domenica 23 aprile 2017

LA SPENSIERATEZZA

 
 
 

                                              ...esplodo come la dinamite...



La spensieratezza è un caro peccato,
caro compagno di strada e nemico mio caro!
Tu negli occhi m'hai spruzzato il riso
e la mazurca mi hai spruzzato nelle vene.
Poiché mi hai insegnato a non serbare l'anello,
con chiunque la vita mi sposasse.
A cominciare alla ventura - dalla fine,
e a finire  - ancor prima di cominciare.
Ad essere come uno stelo, ed essere come l'acciaio.
Nella vita, in cui così poco possiamo,
a curare la tristezza con la cioccolata
e a ridere in faccia ai passanti.


      Marina  Cvetaeva   da       Poesie

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 1



(...) Nella nostra vita quotidiana si possono riscontrare tendenze
      simbiotiche talmente differenziate e  frequenti che la simbiosi
      non va considerata solo nel suo aspetto patologico, ma si deve
      supporre che l'essere simbiotici e l'evolvere della simbiosi
      verso l'individuazione corrispondano proprio ad un ritmo vitale
      Per questo motivo mi pare importante non evitare la simbiosi,
      ma tentare di viverla in modo ottimale. Già per il bambino
      piccolo vale il principio che una simbiosi ottimale sia il
      presupposto di un distacco e di un'individuazioni ottimali.
      Nel nostro contesto viene spontaneo chiederci ora se la persona
      in lutto, che vuole vivere in simbiosi con il defunto, sia una
      persona che non è riuscita a vivere nella sua vita una forma di
      simbiosi ottimale o se l'esigenza di simbiosi le venga solo dal
      suo grande turbamento. Pare che un tratto peculiare dell'
      acquisizione di nuove caratteristiche individuali sia di rendere
      solitari e autonomi e che proprio questa individuazione desti
      desideri simbiotici. Sulla base di questa riflessione è
      comprensibile che l'esperienza della perdita di una persona
      amata costringa a fare un passo in direzione dell'
      individuazione, risvegliando di conseguenza il desiderio di
      simbiosi. Siccome non è un distacco compiuto gioiosamente e
      deciso spontaneamente, bisogna prevedere che in un primo
      tempo verrà fatto un passo indietro.
      E' interessante notare in proposito che le nostre
      rappresentazioni collettive dell'aldilà si avvicinano molto alle
      rappresentazioni collettive di simbiosi. Anche il Paradiso - per
      esempio - in cui tutti vivono assieme in pace, è un'immagine
      che sta alla base delle nostre esigenze di simbiosi; pensiamo
      anche a espressioni quali " Entrare nell'eterna beatitudine",
     " Venire accolti in un grande tutto" per venire poi " annullati".
       Dietro rappresentazioni collettive dell'aldilà e dietro la
       tensione verso la simbiosi, vi è il desiderio di venire annullati,
       di venire protetti, di pace, di fusione con qualcosa di più
       grande che ci accolga.
       Evidentemente si riesce a sopportare il pensiero della morte
       solo se contemporaneamente ci si immagina che la morte ci
       permette di fonderci con qualcosa che ci è superiore. A questo
       modo non vi è da stupirsi che anche soffrendo l'esperienza
       della morte, si aspiri alla simbiosi.
       In ogni caso, andrebbe tenuto conto del differente modo di
       vivere il lutto che esiste da persona a persona. Osserviamo che
       chi considera il lutto un processo, può muovere da questa
       fase di simbiosi verso una nuova individuazione e, grazie a
       questa, ritornare ad essere capace di stabilire rapporti; chi
       invece rimane fermo nella  simbiosi, si sente sempre più triste
       e privo di significato, giacchè un legame simbiotico può dare
       forza e protezione solo al momento opportuno e per un certo
       periodo.   (...)


                 Verena  Kast   da     L' esperienza del distacco
      

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 2



(...) Per riflettere meglio su questa affermazione, mi sembra
       necessario chiarire un po' il concetto di " simbiosi ottimale".
      Una simbiosi è " ottimale" quando una persona può vivere
      esperienze di fusione uscendone rafforzata e in grado di
      affrontare le alterne esigenze della vita con  nuove capacità 
      relazionali e con una nuova visione di sé.
      I mistici sono un esempio di simbiosi ottimale. L' esperienza
      mistica è una fusione dell'umano con il divino, un ascendere in
      una totalità più grande. Il desiderio del mistico - del resto - 
      viene spesso descritto come un desiderio di morte: il mistico
      anela alla morte per poter stare con il suo Dio. Questo non
      impedì però che molti mistici, nonostante o forse proprio a 
      causa del loro rapporto con Dio, fossero delle personalità
      autonome in senso psicologico, considerate intrepide proprio
      in grazia di quelle esperienze di fusione che conferiscono una
      sensazione di sicurezza, di valore e di chiarezza. Paolo nella
      Lettera ai Filippesi dice: " Sono preso infatti tra queste
      due brame: desidero morire per essere con Cristo, cosa di
      gran lunga migliore, ma d'altra parte è necessario che io
      rimanga ancora nella carne, perché lo richiede il vostro bene".
      In questo contesto mi sembra esemplificativo anche la
      descrizione di un'esperienza mistica di Teresa d' Avila:
   
    " Un giorno, mentre stavo per cantare l' Inno Veni Creator
      Spiritus , fui colta da un'estasi così profonda che quasi stavo
       per svenire, un'esperienza di cui non posso in alcun modo
       dubitare giacchè fu troppo pubblica. Contemporaneamente
       udii queste parole" Io non voglio che tu abbia ancora contatti
       con gli esseri umani, ma solo con gli angeli". Questo mi
       procurò un grande spavento.

       Questa mi pare un'esperienza di fusione congiunta col
       tentativo di persistere nella simbiosi ( Io non voglio che tu
       abbia ancora contatti con gli esseri umani ). Pare che lo
       spavento riporti Teresa sulla terra e le mostri la differenza
       tra la sua fusione mistica e i suoi compiti di questo mondo, che
       persegue con infinita energia e tenacia. Non possiamo
       rimproverare a Teresa di essere stata solo simbiotica e non
       individuata. Forse i mistici hanno vissuto quell'aspetto della
       simbiosi che dà per davvero la massima intensità vitale e
       annulla la meschinità e la fragilità umana, pur non
       permettendo che vi ci si soffermi troppo perché l'esperienza
       religiosa, l'esperienza del divino si sottrae per sua stessa
       natura a qualsiasi fissazione e non costituisce alcun pericolo
       per la determinazione e l'individuazione. Per il mistico si
       tratta inoltre di aprire al suo Dio questo mondo in base alla
       sua visione, di renderlo trasparente e di trasformarlo .  (...)


               Verena  Kast  da     L' esperienza del distacco

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 3



(...) Una simbiosi ottimale potrebbe dunque venire vissuta quando
      si riuscisse a trasformare il desiderio per la madre, proprio
      della prima infanzia, in desiderio di trascendenza e nella
      possibilità di fondersi con quella trascendenza e,
      indipendentemente dal nome che le viene attribuito, di trarne
      forza per muoversi con la maggior autonomia possibile nel
      proprio quotidiano. Forse anche il desiderio di fantasie di
      grandezza e di grandiosità, che viene tanto sottolineato
      parlando di narcisismo, potrebbe venire interpretato come un'
      esigenza di fusione simbiotica con il trascendente che darebbe
      all'uomo quella grandiosità naturale di cui ha bisogno in
      considerazione della sua finitezza. Nella fusione con la
      trascendenza, l'uomo non deve dare prova della sua
      grandiosità e di soffrire di non riuscirci: partecipa della
      grandezza pur distinguendosene.
      Una simbiosi ottimale può venire vissuta anche nell'erotismo e
      nella sessualità: si tratta di fondersi con un'altra persona , di
      sollevare le barriere dell' Io e di entrare in un tutto più grande.
      Meyer vede fantasie anticipatrici di morte nelle esperienze
      mistiche ed erotiche sia nelle esperienze di alienazione
      caratterizzate dalla perdita dei confini dell' Io, dallo
      sconvolgimento della sua identità, dall'arresto del tempo.
      Queste esperienze vengono vissute talvolta come paura,
      talvolta come fascino, in quanto dilatazione della
      personalità. Meyer
      concorda  con Georges Bataille quando dice che, attraverso la
      realtà della morte e dell'individualità, nella vita dell'uomo
      entra un momento di discontinuità, mentre nei confronti del
      passato cresce proprio il desiderio di continuità. Nell'
      esperienza erotica e mistica viene raggiunta proprio questa
      continuità. Contemporaneamente devono incontrarsi
      ritmicamente e sostituirsi vicendevolmente eliminazione di
      limiti e limitazione. Meyer mette in rapporto con la morte l'
      esperienza di continuità e di unità che io chiamo" simbiosi
      ottimale" e rimanda così al grande tema che pervade tutta la
      letteratura mondiale: amore e morte. Nel momento della più
      intensa esperienza di unione, della più forte sensazione di
      vitalità, viene percepita anche l'esperienza della morte, perché
      non sarebbe un'esperienza di totalità se in essa non fossero
      sperimentabili - contemporaneamente - vita e morte.
      Rilke esprime quest'esperienza nella sua lirica Finale:

      La morte è grande.
      Noi siamo le sue
      bocche ridenti.
      Quando crediamo di essere a metà della vita,
      lei osa piangere
      dentro di noi.         (...)


                Verena  Kast   da    L' esperienza del distacco

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 4



(...)  Secondo Meyer, analoghe esperienze di limiti, paragonabili a
       esperienze di fusioni erotiche o mistiche, possono verificarsi
       anche spontaneamente, per esempio in sogno.
       In questo contesto, Jung parlerebbe di esperienza dell' Io,
       intendendo l' Io come unità e totalità della personalità, che va
       ampiamente oltre l'esperienza cosciente e che, in particolari
       momenti, può venire vissuta sia in sogno sia in seguito ad un
       fatto della vita quotidiana, come un abbattimento dei confini
       dell' Io, come una sensazione di totalità. Essa può anche venire
       vissuta come un'eliminazione dei limiti temporali cosicché in
       quel momento, che viene vissuto come atemporale, convivano
       tutto il passato e tutto il futuro. L'esperienza di totalità dà la
       sensazione di venire portati, di venire presi, è datrice di senso.
       Il risveglio da questa esperienza non l'annulla, ma la
       solitudine dell' Io, il suo venir abbandonato di nuovo a se
       stesso, ora viene vissuto dolorosamente; inizia il lutto per la
       perdita di questo stato di interezza, segnato dalla nostalgia per
       la pienezza dell'esperienza svanita, e nasce il desiderio di
       morte come mezzo per conquistare la perduta totalità.
       Alla base della psicologia jughiana sta il concetto che vi è una
       tensione tra l'esperienza del Sé, della totalità, dell'essere fusi
       con qualcosa di superiore a noi, che dà significato, che prende
       e fa sentire presi, e l'esperienza dell' Io che ha poca continuità,
       che è mortale; l' Io deve rapportarsi con il Sé senza farsi però
       paralizzare dal suo fascino, senza cedere con facilità al
       desiderio di morte, dovendo e potendo invece realizzarsi.
       Mi pare che questo spieghi perché Jung, contrariamente a
       Freud, non abbia postulato alcun istinto di morte. Forse si
       potrebbe dire che in questo concetto del Sé si fonde, con l'
       esperienza di morte, anche il maggior aumento di libido e il
       maggior istinto vitale possibile.
       In proposito sono interessanti i lavori di Grof e Halifax, che si
       occuparono della terapia di malati terminali di cancro e che
       contemporaneamente sperimentarono su se stessi gli effetti
       dell'  LSD. Constatarono che nei pazienti, che sotto l'effetto
       della droga avevano fatto l'esperienza " della morte dell' Io",
       della rinascita e dell'unità cosmica, si verificavano notevoli
       trasformazioni del concetto di morte e dell'atteggiamento nei
       suoi confronti. La morte perse la sua componente di orrore:
       essi accettarono l'eventualità di una continuità oltre la morte
       e svilupparono una forte fede nell'unità finale di tutta la
       creazione. Queste " visioni cosmiche" possono essere poste in
       relazione con la percezione del Sé, come Jung ha
       ripetutamente notato. La simbiosi con il Sé avrebbe dunque
       un aspetto curativo e significante.
       E' facile trovare il modo di uscire dalla simbiosi: se ne esce
       sempre involontariamente, come dall'esperienza religiosa.
       Proprio per questo il desiderio di simbiosi può essere
       pericoloso. Ravviso un simile desiderio di simbiosi con il Sé
       nella tossicomania . (...)


           Verena  Kast    da    L' esperienza del distacco

L'ESPERIENZA DEL DISTACCO 5



(...) La simbiosi non viene vissuta però solo nelle situazioni che
      ritengo ottimali perché garantiscono il ritmo di essere
      simbiotici, distaccarsi e poi evolversi. Anzi, noi esprimiamo il
      nostro desiderio di simbiosi in ogni tipo di rapporto. Anche in
      questo caso non mi sembra che ciò sia sbagliato; diventa
      problematico solo quando alla simbiosi non segue il distacco,
      per lo più non  perché si abbia la sensazione di non aver
      ricevuto sufficiente carica vitale, ma perché si ha una forte
      esigenza di totalità che la simbiosi non può esaudire.
      Hanno difficoltà ad uscire dalla simbiosi anche le persone che
      non hanno mai potuto viverla. Un bambino che non può
      fondersi con sua madre, avrà difficoltà a sviluppare
      l'autonomia tanto quanto un bambino che la madre non vuole
      emancipare dalla simbiosi. Esperienze simili avranno una
      ripercussione sulle successive esperienze di separazione e sull'
      aspirazione all'autonomia. Poiché l'aspirazione della simbiosi
      per un verso e al distacco e all'individuazione per l'altro
      costituiscono il ritmo ininterrotto dello sviluppo psichico
      umano, i progressi verso l'individuazione sono minacciati ogni
      volta che viene dato troppo poco spazio alla simbiosi. Ciò può
      anche voler dire che la si cerca alla fonte sbagliata. Potrebbe
      anche essere che si pretenda che sia esclusivamente una
      persona ad appagare le nostre esigenze di simbiosi e che a
      questo modo si proietti sul partner l'esigenza di fondersi con
      qualcosa di trascendente. Certo le cose stanno in modo tale
      che l'esperienza di simbiosi con qualcosa di trascendente può
      venire fatta proprio attraverso l'esperienza amorosa: non è
      però il partner stesso che deve realizzare questo desiderio.
      La realizzazione di questa esperienza trascendente dipende dal
      rapporto con il partner. Se però consideriamo il partner come
      colui che deve appagare le nostre esigenze simbiotiche, allora
      pretendiamo da lui una grandezza e un quid di assoluto che
      supera le sue possibilità. In questo modo il ritmo di simbiosi,
      distacco e individuazione viene disturbato perché i tempi del
      distacco dal partner, i tempi in cui si possono scoprire nuovi
      tratti, vengono vissuti solo come deficit, mentre potrebbero
      fornire proprio le premesse per sperimentare in maniera nuova
      la trascendenza in quello che un tempo era il proprio partner.
      Potrebbe dunque verificarsi che, quando ci si attende l'
      appagamento delle tendenze simbiotiche dalla fonte sbagliata,
      si ottenga solo una maggiore difficoltà a raggiungere il
      distacco e l'individuazione. E' naturale che ci si chieda se le
      persone capaci di permettersi una simbiosi ottimale siano
      anche quelle le cui esperienze di lutto si svolgono in
      tranquillità. (...)


           Verena  Kast    da     L' esperienza del distacco
     

Mozart - Ave Verum Corpus

 
 


                                  Ave Verum Corpus, natum de Maria Virgine...

sabato 22 aprile 2017

UN EREMO NON E' UN GUSCIO DI LUMACA



(...) In un romanzo che scrissi - tempo addietro - paragonavo la
      primavera, l'estate, l'autunno ( non era certo un paragone 
      inedito ) alle tre età dell'uomo. L'inverno poi, con il gran fiore
      della neve, è come un segno dell'eternità. Fisso e immobile nel
      gelo, eppur percorso, sotto terra, dal lavorìo della 
      germinazione, con i colori tutti fusi nel bianco: mi pareva - e 
      mi pare - una felice immagine di quel di là dal tempo che è un
      perenne presente, in apparenza fermo, in realtà tutto percorso
      da tensioni, come il Dio trinitario " motore immobile" e " atto
      puro", silenzio che assume il nome di Parola.
      Ho cominciato questo resoconto in autunno - il tempo in cui mi
      sono stabilita qui - ( Molinasso n.d.r. ) e l'ho terminato ancora
      in autunno: il tempo in cui finivo di rivedere queste note. Poi  
      sono passati altri mesi: ancora si è sollevato il coperchio dell'
      inverno e sono di nuovo fiorite le viole. La morte ha covato in
      seno la vita; la vita è uscita dal grembo della morte. Riprende
      il miracolo del mondo: un altro cerchio d'acqua come quando,
      in un fosso, tonfa giù il salto di una rana ( e presto canteranno
      di nuovo le ranocchie, e le notti urleranno di grilli, e i giorni
      urleranno di cicale...).
      Sono abbastanza giovane per cominciare tutto da capo, e sono
      abbastanza vecchia per inclinare dolcemente verso l'ultimo
      autunno. Senza rimpianti. Non sono stanca della vita: sono
      sazia e ancora affamata; ma la misura che ho raccolto è già
      colma pienezza. Perciò la fame non tortura, e alla morte penso
      con intenerimento, come a un cesto più grande.
      Ma non parlatemi del " dolce riposo del nulla", la mia fame
      urlerebbe. Non più vedere il rosso, non più vedere il giallo, non
      più sentire - sotto la mano - lo scabro, il liscio, il caldo, il pelo..
      Non più orare l'agosto, la terra, le more... La mia sete
      urlerebbe!. E non mi dite neanche di un paradiso senza zolle, di
      un firmamento senza lune!
      Oh dolci campi dell' Apocalisse, cieli resuscitati dall'abisso,
      mondi emergenti dalla catastrofe finale, con la buccia più
      tenera, tepidi e umidi di parto, come peluria di pulcino! E in
      questo tutto rinnovato,, il mio " io", il mio " tu", il mio grande
      e il mio piccolo, il mio cielo e il mio gatto. Le mie mani, e di
      nuovo in mano, gli occhi perduti e ritrovati, ritrovati e perduti,
      nell'abisso di Dio.
      E di te, Dio, non voglio parlare di te. Che cosa sono le parole?
      Appigli inutili, maniglie senza presa, e mi vergogno di usarle.
      Dio, non posso parlare di te. Parlerò della vita, parlerò della
      morte; e nemmeno. Troppi diaframmi di retorica, su questa
     " porta del cielo! ".
      No, parlerò solo della mia dolcezza.   (...)


            Adriana  Zarri   da   Un eremo non è un guscio di lumaca

Paganini - Violin Concerto N. 4 in D minor ( Adagio )

 
 


         Oh dolci campi dell'Apocalisse, cieli resuscitati dall'abisso...

QUANTO PRIMA

 
 


                                                                  ...finchè si può....



Quanto prima che io diventi solo un ricordo?
Quanto prima che io diventi solo un ricord
Quanto prima che io diventi solo un rico
Quanto prima che io diventi solo un ri
Quanto prima che io diventi solo un
Quanto prima che io diventi solo u
Quanto prima che io diventi solo
Quanto prima che io diventi s
Quanto prima che io divent
Quanto prima che io div
Quanto prima che io d
Quanto prima che i
Quanto prima ch
Quanto prima
Quanto pri
Quanto
Qua
Q


        Roberto Canella   da   Il nostro amore distruggerà il mondo

venerdì 21 aprile 2017

ELIZABETH & ROBERT ( lettere d'amore )


" Amo questi libri con tutto il cuore, e amo anche voi", dichiara
  audacemente Robert in una delle sue prime lettere ad Elizabeth.
  Sono entrambi autori noti della buona società vittoriana, e il loro
  scritti sono affini per temi, dizione, gusto. Ma le loro vite sono
  molto diverse: assiduo frequentatore di salotti, il trentenne
  Robert; confinata a casa da una malattia alle vie respiratorie
  Elizabeth, più grande di sei anni.
  Il padre di lei non permette a nessuno dei dieci figli di sposarsi.
  Uno stimolo letterario irresistibile: il cavaliere senza macchia e
  la principessa prigioniera. Abelardo ed Eloisa: vi è un certo
  compiacimento nel riconoscersi nei più romantici topoi letterari,
  ma anche molta audacia nel trasformarli in realtà : i due amanti
  si sposano in segreto e nonostante la fragile salute di Elizabeth,
  fuggono all'estero ( in Italia ). Sarà l'unico figlio, Pen Browning a
  pubblicare nel 1899 il loro epistolario, che non è solo la
  testimonianza di un grande amore ma, nel suo suggestivo
  rincorrersi di echi e citazioni, un appassionato dialogo di voci
  letterarie.

                     frida

ELIZABETH BARRETT & ROBERT BROWNING ( lettere) 1

( da Robert ad Elizabeth )

1 Maggio 1846

Vengo a te, mia Ba, col cuore colmo d'amore, o così mi pare - eppure vengo sempre via con un'accresciuta capacità di accogliere
amore - perché ce n'è sempre di più - anche così pare!
All'inizio dicevo ( in assoluta sincerità ) che tutte le parole erano inadeguate ad esprimere i miei sentimenti - ora quegli stessi sentimenti sembrano, per come li vedo da questo preciso momento - a loro volta altrettanto inadeguati a rappresentare ciò di cui sono consapevole ora. Lo sento davvero di più... in modo più esteso, più insolito...come posso dirti?. Devi credermi mio unico, unico amore!
Direi che l'ho già detto in precedenza, perché mi è venuto in mente più volte - e, a giudicare dall'esperienza passata, dovrò dirlo ancora - e spesso!. Sono davvero destinato a passare la vita accanto a te? E tu parli della tua esitazione a fidarti dei miracoli!
Oh, mia Ba, cuore mio - ebbene, Ba, finora sono privo della presunzione che, accada quel che accada, non cesserò mai per un momento di essere... ansioso fino a tremare - direi - e consapevole che il bene è troppo grande per me in questo mondo.
Non ti piace che ti scriva in questo modo, lo so, ma vi è una sicurezza nell'agire così -  il presuntuoso incede bendato tra le fosse, dice il proverbio - e nessuno terrà conto di questo per quanto mi riguarda. E se ho simili preoccupazioni e scrupoli a volte, od ogni volta - non ne ho alcuno dove la maggior parte degli altri ne avrebbe parecchi . Non mi chiedo mai- come forse dovrei- " Sarà felice anche lei?". Tutto questo mi sembra lontano, ben al di sopra dei miei interessi - lei...tu, mia Ba...mi renderai così completamente felice che sembra non ci sia altro da sapere...le mie palme crescono piuttosto bene senza conoscere la causa del calore solare.
Poi ripenso al fatto che la tua natura è quella di rendere felici e fare del bene, ed esserne soddisfatta di per sé.
Perciò, invece di speculazioni infruttuose su come restituirti il tuo dono, deciderò piuttosto di starmene tranquillo e lasciare che la tua cara volontà agisca senza restrizioni - Tutte cose che quando prendo in mano la penna decido di non scrivere  - perché è sciocco, un tentativo mal riuscito, nel migliore dei casi - ma a questo punto è scritto. Dio ti benedica.

                       R.B.


Elizabeth Barrett & Robert Brownung  da  D' amore e di poesia (lettere 1845- 1846)

ELISABETH BARRET & ROBERT BROWNING ( lettere ) 2

( da Elizabeth a Robert )

1 Maggio 1846

Il modo in cui mi scrivi! Esistono parole per rispondere a queste... una volta lette le quali, chiudo gli occhi come smarrita, e penso alla cieca... o non penso - certi momenti sono più profondi di dove
arriva il pensiero. Mio unico amore, è così per me...per un miracolo mi trovo nel tuo amore, e poiché esso mi avvolge e mi copre, proprio per questo non riesci a vedermi!
Dio conceda che tu non mi veda MAI - perché allora saremo entrambi " felici", come dici tu, e io nell'unica maniera possibile, stanne pur certo. Nel frattempo, fai molto bene a non speculare su come rendermi felice...il tuo istinto sa, anche se tu non lo sai, che è
implicito nella tua felicità... o meglio ( per non assumere un
atteggiamento magnanimo ), nel mio modo di intendere la tua felicità mentre sei con me. Per come mi vede Dio, e per come conosco i moti del mio animo, posso affermare che dal primo momento in cui siamo stati qualcosa l'uno per l'altra, non ho mai
concepito altrimenti la felicità...non ho mai neppure pensato di essere felice attraverso di te o grazie a te o in te - il tuo bene era tutta la mia idea di Bene - e ancora lo è. Talvolta sento donne che dicono dell'uomo che amano : " Uno così mi renderà felice, ne sono certa ", oppure " Sarò felice con lui, credo", o ancora " E' così buono e affettuoso che nessuno deve temere per la mia felicità".
Ora, che ti piaccia o meno, ti dirò che non ho mai avuto simili pensieri sul tuo conto, né mai - per un momento- ti ho rivolto simili lodi. Non so perché...o forse sì... ma non potrei pensare a te in questo modo...non ho tempo né fiato, tanto varrebbe che suonassi la chitarra mentre tuona. Perciò sii felice, mio carissimo... e se
dovesse valere la pena di pensare che " non puoi stare da solo"
così, puoi pensare anche questo. La tua natura è profonda e intensa al punto che per te sarebbe impossibile amare al modo degli altri uomini debole e imperfetto, e il tuo amore - che si manifesta come il tuo genio - può essere così magnifico da renderti felice, forse. Questo è il mio sogno, o meglio, il mio calcolo, nei miei momenti di maggiore felicità. Dio ti benedica.
Supponi che io ti leggessi negli occhi che non fossi felice con me
- tu credi che possa fare a meno di tali pensieri? Tu potresti fare a meno di essere infelice?. La stessa parola " infelicità" implica che non se ne possa fare a meno. Ora perdonami la cattiveria, perché ti amo e non ho mai amato altri che te...e perché ho promesso di non andare in Italia con la signorina Bayley...prometto.
Ah, se tu potevi fingere di nutrire questo timore, di fatto io ho il diritto di temere, senza alcuna finzione... Io, che sono una donna e ho paura dei fulmini. E nota l'assurdità. Se non andassi in Italia con te, la ragione sarebbe la tua mancata decisione - e se tu non decidessi, io non deciderei... Non vorrei vedere l'Italia senza i tuoi occhi - credi che potrei? Perciò, se la signorina Bayley mi porterà in Italia con un volume dei poeti ciclici, sarà una Ba senza vita, stretta fra le pagine del libro. Hai parlato di una certa Flora,
ricordi, nella prima lettera che ho ricevuto da te.
Peccato per William Howitt! Come hai ragione sempre!
Però non proprio sempre, caro, carissimo amore, sfortunatamente per la tua

                               Ba

Dimmi come stai, ti supplico e sul serio! Oggi sono scesa al piano di sotto perché il vento è cambiato, e per questo sto meglio.
Quante parole per un postino - o forse anche per te!



Elizabeth Barrett & Robert Browning   da   D' amore e di poesia (lettere 1845-1846) 
        


A Beautiful Mind - Ron Howard

 
 


        Tu sei la ragione per cui io esisto ; tu sei tutte le mie ragioni...

mercoledì 19 aprile 2017

VOLTARSI INDIETRO

 
 


      I grandi amori si riconoscono quando uno se ne va e l'altro resta...



Sarebbe bastato un sorriso a chiudermi la bocca.
Un sorriso immaginato tra le pieghe del sangue,
proprio dove una lacrima mi ha accoltellata,
proprio dove le parole uccidono di più,
al centro di un cuore ammalato di sogni.
- D'accordo, il teatro era truccato sin dalle prime scene -
e a noi era toccata la parte degli amanti clandestini
a vita, ben noti alle morti effimere.

Il mio sorriso ha una violenta forza di dura allegria
e dolcezze conquistate a fatica;
ma so ancora lacerarmi il cuore quanto basta con la lama
beffarda di una luna a metà, tra passi che risuonano
sul selciato tagliente e le voci che ancora avverto
ma che altri - per dono o per maledizione -
hanno dimenticato.

- Sarà domani - mi dici.
- Forse -
Ma quello che sento adesso è il gelo
di un inverno che non smette di bruciarmi le dita.


             frida

DUE CORPI

 
 

                                           
                                 ...io dovrò dirti quello che non sai....


Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte due pietre
e la notte è deserto.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Due corpi, uno di fronte all'altro,
sono due astri che cadono
in un cielo vuoto.


        Octavio  Paz      da       Libertà sulla parola

NEL FITTO DEL DIALOGO INTERIORE

 
 
 
 
                                               ...e disegnavo te, che stavi lì per me...


Nel fitto del dialogo interiore
s'innesta ogni tanto una voce
amico o amato o paesaggio d'uomo
gli racconto di me del farsi dei giorni.
Stanotte - lo sai - mi sono svegliata e ridevo
non ricordo il sogno ma tu c'eri.
Sono molte le voci con cui ci diciamo
un borbottìo popolato o un altro modo
di farsi compagnia a corpi di parole.


     Alessandra  Racca      Inedito


COME


                         
                                   Come dirti che questo significa dolore...




Come dirti
che questo significa dolore,

questo piatto bianco, l'arancia sopra
al mattino e questo coltello d'argento;

il modo in cui stanno sulla tavola
come se appartenessero a questo posto,

così sicuri, dando tanto per scontato,
dimenticando di essere stati lasciati indietro;

decidono di appartenermi
e la polvere, la luce

le cose che io non riuscirò mai
a toccare, che mai mi toccheranno.


        Margaret  Atwood       da        Poesie

E' IL SILENZIO L'ORO DEL MATTINO

 
 

e se mai come per caso ti cercassero altre mani e altre mani disegnassero altre impronte su di te...




E' il silenzio l'oro del mattino
il silenzio
e il profumo delle donne
per le strade
sotto le arcate
che si sparge come un'onda
senza risacca
come un'ora
non segnata
come un respiro
di una camminata calma
e senza meta.


              Gianmaria  Testa

martedì 18 aprile 2017

LO SGUARDO DEGLI ALTRI





E' lo sguardo degli altri a mantenerci in vita
siamo un'impronta che rimane al cuore
di chi ci preme, a germogliare sulla ferita
il tralcio, il fiore oscuro che lega insieme.


      
Il silenzio mi attraversa come una ferita
fa' di me ciò che vuoi
da tempo sono arresa all'invisibile
quel che ho da dire al mondo
si è rappreso in un coagulo di gelo.



Respiro nel respiro, ascolto la notte.
Ombre lunghe tendono abbracci,
invitano a proseguire oltre la siepe
sul confine dello sguardo. Accade
- ancora - di ritrovarci nudi, esposti.
Restare allora nella notte, accogliere
la sua lusinga è un balsamo per chi
non lascia tempo alla paura; tenebra
è una parola che risolve e cura.


     Giovanna  Rosadini           Inediti


Mangia Prega Ama - Ryan Murphy

 
 

Sia io che te meritiamo di più che stare insieme perché altrimenti abbiamo paura di essere annientati...

IL BACIO ALLA FRANCESE



(...)  E gli amanti?. Ebbene, tra gli Wiru della Nuova Guinea,
        anche gli amanti si imboccano l'un l'altro attraverso il bacio.
        E il gesto di accudire e di offrire cibo attraverso un
        movimento simile al bacio, lo si ritrova anche in molti uccelli
      - e in tutte le specie che abbiamo definito biparentali, in tutti
        gli animali in cui la sopravvivenza del piccolo è assicurata 
        dalla presenza sia di un padre che di una madre - sia nei
        rapporti tra la madre e il piccolo, sia nelle sequenze di
        corteggiamento tra maschio e femmina. Durante la fase che
        precede l'accoppiamento, gli uccelli tubano e sembrano
        baciarsi proprio come fanno le madri con i loro piccoli e
        come fanno i ragazzi con le loro ragazze; e tutti avremo
        sicuramente visto che gli scimpanzé si salutano
        abbracciandosi e baciandosi sulla bocca.
        I due movimenti che caratterizzano il bacio tra uomo e donna,
        l'apertura della bocca in un atteggiamento infantile e l'
        intrusione della lingua ( il bacio alla francese ) come per
        passare il cibo, potrebbero essere considerate forme ormai
        ritualizzate di un originario comportamento di cura.
        Comportamento che distingue una relazione d'amore - una
        relazione affiliativa intensa basata su un legame affettivo - da
        una relazione puramente sessuale. E non a caso gli uomini
        non baciano le prostitute; e quando un legame d'amore sta
        per finire, le coppie non si baciano più, anche se continuano
        ad avere rapporti di sesso.  (...)


              Grazia  Attili     da     Attaccamento e amore

Alphaville, Jean - Luc Godard

 
 


                                                           L' amour c'est quoi ?

IL BACIO



" Che cos'è un bacio?. Un apostrofo rosa tra le parole t'amo",
   diceva Cyrano de Bergerac. Ed è proprio un'analisi accurata
   della configurazione motoria del bacio la chiave di volta per
   capire appieno come il legame d'amore tra adulti sia assimilabile
   non solo nei suoi aspetti direttamente osservabili, ma anche nelle
   sue funzioni, ad un legame di attaccamento, cioè ad un legame
   che ha molto in comune su quello basato sul dare e ricevere, che
   lega l'adulto al suo piccolo.
   Forse molti ricordano un vecchio film di  Jean- Luc Godard
 ( Alphaville, n.d.r.) in  cui un durissimo Eddie Costantine, in
   missione interplanetaria,
   deve scegliere - dopo una pesante giornata di lavoro su un
   pianeta lontano dalla terra- tra la compagnia di una donna che
   gli offre solo amore sessuale - in silenzio - senza la possibilità di
   parlarsi e di confidarsi, e la compagnia di un'altra, che gli offre
   invece amore romantico, al un livello esclusivamente verbale e
   platonico. Eddie sceglie l'amore romantico ma poi, a poco a
   poco, finisce con il desiderare ardentemente di stringere tra le
   braccia quella donna e fare l'amore . Ma lei non può
   acconsentire: è costretta dalla legge a rifiutare qualsiasi contatto
   fisico perché nel suo pianeta ogni individuo è relegato - pena la
   morte - ad un'unica funzione e ad un unico ruolo. Ed è qui che
   Eddie " inventa " il bacio. La bocca, che parla di affetto, di
   solitudine, di protezione e di conforto appartiene al mondo dell'
   amore romantico. Eddie chiederà un bacio, nell'assunzione che
   quel bacio non potrà essere riconducibile ad una relazione
   puramente sessuale.
   Godard non aveva certo in mente le interpretazioni che gli
   etologi danno del bacio, ma vi era andato molto vicino. L'origine
   evoluzionistica del bacio - infatti - dà conto del fatto che il
   contatto delle labbra segnali la presenza di un legame
   sentimentale, di una relazione d'amore, che esprime tenerezza,
   affetto, protezione, più che un impulso puramente sessuale.
   Ai primordi della specie umana, il contatto bocca a bocca serviva
   a trasferire il cibo dalla bocca della madre a quella del piccolo.
   E questo modo particolare di " prendersi cura" da parte della
   madre, ma anche da parte del padre, questo dar da mangiare
   attraverso il bacio, è ancora presente in molte culture cosiddette
   primitive.  (...)


         Grazia Attili     da    Attaccamento e amore
  

lunedì 17 aprile 2017

CAPIRE IL DOLORE



E' sempre difficile trasformare in parole il dolore senza snaturarlo,
senza tradire il suo senso. Impossibile - forse - quando si tratta del dolore dell'uomo, del suo essere nel mondo. E' difficile soprattutto in una realtà che preferisce dimenticarlo, nascondendolo dietro ad un benessere illusorio o alla vacuità inconsistente dello spettacolo.
L' autore, qui si fa testimone del dolore, non per sistematizzarlo in aride teorie, ma per addentrarsi nella sua concretezza più viva, nel
suo manifestarsi più autentico e drammatico. Con umiltà e partecipazione, intraprende quindi un viaggio nella realtà del dolore. Nei luoghi specifici designati ad accoglierlo: gli ospedali, i
cimiteri, le prigioni, i manicomi, ma anche in ogni spazio in cui la violenza e la crudeltà dell'uomo erompono distruttive : i teatri di guerra, i lager, così come le città, impregnate di egoismo e indifferenza, e le famiglie, dove spesso si consumano tragedie silenziose. Il dolore non ha né spazi né tempi privilegiati: accompagna l'uomo in ogni fase di età, dall'infanzia alla vecchiaia,
e di volta in volta assume il volto della solitudine, dell'abbandono,
della colpa, della perdita, del silenzio, del limite.
Vano è tentare di eluderlo.
Ma proprio perché radicato nella nostra esistenza, il dolore, se accolto e non evitato nevroticamente, può aiutarci a scoprire i fondamenti di noi stessi e a impostare su questi un amore autentico e rinnovato per la vita.
Si può dare un senso al dolore solo accettandolo, solo condividendolo con i propri simili, senza la presunzione di capirlo o di guarirlo. Semplicemente riconoscendolo nell'altro come proprio o compatendolo ( cum patior- sopportare con ), cioè
soffrendolo insieme. (...)


            frida    (  Lettura di  Capire il dolore )

IL DOLORE DI PINOCCHIO

 
 

                                          
                                 Bambino -  Pinocchio


(...) Pinocchio è una storia straordinaria, piena di dolore.
      Pinocchio soffre terribilmente della sua condizione che - a ben
      guardare - è tremenda: è di legno e non di carne come tutti gli
      altri bambini; non ha un papà e una mamma, ma è nato da un
      vecchio falegname fallito che da un pezzo di legno inservibile
      ha tirato fuori- senza troppo talento  artistico - un burattino.
      In questa situazione Pinocchio sente troppo la sua diversità e
      cerca di reagire con la bugia: un artificio straordinario che
      invece viene colto moralisticamente come " peccato".
      La bugia è lo strumento espressivo della fantasia di Pinocchio,
      del suo desiderio di essere come gli altri, di farsi accettare
      raccontando di sé ciò che non è , ma che vorrebbe essere.
      Insomma, crea una dimensione ideale per scappare da un Io
      attuale che lo limita e non gli dà l'identità di bambino.
      E allora, come potrebbe andare a giocare coi bambini e a
      scuola per imparare a diventare grande?
      La bugia ha per Pinocchio quell'effetto straordinario che ha 
      per tutti i bambini che si percepiscono diversi e vorrebbero
      vincere la propria diversità: una conquista che sta prima di
      tutto nel desiderio. La bugia si accompagna sempre al
      proposito di non dire più bugie non appena chi la dice sarà
      diventato come gli altri e avrà raggiunto il loro stato, la loro
      condizione: nel caso di Pinocchio, quella umana.
      E' esattamente quanto accade agli adolescenti che, per entrare
      nel gruppo dei pari, sono disposti a fare di tutto pur di essere
      accettati e non rimanere soli, esclusi e privi di appartenenza.
      Sento un bisogno forte di fare un elogio forte della bugia dei
      bambini, di questa bugia che non provoca danno ad alcuno, ma
      serve solo per dare  la forza di seguire un progetto e di
      realizzare un sogno: nel caso di Pinocchio, quello di diventare
      un bambino e non essere più un burattino di legno.
      Pinocchio soffre moltissimo delle sue bugie: vorrebbe non
      raccontare frottole ma, a differenza degli altri - ( ingiustizia )
      deve fare molta fatica per vivere e se ammettesse di essere un
      povero e inutile pezzi di legno, tutti se ne andrebbero e lo
      abbandonerebbero.
      Ecco perché ha un atteggiamento ingenuo e credulone:
      poveretto, come farebbe a vivere se non avesse fiducia persino
      in quei cattivi che pure gli dimostrano interesse, addirittura
      gli prospettano vantaggi enormi: anche una promessa fallace
      come quella di arricchirsi seminando monete è comunque una
      relazione, sia pure strumentale.
      Se si è soli e diversi, si finisce per accettare anche l'inganno:
      è pur sempre un comportamento umano.
      Elias Canetti, in La rapidità dello spirito. Appunti da
      Hampstead , scrive : " E' meraviglioso pensare che si è intrisi
      di segreti; la cosa più bella che ci sia nell'imparare è che
      moltiplica i segreti. E le bugie sono segrete, anche se hanno le
      gambe corte e allungano il naso ".  (...)


      Vittorino Andreoli      da    Capire il dolore