando può vivere solo se un altro lo
contatta.
Come i bambini possono cominciare ad abitare il mondo, a
padroneggiare la realtà e ad instaurare relazioni affettive
tramite gli orsacchiotti e i giocattoli preferiti ( oggetti
transizionali n.d.r ), così sembra che noi adulti non siamo più
capaci di abitare il mondo e di garantirci e le relazioni
affettive senza quel tramite che è il cellulare o il computer
portatile, in nulla dissimili dall'orsacchiotto o dal giocattolo
preferito dal bambino.
Che dire a questo punto? Che le nuove tecnologie, di cui
andiamo tanto fieri, portano ad una progressiva
infantilizzazione di tutti noi e, in generale, della società in cui
viviamo. (...)
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 5
L' ESIBIZIONISMO
(...) Ma l'onnipotenza non è vera onnipotenza se non è esibita, e
l'esibizionismo è un'altra patologia che il cellulare ostenta, fino
a giungere alla pubblicazione dell'intimo, del personale, del
segreto, del riservato. Come osserva Di Gregorio : " Ci sono
persone di ogni età che usano il cellulare per strada e danno
visibilità ai propri sentimenti e ai propri rapporti affettivi.
Aggiungono volentieri dettagli intimi e - senza mostrare
vergogna - dicono in pubblico certe frasi volutamente a voce
alta, come se fossero in preda ad un bisogno - appunto -
esibizionistico. Le espressioni del loro viso, dopo la telefonata,
non ci fanno pensare ad un senso di vergogna, nato dall'essere
state colte inopportunamente in un momento delicato della
conversazione. Noi siamo stati solo dei testimoni - quasi
necessari - del loro bisogno di rendersi visibili. Alla fine esse
sembrano molto soddisfatte di essere state colte nella loro
intimità da un pubblico ignaro, chiamato a raccolta per l'
occasione". In fondo " non hanno nulla da nascondere, nulla
di cui vergognarsi", che, tradotto, significa scambiare la
spudoratezza per sincerità, e guadagnare visibilità a buon
mercato, solo con il costo di una telefonata ( oggi anche senza
costo n.d.r. ).
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 6
LA PERDITA DEL MONDO CIRCOSTANTE E DEL MONDO
INTERIORE
(...) Luciano De Gregorio ( psicologo e psicoterapeuta n.d.r.) fa
notare ironicamente che, per uno strano scherzo lessicale, il
" cellulare" ha lo stesso nome del mezzo che si usa per il
trasferimento dei detenuti. Andiamo allora a scoprire che cosa
perdiamo con l'uso disinvolto di questo mezzo. Un'infinità di
cose a cui hanno rinunciato tutti quei nevrotici che per strada,
al ristorante, in treno, al cinema, a teatro, e ovunque in
generale arriva il trillo prepotente, girano ansiosamente su se
stessi per cercare " il campo", congedandosi immediatamente
dalla conversazione in attesa che la telefonata finisca.
Naturalmente si scusano prima e dopo la telefonata. In
entrambi i casi vi fanno comunque sapere che voi venite dopo,
molto dopo la loro ansia e che non riescono ad astenersi dal
flusso di parole scandite dai minuti che costano.
Un tempo chi parlava da solo ad alta voce in strada era
considerato un pazzo; oggi quanti si comportano in questo
modo sono considerati persone molto impegnate. Per loro il
cellulare è la spina che li tiene legati al mondo, e così perdono
il mondo circostante e soprattutto il loro mondo interiore.
Infatti non sanno più cos'è il silenzio che è poi l'unica via di cui
disponiamo per entrare in comunicazione con noi stessi e quindi
in qualche modo per conoscerci. Non sanno più cos'è l' attesa,
con il carico di emozioni che comporta e quel tanto di
imprevisto che colora di sorpresa la nostra quotidianità. Non
hanno più rispetto dell'atmosfera che si crea nella
comunicazione d' amore , quando il mondo deve essere
messo tra parentesi perché un altro mondo possa prender
quota. Il loro presenzialismo al mondo esterno non concede
all'interlocutore alcun privilegio. Il cellulare acceso è un mondo
in mezzo ai due. (...)
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
INTERIORE
(...) Luciano De Gregorio ( psicologo e psicoterapeuta n.d.r.) fa
notare ironicamente che, per uno strano scherzo lessicale, il
" cellulare" ha lo stesso nome del mezzo che si usa per il
trasferimento dei detenuti. Andiamo allora a scoprire che cosa
perdiamo con l'uso disinvolto di questo mezzo. Un'infinità di
cose a cui hanno rinunciato tutti quei nevrotici che per strada,
al ristorante, in treno, al cinema, a teatro, e ovunque in
generale arriva il trillo prepotente, girano ansiosamente su se
stessi per cercare " il campo", congedandosi immediatamente
dalla conversazione in attesa che la telefonata finisca.
Naturalmente si scusano prima e dopo la telefonata. In
entrambi i casi vi fanno comunque sapere che voi venite dopo,
molto dopo la loro ansia e che non riescono ad astenersi dal
flusso di parole scandite dai minuti che costano.
Un tempo chi parlava da solo ad alta voce in strada era
considerato un pazzo; oggi quanti si comportano in questo
modo sono considerati persone molto impegnate. Per loro il
cellulare è la spina che li tiene legati al mondo, e così perdono
il mondo circostante e soprattutto il loro mondo interiore.
Infatti non sanno più cos'è il silenzio che è poi l'unica via di cui
disponiamo per entrare in comunicazione con noi stessi e quindi
in qualche modo per conoscerci. Non sanno più cos'è l' attesa,
con il carico di emozioni che comporta e quel tanto di
imprevisto che colora di sorpresa la nostra quotidianità. Non
hanno più rispetto dell'atmosfera che si crea nella
comunicazione d' amore , quando il mondo deve essere
messo tra parentesi perché un altro mondo possa prender
quota. Il loro presenzialismo al mondo esterno non concede
all'interlocutore alcun privilegio. Il cellulare acceso è un mondo
in mezzo ai due. (...)
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
PSICOPATOLOGIA DA CELLULARE 7
LA PERDITA DELLA LIBERTA'
(...) Ma i telefonini si possono spegnere, talvolta non prendono
oppure il credito è finito. E allora ecco tutta quella cascata di
bugie e di giustificazioni a cui siamo costretti quanti sono
raggiungibili in qualsiasi punto della terra, senza potersi
sottrarre a quella sorveglianza continua a cui sono sottoposti
per sentirsi al mondo. Acceso o spento che sia, il cellulare non
ci dà scampo. Se chiamiamo vuol dire che non sappiamo più
attendere e - nell'attesa - pensare ed elaborare; se
rispondiamo siamo in ogni momento alla mercè degli altri ; se
spegniamo il cellulare dobbiamo prima o poi giustificarci.
Come ognuno può constatare, non siamo più liberi, non
abbiamo più chances. Non disponiamo più del nostro tempo per
pensare le nostre risposte perché dobbiamo darle subito e di
corsa; non abbiamo più la possibilità di interiorizzare i nostri
amori perché - se non chiamiamo - è già subito abbandono.
Non sappiamo più stare soli con noi per più di un'ora e così
la nostra interiorità si impoverisce.
E tutto ciò per sapere subito e sul momento che la mamma sta
bene, che la fidanzata ci ama, che l'amico ci aspetta, che il
commercialista è riuscito ad aggiustare le cose, che l'avvocato
ha trovato un buco per riceverci, insomma, che il mondo
esterno c'è e funziona, e noi siamo in mezzo, e ad ogni istante
lo possiamo controllare. Così sappiamo di esistere.
Forse abbiamo perso il soliloquio dell'anima, ma in compenso
il cellulare - anche se con qualche interferenza , con qualche
galleria, con qualche vuoto di campo - ci ha dato il mondo, e
se non proprio il mondo, senz'altro il rumore del mondo.
Un buon baratto, tutto sommato. In cambio ha voluto solo una
grossa fetta della nostra libertà. (...)
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
(...) Ma i telefonini si possono spegnere, talvolta non prendono
oppure il credito è finito. E allora ecco tutta quella cascata di
bugie e di giustificazioni a cui siamo costretti quanti sono
raggiungibili in qualsiasi punto della terra, senza potersi
sottrarre a quella sorveglianza continua a cui sono sottoposti
per sentirsi al mondo. Acceso o spento che sia, il cellulare non
ci dà scampo. Se chiamiamo vuol dire che non sappiamo più
attendere e - nell'attesa - pensare ed elaborare; se
rispondiamo siamo in ogni momento alla mercè degli altri ; se
spegniamo il cellulare dobbiamo prima o poi giustificarci.
Come ognuno può constatare, non siamo più liberi, non
abbiamo più chances. Non disponiamo più del nostro tempo per
pensare le nostre risposte perché dobbiamo darle subito e di
corsa; non abbiamo più la possibilità di interiorizzare i nostri
amori perché - se non chiamiamo - è già subito abbandono.
Non sappiamo più stare soli con noi per più di un'ora e così
la nostra interiorità si impoverisce.
E tutto ciò per sapere subito e sul momento che la mamma sta
bene, che la fidanzata ci ama, che l'amico ci aspetta, che il
commercialista è riuscito ad aggiustare le cose, che l'avvocato
ha trovato un buco per riceverci, insomma, che il mondo
esterno c'è e funziona, e noi siamo in mezzo, e ad ogni istante
lo possiamo controllare. Così sappiamo di esistere.
Forse abbiamo perso il soliloquio dell'anima, ma in compenso
il cellulare - anche se con qualche interferenza , con qualche
galleria, con qualche vuoto di campo - ci ha dato il mondo, e
se non proprio il mondo, senz'altro il rumore del mondo.
Un buon baratto, tutto sommato. In cambio ha voluto solo una
grossa fetta della nostra libertà. (...)
Umberto Galimberti da I Miti del nostro tempo
martedì 13 giugno 2017
SIAMO NUVOLE
Siamo nuvole...bastimenti e animali...( foto di Emmanuel Keller- Tambako )
Siamo nuvole
i nomi complicano la tessitura
ma siamo nuvole,
notturne mattiniere
dipende,
oltraggiose spaurite
candide sprezzanti,
cavalieri e cavalcature
bastimenti e animali
siamo pronte
a dissolverci con fierezza
in quel tutto pacatissimo
del cielo ultimo
che ci affida il mondo.
Siamo nuvole
cambiamo vita di frequente
lì, sopra il disordine della realtà
il fondo
sereno delle cose,
la pioggia
la sete.
Chandra Livia Candiani da Fatti vivo
LONTANANZA DA MIA MADRE
Queste parole che mi sospira il mio cuore...
Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s'inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa:
è il rimorso.
Luciano Erba da Il male minore
Prove d'autore 7
Scorcio a Fontanella ( era questo ciò che vedeva padre Turoldo? )
Incipit d' autunno
Bacche pre- invernali
domenica 11 giugno 2017
DI MISURA IN MISURA
Come posso dimenticare quei bellissimi sogni che abbiamo condiviso?
Di misura in misura
di segno in segno
il quieto vivere di un'anima
nel rigoglio dei girasoli.
E' la nostra primavera
è il tempo del segreto e del rinascere
del mio sogno che si perde
nel mondo
e del tuo che si riconcilia con il cielo.
Siamo stati tutto
quello che c'era da essere.
Ora soli
ognuno nella propria parte di infinito
ci limitiamo a comunicare nell'oscurità
per ri-conoscerci ancora.
Sappi che il mio silenzio
è albergo del destino
e il tuo è la voce
che salva ciò che chiama.
Gabriela Mistral da Poesias completas
NENIA, NEL CANAVESE
Correremo via insieme, non ci sentiremo più male...( Fuera de mi )
Avevano l'altezza che ha l'arbusto
del mirto nero e stretto contro il muro,
camminavano insieme, egli robusto
il corpo, il volto soleggiato e duro,
ella infiammata e ondata da uno scialle
nel dolce portamento delle spalle.
Ora tra i muri o al più lontano prato
o in altra parte non li puoi trovare,
nemmeno discendendo fino al mare.
Fuori del luogo dove il tempo è stato
nessun ricordo si vede o si tocca.
Non c'è più fiato in loro, non c'è bocca.
Erano lì dove il mirto ha fiore.
Più meraviglia morte che l'amore.
Agostino Richelmy da Poesia del disgelo
sabato 3 giugno 2017
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