mercoledì 30 novembre 2016

CONVERSAZIONE FRA LE ROVINE





Vieni a gran passi per il portico della mia casa elegante
con le tue furie selvagge, disturbando ghirlande di frutti
e i favolosi liuti e i pavoni, lacerando la rete
di ogni decoro che imbriglia l'uragano.
Ora è crollato il ricco ordine di mura; gracchiano i corvi
sulle rovine spaventose ; alla luce tetra
del tuo occhio aggrondato, la magia fugge
come strega atterrita dal castello al nascere dei giorni veri.

Colonne infrante incorniciano panorami di rupi;
mentre tu in giacca e cravatta sei ritto in posa eroica, io siedo
composta in peplo e chignon alla greca,
inchiodata al tuo nero sguardo, la commedia fatta tragedia:
in un tale sfacelo di ogni nostro bene
quale cerimonia di parole può rappezzare la devastazione?



    Sylvia Plath   da    Tutte le poesie



                 
         


Les feuilles mortes

 
 


    IL vento del Nord porta le foglie nella fredda notte dell'oblio...    

martedì 29 novembre 2016

NON E' PIU' COME PRIMA 3 ( ...Gratitudine )

 
 

                                                    Perdono e gratitudine



(...) Il circolo negativo dove la spinta aggressiva generata dall'
      angoscia di morte ritorna sul soggetto come sentimento
      persecutorio e ostilità, avversione distruttiva del mondo, è
      chiamato da Melanie Klein  " schizoparanoide". Si tratta di un
      impaludamento speculare, rispetto la quale la gratitudine
      introduce un salto simbolico.  Diversamente dall'invidia, la
      gratitudine sorge dal riconoscimento del danno provocato all'
      oggetto d'amore spietatamente aggredito a causa della sua
      alterità e autonomia. L'angoscia psicoparanoide difronte alla
      minaccia dell'oggetto leso dall'invidia e pieno di rancore acido,
      si trasforma in una nuova preoccupazione, questa volta non più
      causata dalla violenza persecutoria dell '  oggetto, ma per
      l'oggetto, per averlo potuto ferire, danneggiare, distruggere.
      Questo significa che la gratitudine sa riconoscere il debito
      simbolico nel confronti dell' Altro e saluta come una festa il
      ritrovamento dell'oggetto nella sua alterità. Mentre nell'
      angoscia persecutoria il soggetto è aggredito dall'oggetto e
      teme la sua ritorsione, in quella depressiva, da cui scaturisce
      la gratitudine, esso si mobilita positivamente verso  l'oggetto,
      riconosce quello che ha ricevuto dall'oggetto stesso e tutto
      quello che ad esso deve. In questo senso l'emergere dei
      sentimenti di gratitudine verso l'Altro segnala la fine dell'odio
      invidioso e la possibilità di un nuovo inizio. Quando le nebbie
      dell'invidia si diradano, può sorgere il sentimento nuovo della
      gratitudine ( in termini lacaniani essa non è che il
      riconoscimento della nostra provenienza dall' Altro, il dono
      ricevuto dal linguaggio, del dono della vita e della parola
      che viene dall' Altro ).  (...)


Massimo Recalcati da    Non è più come prima ( Elogio del perdono nella vita amorosa )


NON E' PIU' COME PRIMA 2 ( Perdono e ..... )

 


                                               Con disperata  gioia



(...) Il lavoro del perdono riconosce l'alterità dell'Altro come
      inassimilabile alla nostra identità, ruota attorno alla sua 
      libertà irriducibile, riconosce la piega che non si può lisciare,
      l'increspatura, la rugosità della parete dell' Altro, la distanza
      che separa il reale dall'oggetto amato da ogni sua
      rappresentazione ideale. L'interruzione della presenza dell'
      amato spinge di nuovo - come il primo colpo per il
      torturatore raccontato da Jan Améry - il soggetto verso il buio
      pesto della notte. Per questo il perdono è un lavoro che può
      avvenire solo in solitudine: palpare con incertezza e alla cieca
      il corpo dell' Altro - divenuto straniero - per arrivare alla fine
      a riconoscerne nuovamente l'identità. Questo movimento verso
      la notte offre la chance di attraversare la bolla narcisistica
      della nostra immagine ideale, di estrarsi dall'abbandono
      assoluto ancora una volta. Il lavoro del perdono può diventare
     - come talvolta diventa - un'occasione per provare a fare un
      passo al di fuori delle sabbie mobili del narcisismo.
      L' orgoglio dell' Io tenderebbe a rendere impossibile questo
      lavoro, a respingere la violenza dell'offesa, ma proprio per
      questo nulla come l'esperienza del perdono - quando davvero
      avviene - mostra il limite della visione freudiana dell'amore
      come accecamento e come pura illusione immaginaria.
      L' Altro non è qui lo specchio buono che riflette le parti
      migliori di me stesso offrendo un rifornimento libidico che
      arricchisce il mio narcisismo, né è ridotto, come quando se ne
      va, ad uno specchio infranto che non restituisce più nulla e
      che diviene oggetto d'odio e di repulsa. L'innamoramento come
    " concupiscenza mentale ", secondo una definizione di Lacan,
      che ci lega alle virtù illusionistiche e persecutorie dello
      specchio, lascia il posto ad un altro amore. Il lavoro del
      perdono non si nutre dell'infatuazione narcisistica della
      propria immagine ideale, ma viene dall'abisso del trauma dell'
      abbandono; non confronta il soggetto con l'immagine ideale
     dell' Altro, ma con la sua alterità più spigolosa, con il reale
     più reale dell' Altro. Se l'innamoramento si soddisfa del
     potenziamento dell' Io, il perdono conduce al di là dell' Io e ci
     accosta al mistero della totale ingovernabilità dell' Altro, al suo
     essere irriducibilmente straniero, eteros.   (...)


  Massimo Recalcati  da    Non è più come prima( Elogio del perdono nella vita amorosa )


               

NON E' PIU' COME PRIMA 1 ( L' Impossibilità di perdonare per amore )

 

                                                     Tema d'amore disperato



(...) Per l'amore narcisistico il lavoro del perdono è impossibile
      perché la delusione provocata dall' Altro genera una tale
      ferita dell' Io che l'oggetto non può più esercitare la sua
      funzione di sostegno ideale. Tuttavia l'impossibilità del perdono
      non conosce solo questa versione. Quando l'impossibilità di
      perdonare non deriva da un'offesa narcisistica, essa può avere
      la stessa dignità del perdono. Entrambe le esperienze - il
      perdono e l'impossibilità del perdono - possono essere in un
      rapporto stretto con l'impossibile. L 'impossibilità di perdonare
      non è di serie B rispetto alla serie A del perdono riuscito; non
      è il semplice fallimento del perdono. Anche l'impossibilità del
      perdono può essere una manifestazione radicale dell'amore :
      impossibilità di accettare lo spergiuro, il tradimento,
      l'abbandono della promessa non per difendere un Ideale
      astratto, una versione solo platonica e idealizzante dell'amore,
      o, peggio, dell'immagine del proprio Io. Può essere impossibile
      perdonare perché non si vuole venir meno alla grandezza dell'
      incontro che si voleva per sempre. Qualcosa si è rotto e rifiuta
      ogni aggiustamento. " Non è più come prima" non è solo la
      sentenza di chi abbandona o tradisce o, più semplicemente ,
      non ama più, ma può diventare la risposta di chi ha dovuto
      subire la ferita dell'abbandono. Anche per chi ha subito il
      trauma non può essere più come prima : l'ombra dell'infedeltà,
      del tradimento della parola, dello spergiuro rende l'Altro
      inaffidabile, irriconoscibile, estraneo, diverso da quello col
      quale si era vissuta l'esperienza nuova del mondo.
      L'impossibilità del perdono può essere un altro modo col quale
      si manifesta il carattere assoluto dell'amore, rispetto al quale
      il perdono può apparire come una via più facile che
      condurrebbe ad adattarsi  a qualsiasi cosa ( il tradimento )
      che contraddirrebbe alle radici questo amore.
      In questo senso viene rifiutata ogni versione in malafede del
      perdono perché si può perdonare per paura di perdere l'
      l'oggetto amato, per preservare e difendere l'ordine familiare,
      per non introdurre strappi troppo dolorosi o impegnativi nella
      propria vita. In tutti questi casi non c'è stato effettivo lavoro,
      ma una " fuga" nel perdono ( nel senso clinico in cui Freud
      parlava di " fuga nella guarigione" ) per evitare l'incontro
      angosciante con la propria solitudine e con la perdita dell'
      oggetto amato.
      L ' impossibilità di perdonare può essere grande come il
      perdono. L'oggetto che ci ha ferito è vivo, è ancora una
      presenza, sebbene questa presenza si sia corrotta, alterata,
      trasfigurata, si sia rivelata altra da come la pensavamo. Nell'
      impossibilità del perdono questa stessa presenza diviene un'
      assenza, un non-essere, un morto che non può essere 
      rianimato. Io decido che è davvero la fine e che le nostre vite
      non si ritroveranno più. In questo caso il lavoro del perdono
      viene sostituito da un vero e proprio lavoro del lutto: per me
      è morto, non esiste più: tutto è finito .  (...)



Massimo Recalcati   da   Non è più come prima ( Elogio del perdono nella vita amorosa )
          














                         

lunedì 28 novembre 2016

MADAGASKAR, CHE PASSIONE! ( 8 )

 
 

                                                         Folklore  malgascio


 
 
La danza del coccodrillo

 
 
Trucco

MADAGASKAR, CHE PASSIONE! ( 7 )

 
 
 
 
Scene di vita


                                                               Sonno


 
 
 Tovaglie  artigianali

MADAGASKAR, CHE PASSIONE! ( 6 )

 
 
 
 
Al  mercato



                                                Capanna  tipica

 
 
Giostra di cavallini

MADAGASKAR, CHE PASSIONE! ( 5 )

 
 
 
 
Che  occhi!

 
 
Lemure  con  banana

 
 
Slurp...slurp...

MADAGASKAR, CHE PASSIONE! ( 4 )

 
 
 
 
Lavare i panni al fiume

 
 
Imbarcazione  tipica

 
 
Scia

MADAGASKAR, CHE PASSIONE! ( 3 )

 
 
 
 
Bananeto

 
 
Contrasti al  tramonto

 
 
Gibù  e  la raccolta delle  alghe

MADAGASKAR, CHE PASSIONE! ( 2 )

 
 
 
 
Bambini a scuola



                                                 Bambini  del  villaggio

 
 
Bimba  malgascia

MADAGASKAR, CHE PASSIONE!

 
 
 
 
Arcobaleno malgascio
 
 
                                                   Tramonto a Mont Passot 


 
 
Tramonto sui laghi

Sundown in Madagaskar

 
 
 


                                             Suoni  e  colori  d' Africa

domenica 27 novembre 2016

VESTIMI D' AMORE



Spogliami di buio nel respiro che mi veste
quando mi piego sospesa in questo vivere
una solitudine che è soltanto mia.

Mordi questa paura che increspa il fiato
e lascia cadere il silenzio sui miei occhi
vestendo la pelle della tua assenza.

Cullami in una litania di carne
in questo meriggio di vetro opaco
che ferma il tempo dei brividi sottopelle

e si scioglie in una lontananza che brucia
come sole allo zenit.


            frida

Piensa en mi

 
 
 


                                            Non ho bisogno di nulla senza te

sabato 26 novembre 2016

IO IN FOTOGRAFIA




Così questa sono io. Nel campo dopo che ci perdemmo.
Ho gli occhi rivolti in alto a destra
e la bocca un po' aperta.
Forse ho sempre quest'aspetto.
Forse è un'espressione di sorpresa
perché sono ancora al mondo, per non parlare
di quella svolta sbagliata che portò a una quercia
( voglio dire foglia, foglia ); erba alta ( voglio dire
pizzicore da fieno); la caviglia incerta ( voglio
dire il mio vecchio caro dolore ); il sapore caldo
della saliva in bocca ( voglio dire
lingua pesante ); le cellule del mio corpo
così nuove, fresche e non più disordinate
( voglio dire Speranza ) e oh il tempo lì
che era caldo, così caldo, così caldo, così caldo quel giorno.


            Jo  Shapcott    da   Della  mutabilità

Caught out in the rain

 
 


                           Sono stato colta nella pioggia aspettando la chiamata...     

LETTERE DI FRIDA KAHLO ( 3 )



31  Aprile 1927


(...) Mio Alex,

      ho appena ricevuto la tua lettera del 13 scorso, ed è stato
      l'unico momento felice in tutto questo tempo. Solo pensare
      a te mi aiuta a sentirmi meno triste, ma le tue lettere mi sono
      ancor più di aiuto. Come vorrei poterti scrivere la mia
      sofferenza minuto per minuto. Da quando sei partito, sono
      peggiorata e non posso neppure per un momento consolarmi
      o dimenticarti. Venerdì mi hanno messo il busto di gesso, e da
      allora è stato un vero martirio che non si può paragonare a
      nient'altro: mi sento soffocare, mi fanno tremendamente male
      i polmoni e tutta la schiena; non riesco nemmeno a toccarmi
      la gamba, posso camminare appena, ancor meno dormire.
      Pensa che mi hanno appesa per la testa per due ore e mezza e
      poi sono rimasta appoggiata sulla punta dei piedi per più di
      un'ora, mentre asciugavano il busto con l'aria calda; ma ciò
      nonostante, quando sono andata a casa, era ancora
      completamente bagnato. Subirò questo martirio per tre o
      quattro mesi, e se non miglioro con questo sistema, preferisco
      morire - sinceramente - perché non ce la faccio più.
      Non è soltanto per la sofferenza  fisica, ma anche per il fatto
      che non ho il minimo divertimento, che non lascio mai questa
      stanza, che non posso fare niente, neppure camminare: sono
      assolutamente disperata, e soprattutto tu non sei qui. A tutto
      questo aggiungi che sento solo brutte notizie: mia mamma è
      ancora molto malata, questo mese ha avuto sette attacchi, e
      mio padre lo stesso, e per di più è al verde. Ce n'è
      abbastanza per essere totalmente disperati, non trovi?
      Perdo peso ogni giorno e non c'è più niente che mi diverta.
      L'unica cosa che mi rende felice è la visita dei ragazzi:sono
      venuti giovedì e torneranno mercoledì prossimo. Ma la loro
      visita mi fa anche soffrire perché tu non sei con noi.
      La tua sorellina e tua madre stanno bene, ma sono sicura che
      darebbero qualsiasi cosa per averti qui: fai tutto il possibile
      per tornare presto. Non dubitare, nemmeno per un istante,
      che quando tornerai non sarò esattamente la stessa persona.
      Tu non dimenticarmi e scrivimi tanto: aspetto le tue lettere
      quasi con angoscia e mi fanno immensamente bene.
      Non smettere mai di scrivermi almeno una volta la settimana,
      l'hai promesso. Dimmi se ti posso scrivere all'ambasciata
      del Messico a Berlino, o sempre allo stesso posto.
      Ho così tanto bisogno di te, Alex!    (...)

LETTERE DI FRIDA KAHLO ( 2 )



25 Aprile 1927


(...) Ieri sono stata male ed ero molto triste: non puoi immaginare
      il grado di disperazione a cui si può giungere quando si è in
      condizioni simili.  Sento un malessere terribile che non riesco
      a descrivere e poi a volte ho un dolore che nulla riesce a
      lenire. Avevano deciso di mettermi il busto oggi, ma
      probabilmente rimanderanno a martedì o mercoledì perché mio
      padre non ha i soldi - costa sessanta pesos - e non è nemmeno
      per il denaro perché potrebbe facilmente trovarlo: la verità è
      che nessuno a casa crede che io stia veramente male, e io non
      riesco a farlo capire, perché la mamma, che è l'unica a
      preoccuparsi un po', sta male. E dicono che è colpa mia, della
      mia imprudenza. Così nessuno soffre né si dispera tranne me.
      Non posso scrivere a lungo perché riesco appena a chinarmi;
      non posso camminare perché la gamba mi fa terribilmente
      male, sono ormai stanca di leggere - e non ho niente di bello
      da leggere - non riesco a far altro che piangere, e a volte non
      riesco neanche a far quello. Non c'è niente che mi diverta e
      non ho la benché minima distrazione, solo dispiaceri e tutti
      quelli che vengono a trovarmi m'infastidiscono moltissimo.
      Non puoi immaginare quanto mi esasperino queste quattro
      mura. E tutto il resto! Non c'è modo di descriverti la mia
      disperazione...(...)

LETTERE DI FRIDA KAHLO ( 1 )



Settembre 1926


(...) Perché studi così tanto? Quale segreto vai cercando?. La vita
       te lo rivelerà presto. Io so già tutto, senza leggere o scrivere.
      Poco tempo fa, forse solo qualche giorno fa, ero una ragazza
      che camminava in un mondo di colori, di forme chiare e
      tangibili. Tutto era misterioso e qualcosa si nascondeva;
      immaginare la sua natura era per me un gioco. Se tu sapessi
      com'è terribile raggiungere tutta la conoscenza all 'improvviso
     - come se un lampo illuminasse la terra! - . Ora vivo in un
      pianeta di dolore, trasparente come il ghiaccio. E'  come se
      avessi imparato tutto in una volta sola, in pochi secondi. Le
      mie amiche, le mie compagne, si sono fatte donne lentamente.
      Io sono diventata vecchia in pochi istanti e ora tutto è
      insipido e piatto. So che dietro non c'è niente: se ci fosse
      qualcosa lo vedrei...(...)


NEL MIO CUORE, NEL MIO SOGNO ( FRIDA KAHLO )



                 " TU MI PIOVI, IO TI CIELO "

                 Le parole dipinte di Frida Kahlo



(...) Slanci quasi infantili ( " amarsi molto, molto, molto..." ) e poi
      l'improvvisa consapevolezza del dolore ( " cinque mesi di
      sofferenze e per di più annoiata a morte" ); una traiettoria
      incostante di punti interrogativi, puntini di sospensione e
      decine di baci a piè di pagina. Spesso in ordine sparso come se
      l'insistenza delle domande dovesse essere stemperata da scuse
      dimesse. Un principio di maturità da rinnegare poche righe
      dopo con suppliche, richieste appassionate, scoppi di risate
     inopportune. Le lettere di Frida Kahlo, cone per il suo famoso
     DIARIO, non si leggono come un corpus di scritti separati dalla
     poetica pittorica dell'artista messicana. Sono piuttosto una
     grande tela dipinta con altri mezzi, una pittura per segni grafici.
     La sua scrittura somiglia alla sua arte figurativa e, anzi, a
     tratti ne è quasi un nutrimento.
     In una delle biografie più complete sulla pittrice messicana,
     l'americana  Hayden Herrera scrive: " La sua immaginazione
     era piuttosto il prodotto del suo temperamento, della sua vita
     e del luogo; era un modo di scendere a patti con la realtà, non
     di scavalcarla per accedere a un altro territorio. Il suo
     simbolismo era quasi sempre autobiografico e relativamente
     semplice. Sebbene avesse una funzione privata, esattamente
     come i murali, intendevano produrre un significato accessibile."
     (...)


           Roberta  Scorranese  da    Nel mio cuore, nel mio sogno



Di seguito verranno postate alcune lettere scritte al primo
fidanzato, Alejandro Gomez Arias.


La LIorona - Chavela Vargas

 
 


                 Chi non è a conoscenza dell'amore - piagnona - non sa cos'è il martirio

giovedì 24 novembre 2016

MATERNITA'

 
 

                               frida  - "Padre" dal parco Vigeland di Oslo


Sarà per questa tua voce che lenta s' inabissa
in me e scavando lacera di quella che fui
ogni radice, estirpa la gramigna dei pensieri
fatui, sfinendo l'occhio in questa appartenenza.

Sarà perché ogni istante penetro la luce - tua -
come acqua che fugge dalla roccia, come vento
che gemma i rami nel risveglio, ma sono io quella
che porta i tuoi semi a germinare vita.


            frida

Il viaggio della sposa - Sergio Rubini

 
 


                                             Questo diario vi appartiene: è vostro.

mercoledì 23 novembre 2016

Il mercante di Venezia - Michael Radfort

 
 


                                                      Monologo di Porzia

INCANTESIMO




Se - al tuo scrittoio - metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l'orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,

e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te

per leggermi solo negli occhi, vedrai,
in monocromo argento, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi  e allora -amore -
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.


        Kate  Clanchy   da    Poesia n. 300

Siegfried Funeral

 
 
 
 


                                                     Richard   Wagner

LA STORIA DI CAINO : E SE FOSSE ANDATA DIVERSAMENTE? ( 2 )



(...) La storia di Caino ci parla del desiderio di compiacere
      - soprattutto di compiacere il padre - presente in ogni ragazzo,
      e di come una sequenza di reazioni emotive non dominate possa
      portare a un tragico epilogo. Nella delusione e nella vergogna
      di Caino per il rifiuto del padre celeste, nella sua collera di
      fronte ai propri sentimenti non rispettati, nel suo ammutolire in
      mezzo a un tumulto di stati d'animo, nell'assenza di empatia o
      di riflessione emotiva e nell'atto impulsivo dettatogli dalla
     rabbia- ebbene, in tutto questo vediamo riflessi i ragazzi di oggi.
      La storia di Caino entra in risonanza con la vita dei nostri
      ragazzi ogni volta che, insensibili come sono ai sentimenti
      altrui, li vediamo prendere le distanze anche dai propri,
      soffrendo chiaramente a causa di una vita emotiva impoverita.
      Prima che Caino uccida i fratello, Dio gli ricorda:"  Il peccato
      sta alla tua porta, le tue brame sono rivolte a te, ma tu puoi
      dominarlo!". Come avrebbe potuto essere diversa la storia di
      quest'uomo se egli fosse riuscito - per esempio - ad
      attingere alle proprie risorse interiori , alla consapevolezza
      emotiva, all'empatia e al coraggio morale, così da dominare
      l'impulso di quel momento!. Ma Caino non ricevette questa
      educazione emotiva, che peraltro continua ad essere la
      tessera mancante del mosaico anche per la maggior parte dei
      ragazzi d'oggi . (...)


        Dan  Kindlon  e  Michael  Thompson  da     L'  Intelligenza emotiva

LA STORIA DI CAINO : E SE FOSSE ANDATA DIVERSAMENTE?




(...) La storia biblica di Caino e Abele, in cui Caino - invidioso -
      uccide il fratello, viene costantemente riproposta come
      parabola della rivalità fraterna: in realtà, può offrire molti
      altri spunti. Nella storia di Caino scopriamo un riflesso della
      vita emotiva dei ragazzi d'oggi: il loro desiderio di essere amati
      e rispettati, e la loro propensione a rispondere all'umiliazione e
      alla vergogna con rabbia e violenza invece che con la
      riflessione e la comunicazione.
      Questo breve racconto della Genesi si apre in modo abbastanza
      semplice: i due fratelli, entrambi desiderosi di compiacere il
      Signore, fanno ciascuno un'offerta, Caino prendendo i frutti del
      suo lavoro nei campi, e Abele il miglior agnello del suo gregge.
      Il Signore esprime compiacimento per l'offerta di Abele, ma
      disprezza quella di Caino. Le Scritture non spiegano perché il
      Signore risponda in modo così diverso al dono dei due
      giovani, ma Caino si sente umiliato. Nella storia, Caino soffre
      visibilmente -" la sua faccia si sconvolse" - e tuttavia non dice
      una parola per esprimere  i propri sentimenti.
     " Perché sei tu sdegnato, e perché vai con la testa bassa?" è la
      tagliente domanda del Signore a Caino. In altre parole " falla
      finita! ". Il Signore dà poi a Caino una dura lezione,
      ammonendolo di fare il bene e di tenere alta la testa. Il giovane
     resta silenzioso, sebbene debba sicuramente soffrire e
     ribollire di collera per il rimprovero, visto che subito dopo
     attira il fratello in un campo e lo uccide. Quando il Signore,
     ben sapendo dell'atto omicida di Caino, gli chiede che ne sia
     stato di Abele, lui risponde: " Non lo so: sono forse io il
     custode di mio fratello? ". Il Signore mette Caino di fronte alla
     sua menzogna e lo bandisce nel paese di Nod, lontano dalla
     sua famiglia e da qualsiasi futuro egli avesse immaginato per
     sé. Messo di fronte alle conseguenze irreversibili della sua
     azione, Caino piange, preso dal rimorso e dall'
     autocommiserazione : " La mia iniquità è tanto grande che io
     non posso sopportarla!". Sebbene il Signore segni Caino per
     proteggerlo da ogni pericolo nel suo esilio, egli - con la
     famiglia dispersa e il fratello morto - sarà oppresso per tutta
     la vita. Palesemente assenti da tutta la storia sono i genitori
     biologici dei due giovani, Adamo ed Eva, con i quali Caino
     avrebbe potuto parlare o dai quali avrebbe potuto ricevere un
     consiglio che lo riconducesse alla  ragione. (...)



          Dan Kindlon  e Michael  Thompson  da   L' Intelligenza  emotiva


           
    



lunedì 21 novembre 2016

Alfonsina y el mar ( Mercedes Sosa )

 
 



                                             Per la soffice sabbia lambita dal mare,
                                             la sua piccola orma non torna mai
                                             e un sentiero solitario di pena e silenzio è giunto
                                             sino all'acqua profonda;
                                             e un sentiero solitario di pura pena è giunto
                                             sino alla spuma.

                                             Dio sa quale angustia ti ha accompagnata,
                                             che antico dolore ha spento la tua voce
                                             per addormentarti cullata dal canto
                                             delle conchiglie marine:
                                             la canzone che canta nel profondo, oscuro mare
                                             la conchiglia.

                                            Tu te ne vai, Alfonsina, con la tua solitudine:
                                            quali nuove poesie sei andata a cercare?
                                            E una voce antica di vento e di mare
                                            ti lacera l'anima
                                            e ti sta chiamando là :
                                            e tu vai fin là ,come in sogno,
                                            Alfonsina dormiente vestita di mare.

                                           Cinque sirene ti condurranno
                                           lungo il cammino di alghe e coralli
                                           e fosforescenti cavallucci marini faranno
                                           una ronda al tuo lato.
                                           E gli abitanti dell'acqua ti nuoteranno
                                           subito a fianco.

                                           Abbassami un po' di più la luce,
                                           lasciami dormire in pace,
                                           e se chiama non dirgli che ci sono:
                                           digli che Alfonsina non torna,
                                           e se chiama non dirgli mai che ci sono,
                                           digli che me ne sto andando...

                                          Tu te ne vai, Alfonsina, con la tua solitudine.
                                          Quali nuove poesie sei andata a cercare?
                                          E una voce antica di vento e di mare
                                          ti lacera l'anima
                                          ti sta chiamando là:
                                          e tu vai,  là, come in sogno,
                                          Alfonsina dormiente vestita di mare...


                                
                                           

VOGLIO DORMIRE

 
 



Denti di fiori, cuffia di rugiada,
erbose mani, tu, nutrice lieve,
tienimi pronte le lenzuola di terra
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, o mia nutrice, cullami.
Ponimi una lucerna al capezzale,
una costellazione, quella che ti piace;
tutte van bene: smorzala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli...
Un piede celeste ti culla dall'alto
e un passero ti traccia uno spartito

perché dimentichi...Grazie. Ah, un incarico:
se lui chiama di nuovo al telefono,
digli che non insista, sono andata...


          Alfonsina Storni