domenica 19 novembre 2017

MARK E LA NOSTALGIA

 
 

L'esistenza scorre e ciò che resta è il ricordo di ciò che siamo stati. Poter sorridere del proprio passato è un lusso di pochi.
                                               


DAL LUNGO PARTY TRISTE

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo le ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell'esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
e il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una città in cui era stato prima delle guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo acredere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n'era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.

                             da     The Late Hour 



MARE NERO

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno,l'avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l'oscurità è diventata desiderio,e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell'altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire.
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

                 da    Man And Camel



FRAMMENTO DI TEMPESTA

Dall'ombra delle cupole nella città delle cupole,
un fiocco di neve - tormenta al singolare , implacabile -
è entrato nella tua stanza e si è fatto strada fino al bracciolo
della poltrona dove tu, alzando lo sguardo
dal libro, l'hai scorto nell'attimo in cui si posava. Tutto qui.
Niente altro che un solenne svegliarsi
alla brevità, al sollevarsi e al cadere dell'attenzione, rapido,
un tempo tra tempo, funerale senza fiori. Nient'altro
se non per la sensazione che questo frammento di tempesta,
fattosi niente sotto i tuoi occhi, possa ornare;
che qualcuno, tra anni e anni, seduta come adesso sei tu, possa dire:
" E' l'ora. L'aria è pronta. C'è uno spiraglio nel cielo".

                  da    Man And Camel


CIO' CHE RESTA

Mi svuoto del nome degli altri. Mi svuoto le tasche.
Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada.
Di notte metto indietro gli orologi;
apro l'album di famiglia e mi guardo bambino.

A che giova? Le ore hanno fatto il loro dovere.
Dico il mio nome. Dico addio.
Le parole si inseguono nel vento.
Amo mia moglie ma la caccio.

I miei genitori si alzano dai troni
nelle tasche delle nuvole. Come posso cantare?
Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e resto lo stesso.
Mi svuoto della mia vita e rimane la mia vita.


             da    Man And Camel


                  Mark   Strand



giovedì 16 novembre 2017

OGNI ISTANTE DEI NOSTRI INCONTRI

 
 

                                       Tu eri più ardita e lieve di un'ala d'uccello...


Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un'epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e più lieve di un'ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini e mi conducevi
oltre l'umido lillà dei tuoi possedimenti,
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia: le porte dell'iconostasi
furono aperte, e nell'oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi " Tu sia benedetta",
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione. Tu dormivi
e i lillà si tendevano dal tavolo
a sfiorarti con l'azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall'azzurro - le palpebre
stavano quiete - e la mano era calda.

Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e - Dio mio ! - tu eri mia.

Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,
e i discorsi s'empirono veramente
di senso, e la parola tua svelò
il proprio nuovo significato : zar.

Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici: il catino, la brocca - quando,
come a guardia - stava tra noi
l'acqua ghiacciata, a strati.

Fummo condotti chissà dove.
Si aprivano al nostro sguardo - come miraggi -
città sorte per incantesimo;
la menta si stendeva da sé sotto i piedi
e gli uccelli c'erano compagni di strada,
e i pesci risalivano il fiume
e il cielo si chiudeva al nostro sguardo.

Quando il destino ci seguiva passo a passo,
come un pazzo con il rasoio in mano.


     Arsenij Tarkovskij    da        Poesie scelte

mercoledì 15 novembre 2017

HERMANN HESSE

 
 

                              Versa su di me i grandi gigli dei tuoi notturni...


CHOPIN

A caso versa di nuovo
su di me i pallidi, grandi
gigli dei tuoi notturni,
le rosse rose dei tuoi valzer.

Intreccia ad essi il grave respiro
del tuo amore, che avvizzendo
diffonde profumi, e della tua fierezza
i garofani infuocati che ondeggiano snelli.




SOLO A ME, AL SOLITARIO

Solo a me, al solitario,
splendono le stelle eterne della notte,
mormora la fontana di pietra il suo magico canto;
a me solo, a me il solitario
le ombre colorate
di nuvole andanti cavano sogni sopra i canti.


         Hermann Hesse   da    Figlio di re



lunedì 13 novembre 2017

PRIMA UNA TERRA TERROSA

 
 


       Riemerge in lontane chiarità dalle sue latebre azzurre...e si sveglia, terra orciana....



PRIMA UNA TERRA TERROSA

Prima una terra terrosa,
poi un'altra, no, la stessa
improvvisamente ultraterrena.
Sono io in lei e la guardo.
Nella sua gibbosità, la guardo
perdutamente a Montepulciano o a Pienza
o è lei in me
ferma, tutt'uno col ricordo
e ben oltre di esso, tutt'uno con chi sa
che indefettibile sostanza?
E poi
quel suo profilo
senza limite o riposo
brucia sì, ma cosa -
la sua planetaria solitudine
o la mia consumata reminiscenza?
o niente, annullati l'uno e l'altra;
lei e io, equiparati a zero
da una celestiale algebra...


     Mario  Luzi    da   Per il battesimo dei nostri frammenti

ORCIA MISERIA ( Quando campare era un rimedio)1


(...) " Io non so ben ridir com'io v'entrai..."
        Prendo a prestito da Dante - ma quale toscano non lo fa? - un
        verso per narrare lo straniamento d' Orcia. E' la proiezione in
        un altrove dove il confine spazio- temporale svapora come le
        nebbie autunnali per collocare il viandante in un perpetuo
        adesso che è al medesimo istante, ieri, oggi e domani. Quasi
        che si fosse imbarcati su un pendolo percettivo che oscilla tra
        un attuale passato e un futuro remoto; quasi che l'inseguirsi di
        poderucci e rocche, di forteti e campi faticati, di colli e di
        rapide pianure non avesse una definizione netta, ma fosse un
        agglomerato di panorami che si fanno musivo- paesaggio.
        Dov'è il confine della Val d' Orcia? Come tracciarlo se questa
        femminea fessura delle terre di Siena è definita da un fiume-
        torrente che s'inorgoglisce di improvvise piogge fino a farsi
        precipizio liquido? L' Orcia pare riversarsi nell'oceano di
        vigne ondeggiati e di colli sabbiosi - dune ancor più all'
        apparenza vacue del deserto perché di lucore vestite - che
        sembra frangersi come uno tsunami contro la scogliera del
        cielo. E ancora: come percepire l'ingresso in una terra che
        tanto mutevole appare all'occhio da non riuscire a vedere
        l'unità sia pure approssimata per difetto? Sì, non so ben ridir
        com'io v'entrai. Perché ci sono capitato cadendo nel gorgo di
        una vertigine da Ripa d' Orcia; ci sono giunto a dorso di un
        criptico elefante ( così appaiono i grigi arcuati profili delle
        Crete, schiene di pachidermi che percorrono piste sotterranee
        e al loro lento incedere determinano il mutarsi del profilo
        della terra); ci sono sbucato dalla selva del " monte dei Lecci"
        quando, valicato il passo del " Lume Spento" s'intravede oltre
        i rovi e oltre le vigne il nastro rilucente e inquieto dell' Orcia
        che si increspa per la frenesia salmastra della foce. Perché
        l'ho desiderata dalla vetta dell' Amiata e traversati i
        castagneti, scavalcati i dossi di roccia, risolti i silvestri
        labirinti delle foreste ultramaremmane sono uscito fuori - dal
        pelago delle aspirazioni alla riva della concretezza - a
        contemplarne l'armonica complessità. E ogni volta non è un
        riandare, ma è un ritorno, una risacca geografica che scava
        interiormente e muta l'incontro con la Val d' Orcia . (...)


          Carlo Cambi  da  Orcia miseria ( Quando campare era un rimedio)

ORCIA MISERIA ( Quando campare era un rimedio) 2



(...) Si entra in questa soave trappola del paesaggio come il pesce
      va alla nassa: attratti dall'appetito intellettuale della ( ri )
      scoperta e risucchiati dalla malìa del divenire immoto dei
      profili terrestri, ci si trova impaniati  in una dimensione fino ad
      un attimo prima estranea, che poi si fa urgente e indispensabile
      sentimento di vita. Ecco: è nel preciso istante in cui i nostri
      occhi percepiscono il raggio grigio-verde-ocra nel saettare dei
      colori e della luce, qui hanno una frequenza ignota altrove che
     - si sa , si sente - prima ancora di apprenderlo da un cartello o
      da una voce, che si è entrati in Val d 'Orcia. Si entra per non
      uscirne più, perché questa terra penetra l'animo e lo marca con
      un'indelebile nostalgia.
      La Val d' Orcia non è un luogo, semmai è una condizione, è
      un'alcova leggiadra e aspra del sentire; è sì un angolo di
      mondo, ma prima di tutto è un universo intimo, interiore, dove
      non si viene, ma si è accolti; dove non si arriva, ma si capita;
      dove non si vive, ma si esiste; nel senso più pieno e profondo
      del condurre una presenza terrena con l'anima rivolta all'
      Assoluto.
     " Ogni altra vaghezza è di natura frutto", per dirla con Leopardi
      che se avesse solcato questa valle non atterrito dai briganti,
      forse non avrebbe maturato un pessimismo cosmico, ma
      piuttosto un ottimismo quotidiano dal cavare dalla terra ciò che
      serve a campare e dalla contemplazione del naturale ciò che
      sostanzia - appunto - un'esistenza.
      Si spiega così quello spleen d' Orcia che prende ogni uomo che
      qui abbia soffermato il cuore: è un abbraccio d'accoglienza,
      retaggio presentissimo della solidarietà contadina che
      avviluppa l'anima in un calore di ricordi; è l'insopprimibile
      desiderio di tornare a stupirsi di fronte a magnificenze
      architettoniche che hanno la potenza della discrezione e il
      fascino della misura; è - in ultimo - il coltivare l'intima
      consapevolezza che qui affondano remote radici e che esse si
      nutrono dal naturale perenne. (...)


        Carlo  Cambi   da  Orcia miseria ( Quando campare era un rimedio )
     

domenica 12 novembre 2017

IL SILENZIO

 
 

                                                  Allegoria del silenzio ( Paris Nogari )*



               "  Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere"

                           Ludwig  Wittgenstein  da  Tractatus

*Affresco del 1582 che si trova nella Sala degli Svizzeri nella Città del Vaticano. L'opera testimonia la volontà di ricordare il pericolo insito nella parola e la possibilità di commettere peccati. La cicogna con l'uovo in bocca, posizionata vicino all'uomo,non fa che rafforzare il concetto: dovendo portare il prezioso carico - il guscio contiene sempre un segreto - non può emettere versi, pena la distruzione dello stesso.

IL SISTEMA UOMO ( Secondo Jung )

 
 

                            "  Se non è maturo il tempo, è necessario commettere il peccato"


(...)  Il messaggio che Jung lascia all'uomo in via di trasformazione
       invita a tornare al proprio centro, perché lì l'uomo può trovare
       non solo il centro dell'universo umano, ma anche quello dell'
       universo cosmico.
       Coloro che ereditano il messaggio di Jung si impegnano ad
       operare in questa direzione: riportare l'interesse e quindi la
       visione dell'uomo dall'esterno all'interno, al proprio centro, 
       per scoprire nel processo di individuazione personale un
       momento di realizzazione del processo universale.
       Ma proprio perché la trasformazione individuale è momento
       della trasformazione universale, e quindi sociale, il movimento
       che ormai si è messo in atto non può restare nell'ambito
       privato dello studio analitico.
       L'inconscio collettivo non appartiene soltanto all'analista e al
       paziente che ne mediano il discorso: il suo pensiero raggiunge
       anche chi - senza alcuna mediazione - lo mette in atto. E,
       essendo la coscienza collettiva ancora al livello del sistema
       univoco, questo metterlo in atto risulta catastrofico.
       Le società degli uomini cominciano ad agitarsi, a dare segni
       violenti di un bisogno di trasformazione. Si ritenta il regicidio
       edipico. Qua e là si contesta l'autorità in nome dell'
       individualità; in alcuni luoghi si mette in scena un carnevale
       macabro che vuole falciare via con i  vecchi ruoli le persone
       che li rappresentano; in altri si scatena la guerra tra gli 
       uomini e le donne che vogliono rivendicare - gli uni a dispetto
       delle altre e viceversa - il diritto all'omosessualità, mentre
       della coppia coniugale non si deve più neanche parlare e ogni
       vincolo d'amore viene rotto dal diritto alla libertà del sesso.
       Si arriva ben presto a confondere la libertà individuale con l'
       inasprimento dell'egoriferimento e si fa appello all'
       immediatezza pulsionale come fosse la forza liberatoria dell'
       amore. E così si arriva anche a fare della rivendicazione del
       diritto personale la giusta molla della rivoluzione.
       Chi - in qualche angolo della terra - nel silenzio del proprio
       studio analitico - continua con fiducia a discorrere con l'
       inconscio, viene a sapere - dall'inconscio stesso - che sta per
       scatenarsi un diluvio universale.
       L'umanità ha forse troppo peccato ? (...)


  Silvia Montefoschi  da   Il sistema uomo ( Catastrofe e rinnovamento ) 

L'AMORE NON E' CIECO

 
 


              Cosa mai sarai tu che - se mi manchi - io resto sempre intenta al vento...



La belva che mi strazia ovunque io vada,
questa passione, questa obliosa brama
che mi soggioga al declinante autunno,
mi lascerà - saziata - in primavera.
Chiusa la piaga, sparirà la febbre,
in seno il cuore scioglierà il suo nodo;
prima che torni il picchio avrò scordato
il tuo sguardo, il mio oriente ed occidente.
Ma da un simile artiglio non sarò
mai più sicura, anche se amassi ancora:
lungo il mio corpo, vigile nel sonno,
tagliente al bacio, lieve alla carezza,
come una spada questa cicatrice
fra me e il turbato amante resterà.



La notte è mia sorella, io nel profondo
dell'amore annegata, giaccio a riva.
Acque ed alghe a fior d'onda mi lambiscono,
mi ferirà la draga e c'è di più:
lei, solo braccio teso dalla sabbia,
unica voce il cui respiro sento
a sgelarmi le nari, ad aprirmi la mano,
lei potrebbe avvisarti, se tu udissi.
Ma di certo è impensabile che un uomo
in sì dura tempesta lasci il quieto
focolare e si imbarchi al salvataggio
di un'annegata per portarla a casa,
sgocciolante conchiglia sul tappeto.
Buia è la notte, e per me piange il vento.



L'amore non è cieco. Basta un occhio
per vedere che non sei bello, oppure
quante donne lo sono. Vedo tutti
i tuoi difetti: gli occhi dilatati,
alta la fronte. Di principi estetici
sono troppo imbevuta, fin da piccola,
per poter liberare la mia mente,
dirti perfetto e amarti da morire.
Più sottile è il potere dell'amore :
ha tanta forza che dico " Non bello"
come dicessi " Non qua " o " Non là"
" Distesa" oppure " A scrivere una lettera".
So cos'è il bello di cui tutti parlano;
ma mi chiedo se sia così importante.


    Edna  St. Vincent Millay     da      L' amore non è cieco



sabato 11 novembre 2017

POEMAS DE AMOR 1

 
 

" Por sobre todas las cosas, amo tu alma. A través del velo de tu carne la veo brillar en la obscuridad: me envuelve, me trasforma,me satura, me hechiza."


(...) Alfonsina giunse a Buenos Aires nel 1912: aveva vent'anni, era
      in attesa di un bambino, nubile e sola. Alcuni mesi prima 
      aveva rinunciato al suo posto di maestra nella provincia di
      Santa Fe: rompeva contemporaneamente col suo passato e con
      le convenzioni morali della sua epoca. La città che scelse come
      meta stava attraversando un periodo di trasformazioni
      accelerate, prodotto dell' immigrazione e di alterazioni
      profonde nelle relazioni culturali e politiche. Quasi la metà
      degli abitanti di Buenos Aires era costituita da immigranti e
      questo impatto colpì soprattutto gli intellettuali indigeni che, in
      pochi anni, videro gli spazi ben definiti e pressoché privati del
      campo intellettuale modificarsi per intervento di scrittori dai
      cognomi sconosciuti e di origine incerta. Alfonsina è di questi.
      Nata a Sala Capriasca, nel Canton Ticino, nel 1892, era
      arrivata in Argentina coi genitori e i fratelli, quattro anni dopo.
      Ma Alfonsina è anche donna e, di conseguenza, gli ostacoli si
      moltiplicano: sconosciuta, madre nubile, senza uomini accanto
      a sé a legittimare il passato, i progetti letterari, il suo stesso
      operare, Alfonsina sceglie una via rischiosa e innovatrice
      rispetto ai percorsi tradizionali. Non negozia la sua
      accettazione col prezzo della sua libertà intellettuale o
      personale. Anzi, non annulla né la sua sessualità né la sua
      sensualità, tramutandole in centro tematico della sua poesia.
      (...)


            Alfonsina Storni    da     Poemas de Amor

POEMAS DE AMOR 2



(...) La sua poesia non è soltanto sentimentale, ma anche erotica;
      la sua relazione con la figura maschile non è soltanto di
      sottomissione o di lamentela, ma anche di rivendicazione della
      diversità; gli spazi della donna, le sue azioni e le sue qualità
      appaiono rinnovati rispetto alle tendenze della morale, della
      psicologia delle passioni e della retorica convenzionali.
     " Io sono come la lupa", scrive Alfonsina in  La inquietud del
      rosal, rivendicando la sua eccezionalità e invitando le altre 
      donne a collocarsi in questo luogo che è solitario sì, ma anche
      indipendente e unico :

      Io sono come la lupa. Me ne vado sola e rido
      del branco. Mi guadagno il cibo ed è mio
      dovunque sia, poichè ho una mano
      che sa lavorare e un cervello sano.

      Chi mi può seguire venga con me,
      ma io me ne sto ritta di fronte al nemico,
      la vita, e non temo il suo impeto fatale
      perché ho sempre un pugnale pronto in mano.

      Il figlio e dopo io e dopo... quel che sia!
      Quel che prima mi chiami alla lotta.
      Talvolta l'illusione di un bocciolo d'amore
      che so sciupare prima ancora che diventi fiore.

      La donna della poesia si identifica per tutta una serie di
      attributi, azioni e proprietà tradizionalmente legati alla
      mascolinità. Qui sta la forza ideologica per la conquista di
      altri ruoli e poteri: indipendenza rispetto all'uomo nella
      riproduzione delle condizioni materiali di vita; autonomia nel
      mantenimento di se stessa e del figlio; sufficienza nella difesa
      dal mondo; affermazione dell'intellettualità; rivendicazione
      della violenza a propria difesa; indipendenza nelle relazioni
      sentimentali. Tutti questi tratti pionieristici per l'epoca e spie
      di uno stadio " selvaggio" della liberazione femminile, 
      delineano un'immagine di donna che - pur ricorrendo alla
      retorica tardo - romantica - in definitiva ne contraddice l'
      ideologia esplicita. Alfonsina lavora con gli espedienti poetici
      che conosce, ma deformandone i contenuti ideologici.  (...)


           Alfonsina Storni   da       Poemas de Amor 

POEMAS DE AMOR 3



(...) Il successo di Alfonsina è una rivendicazione non solo della
      propria storia, ma anche  di quella delle sue consorelle. Con
      una materia comune dell'esperienza non si limita a desiderare
      o a lamentare: ironizza, accusa, consapevolizza. Reclama per
      sé - in quanto donna - i diritti dell'uomo: innamorarsi
     fisicamente, sottolineare il desiderio come aspetto fondamentale
      di una relazione, desiderare pur non amando, prendere l'uomo
      e decidere quando lasciarlo. Traccia un profilo di donna
      cerebrale e contemporaneamente sensuale, rendendo più
      complesso l'archetipo femminile che va ben oltre la donna /
      saggia, la donna / angelo e la donna / demonio.
      Giustamente l'elaborazione di una figura femminile più
      integrata, è una delle chiavi del successo immediato e durevole
      di Alfonsina. La donna integrata presenta nella sua poesia un
      elenco di rivendicazioni e diritti basati su autodeterminazione
      e autosostentamento. E' una figura identificatoria che si 
      delinea :

       Potrebbe darsi che tutto ciò che in versi ho sentito
       altro non fosse che quello che mai ha potuto essere,
       altro non fosse che qualcosa di vietato e represso
       di famiglia in famiglia, di donna in donna.

      Alfonsina scrive quel che si proibisce e si reprime. Lei è " colei
      che incompleta vive sempre la sua vita " e ipotizza le ragioni
      di questa incompletezza culturale e fisica. Per questo è in grado
      di esprimere e di rivendicare le sue consorelle, di dire quel che
      non si dice. Anche perché la superiorità maschile nella sua
      poesia si presenta incerta, Alfonsina corregge alcuni tòpoi
      della letteratura erotica secondo la prospettiva di una donna
      che ha appreso e ne sa più dell'uomo :

      INGANNO

      Sono tua, Dio sa perché, giacchè capisco
      che domani mi abbandonerai freddamente
      e che, oltre l'incanto dei miei occhi, ti vince
      l'incanto del desiderio, ma non mi difendo.

     Aspetto che un giorno qualunque tutto questo finisca,
     poiché intuisco subito ciò che pensi o vuoi.
     Con voce indifferente ti parlo di altre donne
     e tento anche l'elogio di qualcuna che fu tua.

     Ma tu sai meno di me e - un poco orgoglioso
     che io ti appartenga - nel tuo gioco ingannevole
     persisti con arie da attore padrone della parte.

     Io ti guardo tacita col mio dolce sorriso
     e quando ti entusiasmi, penso: non affrettarti,
     non sei tu che mi inganni; chi mi inganna  è il mio
     sogno.  (...)
   
    

    
      Alfonsina Storni   da   Poemas de Amor

giovedì 9 novembre 2017

RITORNO

 
 


                " Quando camminerete sulla terra dopo
                   aver volato, guarderete il cielo, perché
                   là siete stati e là  vorrete tornare. "


                               Leonardo da  Vinci


venerdì 20 ottobre 2017

CADENZA D'INGANNO

 
 

   
                Cosa ti piace di me: una volta - per ridere - ho detto il cappellino                             


COSA

Mi chiedi " cosa ti piace di me, cosa
più del resto". Una volta, per ridere,
ho detto il cappellino" Però pensando
la schiena, le ginocchia: e al labbro di sopra che quasi
non tocca quello di sotto: e come
s'impenna liquido, scatta il tuo profilo.
Ma ancora più la faccia che non sai d'avere
dopo aver fatto l'amore, netta per saliva e sudore,
a una calma che c'era rifiorita.





LE VOLTE

Dei rimproveri che mi fai ( certi
non li discuto)
ce n'è uno quando arriva che fa
male come il freddo sulle dita - quando
commenti soave " che brutto amore abbiamo fatto" o
peggio " stavolta
l'amore l'hai fatto solo tu: come un ragazzino". Morte
dal basso, asciuga saliva come se portasse
via tutte le volte buone. E dire che tengo
più alla tua gioia che alla mia; a momenti vorrei
essere una donna per toccarti meglio, con più dolcezza.




SUPINA

Se ti metti supina
diventa - calmandosi - solo dolcezza
il peso del tuo seno. Di colpo non c'è
bisogno di nasconderlo, non si può più giocare perché
è tenero e spento
e innocente e basta.





GENERALMENTE

Eppure
non ci credo, d'accordo ma non riesco a crederci a
pensare che lui
ieri o domani o in un punto qualsiasi del tempo dello
spazio generalmente qualcuno
abbia cose da dirti progetti ipotesi fa formulare su
cose che io solo furbo che sono
posso capire in
parte avendole inventate al limite - su come
sono precise sottili alle giunture le tue braccia e il muso

e muso e ginocchia da bambina, anima mia.



        Giovanni  Raboni    da      Cadenza d'inganno


mercoledì 18 ottobre 2017

CANZONETTA MORTALE

 
 


                                                                    The Embrace  (   Egon Schiele )


                    Solo questo domando: esserti sempre
                   - per quanto tu mi sei cara - leggero.


                                 Giovanni Raboni    da    Canzonette mortali

CIRCOLAZIONE A PIU' CUORI ( Introduzione )



Un Manganelli che non ti aspetti, pieno di attenzioni, di tenerezza, di affetti : un ossimoro vivente. Nelle lettere : alla fidanzata ( poi moglie ), alla madre, al fratello, alla cognata, Manganelli rivela i suoi sentimenti più teneri e profondi, quelli che poi per tutta la vita cercherà disperatamente di negare, demonizzandoli, quando non irridendoli.
Lettere tenerissime, testimonianza di un amore profondo quanto inutile; lettere paterne scritte da chi ignorava perfino il significato della parola " famiglia"; lettere consolatorie piene di una fortissima religiosità scritte da chi si era sempre professato ateo.
Un aspetto impensato e impensabile di uno degli scrittori del Novecento fra i più originali; ironico e talora dissacrante.


              frida

The mind on the ( re ) wind

 
 
 
                         Sentire come tutto il nostro male si annienta nella vicinanza...

CIRCOLAZIONE A PIU' CUORE 1



LA FAVOLA BELLA ( ALLA FIDANZATA FAUSTA )

7 Luglio 1944


Mia carissima Fausta,
sono le cinque del pomeriggio; tra un'ora è il nostro tempo, ma oggi vi sarà silenzio fra gli argini e l'erba resterà delusa sotto il sole inutile.
Sono qui, a casa mia, solo : da pochi giorni il comando americano l'ha lasciata libera e io vi subentro. La casa è vuota e la mia presenza raccoglie intorno a sé ricordi e voci, un modo dissolto e dolce.
E tu così giungi a me - Fausta - e non mi lasci : tu, presente e assente, ti muti in immagine, in voce, in una forma lieve e indistruttibile.
Mentre ti scrivo non sono triste: piuttosto una malinconia affettuosa, come un'ansia contenuta di carezze che non ti possono raggiungere. Sei lontana - sai - lontana " come Iddio nel Paradiso". E non mi resta che un insistere nel chiamarti, nel dire il tuo nome. Lo dico come prima ti accarezzavo i capelli, ti parlavo, per sentirti viva e presente. Ma la tua assenza è dissolta nell'aria in cui vivo: sono con te - ora - e sempre sarò con te . La tua cara voce, affettuosa e lontana, è qui vicina, anche se non afferro le parole, forse perché tu parli volta altrove, pur parlando a me.
Non sono ricordi che affiorano: è piuttosto una memoria diffusa e fuori del tempo, la mia: tu esisti penetrata in me, nel mio sangue, nel mio esistere. Ora ho sentito con un'intensità silenziosa e profonda quanto tu mi sia legata: la tua assenza mi insegue, il mio non trovarti nell'immensa città mi lascia disperso. E alla insensata dolcezza del mio chiamarti, tu rispondi col tuo sorriso quieto e distante, il volto piegato in avanti.
Mia cara, questo è il mio parlare con te, nella sera morbida e serena. Morbida e serena come le sere sugli argini, tra i binari e la radura, quando la luce si stendeva così buona su di noi, così affettuosa.
E ancora vorrei stringerti a me - come allora- in silenzio e sperduto: sentire la tua testa sulla spalla, il tuo fiducioso riposarti.
E stare vicini - così - e sentire, come allora, come sempre, tutto il nostro male che si dissolve in quella vicinanza, che si annienta nel quieto miracolo delle mani che si stringono, delle teste appoggiate.

Ti bacio e abbraccio con infinito affetto

                        Giorgio


   Giorgio Manganelli   da  Circolazione a più cuore ( Lettere familiari )

CIRCOLAZIONE A PIU' CUORI 2


LETTERA A CIOLINA ( MOGLIE FAUSTA )

9 Aprile 1946

Mia Ciolina,
sapesse mamina che magone ha Cinaglia da che è solo! E' sperduto come un uccellino che non sa ancora volare. Si sente spaurito, e guarda in giro nel nido con gli occhietti spaventati e guarda fuori per vedere se arriva mamina, a portargli il suo cibo d'affetto di cui ha tanto bisogno.
Si sta ben male, qui soli! Viene proprio  il mal di cuore, la malinconia e l'insonnia. Ciolina, lo sai che Cinaglia lontano da mamina deperisce e muore? Proprio così: come un fiorellino senza sole, un uccellino senza nido, un filo d'erba senza rugiada. Sento nel cuoricino un'ansia, un'inquietudine, e se Ciolina vedesse come sono supplichevoli i suoi occhini, certo non resisterebbe e arriverebbe di corsa, tutta spaventata e commossa.
Bene Cinaglia? Lui te ne vuole tanto, che questi giorni sembrano un tormento quotidiano, un'angoscia lenta e deprimente.
Sei la mia vita - tu - la mia gioia, la mia serenità: perché non lasciano Cinaglia dalla sua Ciolina?. Lui ha paura a star solo, e poi piange. Si sente sperduto. Il mondo è grande, e non c'è felicità che con Ciolina.
Io lavoro tanto, ma penso tanto a una piccolina, bellina come la stellina, e buonina come un angiolino e lontana come la stellina.
E pensa tanto tanto, perché vuole vuole vuole che Ciolina venga presto da lui, più presto che può, veloce come un fulmine.
Ce no me muoio.
Vieni più presto che puoi

                           Tuo Ciolino Cinaglia


  Giorgio Manganelli  da  Circolazione a più cuori ( Lettere familiari )

CIRCOLAZIONE A PIU' CUORI 3



L'ALTRA PARTE DELLA VITA : LA MADRE

Roma, 6 Dicembre 1956

Cara mamma,
dunque sarò da te sabato 22 o domenica 23. A Parigi non ci vado ( fa freddo ) e passeremo un buon Natale insieme. La mia salute va assai meglio e rispetto allo scorso anno non c'è paragone. Infatti lavoro gagliardamente.
Tu mi chiedi con somma urbanità delle poesie: io le ho lette una volta sola trovandole in genere veramente buone e anche talora più che buone: ma il fatto è che non le ho rilette come volevo, prima perché non stavo ancora bene, poi perché - stando bene - mi sono messo a lavorare disperatamente, ad un punto che in questi ultimi mesi ero libero solo quando ero stanco. Ad ogni modo se ne parlerà presto. Io verrò da te con un vestito nuovo e anche un cappello - l'ho comprato il 1 dicembre. Martedì prossimo farò ingresso all' Università e aprirò un seminario di letteratura inglese. Carino, no? E poi inaspettato. E io assai me ne compiaccio.
Ti abbraccio e bacio fortemente in attesa di vedervi tutti 

       Giorgio

 
   Giorgio Manganelli  da  Circolazione a più cuore ( Lettere familiari )
 

CIRCOLAZIONE A PIU' CUORI 4


LETTERA AD UNA COGNATA IN MORTE DEL FRATELLO

Roma, 29 Maggio 1973

Cara Angiola,
eccomi di nuovo a tentare un'appendice al viatico. Ho parlato con te pochi minuti fa, e già avevo parlato ieri, lunedì. Entrambe le volte ti ho sentita in grande amarezza; al telefono non si parla bene
di certe cose, perciò ti scrivo.
Una volta ti dicevo che il lutto è una grande tentazione; la tentazione - direi la gola - del proprio dolore; qualcosa che ci esclude dagli altri, ci marchia e segna, e insieme ci privilegia; anche la malattia è una tentazione, quel male che ci colpisce e che noi non siamo tenuti né a capire, né a sciogliere; e il lutto può essere una malattia. E tuttavia lutto e malattia sono anche errori.Quando ti sento dire:" Dicono che il tempo aiuta, ma lo vedi che non è vero", riconosco l'errore della malattia e del lutto. Se tu vivi la separazione dalla persona amata come un dolore privato, un
dolore che ti ha e che tu tieni, un dolore di cui sei gelosa e che è geloso di te, un dolore che non ti consente di amare altro che lui, il
dolore per cui tutta la capacità di amare è risucchiata dal suo buco oscuro e lì scompare, come un'acqua furibonda ma indifferente alla terra che ne ha bisogno, allora il dolore è enorme ed è inutile.
Non lo puoi dividere con nessuno: nessuno può sedersi vicino a te e mangiare con te; il dolore resta dolore - ogni giorno  che passa -
e non diventa altra cosa; la mutilazione non dà luogo a nessuna crescita; il dolore non è neppure comune alle altre persone che con te ne partecipano e tu te ne cibi in solitudine o, quando la sua gelosia diventa intollerabile, ne fuggi; pensi che forse il tempo potrà abituarti alla compagnia dell'assenza; ma in quel momento esso è un male, una crescita notturna, qualcosa di aspramente sterile. Quando il destino ci separa da una delle forme che ci hanno consentito - in questa breve vita - di sapere che cos'è l'amore, allora dobbiamo imparare a conoscere l'amore nella sua forma assoluta, nella forma in cui l'essere noi stati amati era una manifestazione, come l'avere noi amato.
Avere conosciuto una persona capace di generare amore in modo così caldo e disinteressato, è un privilegio che tu hai avuto più di noi tutti, sebbene anche noi ne abbiamo partecipato. Ma è ora che la qualità tremenda del privilegio si riveli, ora che la sua violenza dolorosa è di pari intensità della sua ricchezza vitale. La scomparsa di Renzo lascia libera la forma assoluta dell'amore, che in nessuna vita può apparire se non come luce provvisoria. La tua solitudine è amara, ma non c'è mai stata illuminazione senza croce, anzi senza crocefissione. Se tu cercherai di assorbire il tuo dolore direttamente, come tale, senza trasmutarlo, non ci riuscirai e soffrirai ininterrottamente; potrai soffrire di meno solo diminuendo l'intensità della crocefissione; ma il dolore deve insieme restare intero e trasmutarsi: allora non spererai nel tempo e non ne avrai bisogno perché con un dolore fecondo si può vivere una vita, e val la pena di viverla.... (...)

              Giorgio


     Giorgio Manganelli    da   Circolazione a più cuori ( Lettere familiari )


martedì 17 ottobre 2017

PERCHE' LA GUERRA?



(...) Alla domanda di Albert Einstein su come ottenere la pace,
      Freud risponde piuttosto " Perché la guerra?" e coglie
      l'opportunità per precisare le sue ideologie sulla guerra e sull'
      aggressività. La maggior parte del testo è dedicata al posto che
      la guerra ha nella civiltà e all'esame dei meccanismi che la
      provocano. " Tutto ciò che favorisce l'incivilimento lavora
      anche contro la guerra.": il testo si conclude così, mettendo in
      gioco una serie di opposizioni di termini, due a due: la cultura
      e la guerra, la civiltà e la distruzione, la pulsione e il legame
      sociale. Tali opposizioni si incontrano in differenti forme a ogni
      pagina e mostrano contemporaneamente un certo intreccio di
      significanti, o meglio una continuità fra significanti
      apparentemente antinomici. Il diritto e la violenza, la guerra e
      la pace, la forza e la legge, l'aggressività e la sua sublimazione,
      il pacifismo e il militarismo, l'uomo civile e l'uomo primitivo,
      l'istinto e l'educazione, gli interessi personali e quelli collettivi,
      il privato e il comunitario, l'individuo e il gruppo, l'individuo e
      la massa, l'odio e l'amore, la pulsione e i suoi destini, Eros e
      Thanatos.
      Freud propone queste coppie di opposti, che in effetti sono -
      più profondamente - termini legati l'uno all'altro, oppure
      derivanti l'uno dall'altro. L'uno non c'è senza l'altro, e questo
      legame ci è di insegnamento. La separazione e l'opposizione
      tra le nozioni sono evidenti, - ma nel profondo - si osserva fra
      le coppie di opposti un legame, una combinazione.
      La differenza si accompagna ad un profondo intreccio, il
      rovescio appare piuttosto come un dritto, dato che ogni 
      termine procede dall'altro, al quale tuttavia si oppone, dal
      momento che un essere pulsionale non arriva a collocarsi all'
      interno della civiltà e del legame sociale se non per il fatto che
      civiltà e pulsioni perseguono intimamente lo stesso scopo.
      Dopo aver esaminato cinque modi possibili e insoddisfacenti di
     " liberare gli uomini dalla fatalità della guerra", attraverso il
      Diritto  , il Disimpasto delle pulsioni , la Rimozione ,  l'
      Esacerbazione del conflitto , il Trattamento dell'identificazione,
      cioè dell' Amore , Freud propone una risposta tramite la
      cultura che non ci appare però priva di pericoli e di difficoltà
      di comprensione. Le differenti modalità di allontanamento
      dalla minaccia della guerra sono esaminate da Freud a partire
      da due opposti logici, da due strumenti di dualismo pulsionale e
      la topologia Dentro / Fuori.
      Questi si compongono fra loro e dalle loro diverse
      combinazioni scaturiscono le soluzioni indicate. Freud esamina
      ciascuna delle cinque possibilità e poi le ricusa come
      insoddisfacenti e incapaci di assicurare la pace. (...)


           Marie Hélène  Brousse   da   Guerre senza limite

Dal fronte non è più tornato

 
 

              " Ha iniziato a mancarmi solo quando l'ho perso..." ( E. Finardi )

GUERRE SENZA LIMITE


IL SIGNIFICANTE CAUSA DI GODIMENTO

(...) Molti criminali di guerra hanno testimoniato rispetto al fatto
      che non facevano che eseguire gli ordini del discorso del
      padrone ( o dell'ideologia ) cui aderivano, senza voler
     riconoscere la parte di  soddisfazione tratta da queste azioni.
     Certo - forse - non godevano della sofferenza che infliggevano
    ( ed è ancora da vedere! ) o dell'angoscia negli occhi delle loro
     vittime. Ma, dice Lacan " non c'è nessun bisogno di una tale
     ideologia perché si costituisca il razzismo, basta un plusgodere
     che si riconosce come tale ". Una volta ripetuto - come un
     mantra lo slogan, o pronunciato il nome di un altro - la
     soddisfazione è raggiunta.
     E proprio perché siamo esseri di linguaggio che siamo dei
     soggetti umani. Dalla guerra all'abuso, siamo sempre degli
     uomini, tanto più se inventiamo dei metodi per uccidere. Tutto
     ciò che intraprendiamo per distruggere è un prodotto della
     nostra umanità, nel senso del neologismo di Lacan, di
     parlesseri , esseri che parlano. " Della nostra posizione di
     soggetti siamo sempre responsabili. Lo si chiami  - dove così
     si vuole - terrorismo, segnala Lacan. Il significante padrone
     che ordina il discorso, può altrettanto bene organizzare la
     civiltà e distruggerla. Il linguaggio è al tempo stesso ciò che
     civilizza, e ciò che isola. Il lavoro permanente della lingua e
     di ciò che vuol dire per ciascuno, è quello che permette di
     regolare il godimento. (...)


       Marie Hélène Brousse    da    Guerre senza limite