venerdì 8 settembre 2017

Amici del pittore dietro le quinte ( Degas )

 
 


                                     " A taluni, seppure personalmente incapaci
                                      di sciogliere le proprie catene,
                                      è nondimeno dato affrancare gli amici ".


                                                  "Così parlò Zarathustra " di  Friedrich Nietzsche 

IL LIBRO CONTRO LA MORTE 2


1952

(...) La mia ingiustizia di fondo verso gli uomini deriva dal mio
      atteggiamento nei confronti della morte. Non posso amare
      nessuno che accetti la morte o la metta in conto. Amo-
      comunque egli sia - colui che aborre la morte, che non la
      accetta e che non la utilizzerebbe mai in nessuna circostanza
      come mezzo per conseguire i propri fini.
      Perciò non posso ammettere che qualcuno oggi lavori come
      fisico nucleare o intraprenda di sua volontà una carriera nell'
      esercito; ma nemmeno un religioso che ricorra a una vita
      futura come consolazione per la morte degli altri, mentre lui di
      per sé non pensa affatto di morire presto; né posso ammettere
      che qualcuno giudichi la morte di un parente o di un amico
      come giunta al " momento giusto ", quasi fosse una sorta di
      coronamento di quella particolare vita; o chi alla morte di
      un nemico provi soddisfazione invece che vergogna; o chi
      ancora abbia fatto conto su un'eredità; - a chi potrei
      ancora riservare la mia approvazione, chi non rientra- almeno
      qualche volta  o in rapporto a qualcuno - in una di queste
      categorie? . Perciò io, che dico sì alla vita senza riserve né
      limitazioni, devo condannare ogni uomo in base a una morale
      che di fatto è assolutamente inapplicabile finchè esiste la morte
      Sono a tal punto consapevole di questa contraddizione di
      fondo del mio essere che, a ogni piè sospinto, mi esorto a
      moderarmi e a soppesare con attenzione tutte le circostanze,
      dopo aver pronunciato ancora una volta la più dura delle
      sentenze all'indirizzo di un essere umano.(...)




1953

(...) E' mai possibile che la sua morte mi abbia curato dalla
      gelosia? Sono diventato più tollerante nei riguardi delle
      persone che amo. Veglio meno su di loro, concedo loro libertà.
      Penso così: fate questo, fate quello, fate quel che vi dà gioia,
      basta che viviate; fate, se così dev'essere, tutto il possibile
      contro di me: offendetemi, ingannatemi, mettetemi da parte,
      odiatemi,- non mi aspetto niente, non voglio niente, a parte
      un'unica cosa : che viviate .  (...)



1954

(...)  Ai vivi che conosciamo bene, abbiamo sempre qualcosa da
       rimproverare. Ai morti siamo invece riconoscenti perché non
       ci proibiscono il ricordo.  (...)



1976

(...)  Caro Thomas Bernhard,
       io L'ho criticata duramente e Lei adesso - fuori di sé - mena
       colpi alla cieca. Sa benissimo con quanta serietà io abbia
       sempre considerato il Suo lavoro: già Perturbamento mi
       aveva colpito moltissimo e Glieli avevo detto di persona. Ma
       poi Lei mi sbatte in faccia questa affermazione:" La morte è
       la cosa migliore che abbiamo ". Da uno che era stato in punto
       di morte e l'aveva scampata, mi è parso un ripugnante cinismo.
       Nessuno sa meglio di Lei quanto siamo contaminati dalla
       morte. Che Lei voglia diventarne pure il patrocinatore, mi ha
       riempito di diffidenza nei confronti della Sua opera. Sono
       persuaso che proprio questo Suo modo di pensare la
       indebolisca e volevo dirGlielo apertamente.
       Alle critiche Lei reagisce sempre accecato dall'ira. Ma poiché
       io non sono un imbrattacarte, pensavo che un duro colpo da
       parte mia - da parte di una persona che Lei in realtà considera
       ben diversamente da quanto emerge dalla Sue contumelie -
       potesse condurLa alla ragione. Lei non ha nessuno che Le
       dica la verità, e la verità Le è forse diventata indifferente?
      
      Volevo spedire questa lettera - il che avrebbe contraddetto nel
      modo più assoluto i miei principi - per il caso in cui Bernhard
      si fosse sentito eccessivamente urtato dalla mia critica, se
      davvero gli avessi nuociuto.
      Ma poi ci ho ripensato. La sua reazione, quale ne sia stata la
      causa, è talmente ignobile, talmente al di sotto di quanto di
      peggio gli uomini possano permettersi di dire anche se in
      preda all'ira,, che non devo farlo. La cosa potrebbe
      inorgoglirlo: come se fosse un tentativo da parte mia di
      sottrarmi alle sue contumelie. Ma in tal caso l'avrebbe vinta
      lui e si sentirebbe confortato nella sua bassezza. E questo
      sarebbe il contrario di ciò che volevo ottenere. La lettera
      resterà fra le mie carte, esattamente come l'ho scritta, a
      indicare qual era il mio vero stato d'animo. (...)


            Elias  Canetti    da   Il libro contro la morte
    
 

The city of the dead by Korngold

 
 


                         " Si muore troppo facilmente: dovrebbe essere più difficile morire.... ( Elias Canetti )

giovedì 7 settembre 2017

IL LIBRO CONTRO LA MORTE 1


15 febbraio 1942

(...) Oggi ho deciso di annotare i miei pensieri contro la morte così
      come mi vengono - a caso - senza stabilire alcun nesso fra loro
      e senza asservirli al dominio tirannico di un progetto. Non 
      posso lasciar passare questa guerra senza forgiare nel mio 
      cuore l'arma che sconfiggerà la morte. Diventerà tormentosa e
      subdola, adeguata alla morte. In tempi più lieti la volevo
      brandire fra scherzi e sfacciate minacce; mi figuravo  l'
      uccisione della morte come un ballo in maschera; e in 
      cinquanta travestimenti - una infinita serie di congiurati - 
      volevo farle la posta. Ma la morte adesso ha di nuovo 
      cambiato le sue maschere. Non contenta delle vittorie che
      riporta ogni giorno, allunga a destra e a manca i suoi 
      tentacoli. Setaccia l'aria e il mare: l'infinitamente piccolo come
      l'infinitamente grande le sono familiari e benaccetti, tutto
      affronta in una volta sola, per nulla più si lascia tempo. Così
      neanche a me resta tempo. Devo afferrarla dove posso e
      inchiodarla qua e là, alle prime frasi che mi vengono a tiro.
      Ora, per la morte, non posso più costruire bare, tanto meno
      ornarle di fregi. Pascal è arrivato a 39 anni, io fra poco ne
      compirò 37. Se avessi il suo stesso destino, mi resterebbero
      due miseri anni di tempo. Lui ha lasciato pensieri a difesa del
      cristianesimo, io voglio formulare i miei pensieri a difesa
      dell'uomo dalla morte.  (...)



1943

(...) Vivere almeno quanto basta per conoscere tutti i costumi e le
       vicende degli uomini; recuperare tutta la vita trascorsa,
       perché quella ulteriore è vietata; raccogliere se stessi prima
       di dissolversi; meritare la propria nascita; riflettere sui
       sacrifici che ogni respiro costa agli altri; non glorificare il
       dolore sebbene si viva di esso; tenere per sé soltanto ciò che
       non si può trasmettere, finchè non sia maturo per gli altri e
       non si trasmetta da sé; odiare la morte di chiunque come la
       propria; far pace una buona volta con tutto, ma mai con la
       morte.  (...)



(...) La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto " al
       momento giusto "  (...)




1951

(...) Persino l'idea della metempsicosi appare più ragionevole di
      una permanenza nell'aldilà. I sostenitori della fede nell'aldilà
      non si rendono conto che si tratta di qualcosa che essi non
      chiamano nemmeno per nome: di un " rimanere insieme" nell'
      aldilà, di una massa che non si decompone mai. Una volta
      riuniti laggiù, vogliono non doversi più separare.
      Come sarebbe un Paradiso in cui i beati non riuscissero a
      vedersi mai, in cui tutti stessero da soli, quasi fossero beati
      eremiti, lontani dagli altri, tanto che nessuna voce potrebbe
      raggiungerli.Un Paradiso in eterna solitudine, senza bisogni o
      fastidi fisici; una prigione senza muri, grate e guardiani, da
      dove non si potrebbe fuggire in nessun luogo poiché non vi
      sarebbe alcun luogo cui approdare. Là ciascuno terrebbe
      discorsi a se stesso, farebbe il predicatore, l'insegnante, il
      consolatore di se stesso, e nessun altro ascolterebbe.
      Un'esistenza beata alla quale molti preferirebbero i tormenti
      dell' Inferno.  (...)


             Elias  Canetti    da   Contro la morte


     

IL LIBRO CONTRO LA MORTE ( Canetti )


       Il libro più importante della sua vita, Canetti lo portò sempre
      dentro di sé, ma non lo compose mai. Per cinquant'anni
      procrastinò il momento di ordinare in un testo articolato  i
      numerosissimi appunti che, nel dialogo costante con i
      contemporanei, con i grandi del passato e con i propri lutti
      familiari, andava prendendo giorno dopo giorno su uno dei
      temi cardine della sua opera: la battaglia contro la morte,
      contro la violenza del potere che afferma se stessa annientando
      gli altri, contro Dio che ha inventato la morte, contro l'uomo
      che uccide e ama la guerra. Una battaglia che era un costante
      tentativo di salvare i morti - almeno per qualche tempo ancora-
      sotto le ali del ricordo: " noi viviamo davvero dei morti. Non
      oso pensare che cosa saremmo senza di loro".
      Sospeso tra il desiderio di veder concluso Il libro contro la
      morte e la certezza che solo i posteri avrebbero potuto
      intraprendere il compito di ordinatore a lui precluso, Canetti
      continuò a scrivere fino all'ultimo senza imprigionare nella
      griglia prepotente di un sistema i suoi pensieri: frasi brevi e
      icastiche, fabulae minimae, satire, invettive e fulminanti
      paradossi.
      Quel compito ordinatore è assolto ora da questo libro,
      ricostruito con sapienza filologica su materiali in  gran parte
      inediti: esso ci restituisce un mosaico prezioso, collocandosi
      fra le maggiori opere di Canetti.


                         frida

mercoledì 6 settembre 2017

Rodos (1 )

 
 
 
Vedute dell'isola

 
Vedute

 
Colonnato

Rodos (2)

 
 
 
Passeggiando per l'isola...

 
Angoli

 
Scorcio

Rodos (3)

 
 
 
A guardia

 
Angolo

 
Museo

Rodos (4 )

 
 
 
Angolo di Lindos

 
Bazar di mare

 
Artigianato locale

Rodos ( 5 )

 
 
 
Bazar a Lindos

 
Angolo con statua

 
Museo a Lindos

Rodos (6 )

 
 
 
Museo

 
Nella Cattedrale

 
Icone

Rodos (7)

 
 
 
Verzura

 
Rodi mia cara...

 
Rodi mia

martedì 5 settembre 2017

MARMO

 
 

                                     Il corpo sta alla terra come il cuore all'addio...


Il corpo sta alla terra come il cuore all'addio
bestie intrecciate che si appartengono per destino
nonostante la lotta.
Prima si perde il sonno, poi i capelli, poi
tante parole fino a Io, quella che tiene tutto.
Dopo dilaga l'urlo che stava quieto per educazione,
si rende l'anima al cielo da cui cadde - sei animale
sei pronto.
C'è un ordine, in ogni morire, che conquista.

Di che cosa ragiono? Più di nulla,
prevedo i temporali,
lascio che l'autunno mi riguardi, resto fuori,
faccio equazioni fino all'alba
tra un'aquila e uno specchio, scommetto
di tramutare un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri,
che ogni cosa sia la cosa stessa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno.
Sognare un ago immenso che cuce inutilmente il cielo.




Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
portarlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come una spada che regala forze.
Ma c'è persa nell'aria della vita
un'altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d'esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
E' questo. E' rimanere
qui a sentire come adesso
l'onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla di un cieco
dimentica l'azzurro che non vede.




Volevo uno che ha smesso di sapere
seduto verso il mare, nel silenzio:
una forma dell'aria, un'onda pura
partita da un secolo qualunque.
Eravamo nella stanza nella stessa luce,
nell'ombra - io, come si dice, viva
lui creatura del giapponese che lo dipinse.
Parlavo mi pare del bene che faceva
quel suo covare di schiena l'orizzonte
e la mia calma in fondo alla sua vista,
mi chiedevo che felicità fosse
ad arrivare da così lontano
e non pensare a nulla
mentre da fuori il sole ci ha fasciati
e rispondeva.


              Silvia  Bre   da      Marmo



FRIDA KAHLO: L'AUTORITRATTO COME RIPARAZIONE 1



(...) Per gli aspetti appassionati e romantici del suo carattere e
      della sua breve ma intensissima vita, Frida Kahlo ( FK ) è
      divenuta una sorta di emblema di totale autocoscienza
      femminile, psichica, fisica e ideale, molto diverso da altre icone
      che della femminilità hanno incarnato solo aspetti parziali : la
      bellezza e il sex appeal ( Marilyn Monroe ), gli aspetti
      appassionati di ordine sociale ( Simone  de Beauvoir ), politico
     ( Rosa Luxemburg ) o religioso ( Madre Teresa di Calcutta ),
      per fare solo qualche esempio. Infatti l'icona di Frida Kahlo
      non può essere classificata per la sua importanza in una
      singola disciplina, ma perché rappresenta la donna che, più di
      ogni altra, ha dovuto rincorrere e inseguire in ogni campo
      della vita, dell'arte, delle convinzioni politico- sociali e
      religiose, una propria identità che - come vedremo - non poteva
      essere che assolutamente originale, anticonvenzionale,
      sovracategoriale.
      Sotto l'ossessiva necessità di Frida di ricorrere all'auto -
      ritratto non vi sono motivazioni di ordine estetico o narcisistico
      ma l'urgenza di ricercare se stessa attraverso le sue
      contraddizioni. La lunga sequenza degli autoritratti, che col
      loro arcaismo di fondo dalle illimitate possibilità espressive,
      si offrono come un linguaggio cifrato fatto di figure, anatomie,
      oggetti, scritti, sfondi, da collegare nei loro rapporti reciproci
      per individuarne l'area di senso, non sono sufficiente a far
      capire Frida e la sua vita: molti aspetti della sua personalità
      restano assolutamente enigmatici e controversi quando, con
      l'ambizione di una comprensione approfondita e veritiera,
      vengono confrontati con la ricostruzione oggettiva e minuziosa
      dei fatti documentati e gli straordinari resoconti soggettivi che
      costituiscono la sua meno nota ma assolutamente straordinaria
      forma di autoriflessione.
      Nella sua opera pittorica i suoi ritratti, in generale, assumono
      il ruolo di " doppio" e di tentativo, durato l'intera esistenza,
      di tenere sotto controllo o addirittura proporre una ben precisa
      identità quando, nella vita, più volte, Frida ha rischiato di
      perderla a seguito di eventi traumatici. FK ha di volta in
      volta rinvenuto in se stessa aspetti identitari sempre nuovi,
      incarnando doppi o multipli di sé e anche inattesi lati d'ombra,
      in relazione agli eventi affettivi che avevano su di lei un
      impatto organizzatore e disorganizzatore profondo.
      Tutta l'opera di FK  è piena di immagini del doppio. (...)

Alessandro Dalle Luche - Angela Palermo  da  Psicoanalisi immaginaria di Frida Kahlo

FRIDA KAHLO: L'AUTORITRATTO COME RIPARAZIONE 2



(...) L' esempio più noto e conclamato è il celebre dipinto Las dos
      Fridas , realizzato alla fine della separazione da Diego Rivera
      e che confluì nel divorzio.


                         
                                                                 Las  dos  Fridas   ( 1939 )

      Sullo sfondo di un cielo tempestoso, nel quale nuvole inquiete
      coprono il grigio del cielo fino a toccare terra, una Frida dal
      cuore spezzato, aperto come una disserzione anatomica, vive in
      una sorta di circolazione extracorporea con una Frida dal
      cuore integro e pompante. La vita della prima sembra
      veramente appesa a un filo e infatti, con la mano destra, lei
      stessa tenta di arginare - senza riuscirvi del tutto - l'emorragia
      che macchia la sua candida gonna tehuana, plissettando un'
      arteria con una forbice emostatica. Questa piccola arteria,
      poco più di un capillare, nasce da un microscopico
      medaglione contenente il ritratto di Diego, simile a quelli che
      si usavano tradizionalmente per avere sempre vicino a sé l'
      immagine del marito morto, che la Frida col cuore integro
      tiene in grembo. Nella miniatura Diego, indicato anche dal suo
      stesso nome, sembra indossare, alquanto misteriosamente, un
      abito da militare. La percezione immediata di questo quadro
      indica la precarietà esistenziale nella quale si è sempre trovata
      a vivere Frida, a causa delle sue continue " emorragie" che
      non sono soltanto legate - come vedremo - al suo trauma fisico
      o ai suoi aborti, ma anche alla perdita di vitalità ogni volta che
      le veniva meno il riconoscimento dell'amore di qualcuno, di
      Diego in particolare. Tuttavia, ad uno sguardo ulteriore, il
      quadro è la chiave per comprendere il meccanismo psichico
      fondamentale su cui FK ha potuto contare per sopravvivere:
      pinzettando con le sue stesse mani l'arteria da cui sgorga il
      sangue, ricorre ad un'altra Frida, quella dal cuore chiuso e
      duro, indipendente o non vulnerabile agli eventi anche più
      catastrofici ; una terza Frida, l' " Io puro" o, se vogliamo il
      suo "centro di gravità narrativa ", quella che deve stare fuori
      dal quadro per dipingerlo, mantiene (  e lo manterrà sempre,
      sino alla fine )la capacità di percepire, monitorare e
      raffigurare questo continuo processo psichico di dissociazione
      e moltiplicazione del proprio Io, consentendo di non farsene
      dissolvere, cioè di non perdersi, di non diventare
      definitivamente folle, come più volte ha rischiato, per sua
      stessa ammissione.  (...)


Alessandro Dalle Luche - Angela Palermo da  Psicoanalisi immaginaria di Frida Kahlo



     

FRIDA KAHLO : L'AUTORITRATTO COME RIPARAZIONE 3



(...) Ciascuno dei numerosi autoritratti di FK si presta ad una
      minuziosa analisi psico ( pato ) logica e non solo ad un'
      ermeneutica estetica come di fatto avviene nelle monografie
      d'arte, perché ciascuno di essi fa riferimento, più o meno
      esplicitamente, ad avvenimenti vissuti intensamente, spesso
      sulla propria carne, e dai meccanismi che sono stati da lei
      utilizzati per sopravvivere, in primo luogo i due avvenimenti
      che tutti conoscono: il gravissimo incidente di tram avuto a 18
      anni e il rapporto fusionale , e per questo anche distruttivo, con
      il celebre pittore di murales, Diego Rivera, " il suo secondo
      incidente",come lei ebbe a dire.I Diari di Frida rappresentano
      il basso continuo necessario per questo tipo di analisi, un
      documento indispensabile per la grande precisione, franchezza
      e coraggio con i quali FK descrisse la propria vita e i propri
      vissuti interiori.
      E' proprio in relazione alla molteplicità strutturale della
      personalità di FK che può essere interpretata in modo
      relativamente coerente una biografia costellata da una serie
      impressionante di elementi contraddittori. Elementi di
      apparente e insanabile conflitto ineriscono alla sua bisessualità
      che sembra apparire e scomparire nel corso della sua vita e
      che è in netto contrasto - anche perché lo intermezza - con l'
      amore vivo, profondo, assoluto e quindi presumibilmente
      esclusivo che lei prova a descrivere ripetutamente per Diego.
      Analogamente contraddittorie appaiono le numerose relazioni
      con uomini maturi, idealizzati e idealizzabili, in alcuni casi in
      contemporanea con la storia con Diego, a volte forse per
      vendetta o replica alle infedeltà di lui, ma certamente non solo
      per questo: si vedano soprattutto le relazioni con lo scultore
      Isamu Noguchi, il pittore José Bartoli, Leon Trockij e con il
      fotografo Nickolas Muray. Altri elementi di contraddittorietà
      si trovano nell'oscura,possibile implicazione nell'omicidio del
      suo ex amante, Leon Trockij e nel fatto che, dopo la sua morte,
      lei abbia dedicato ritratti ed altre manifestazioni di fede al
      mandante del suo cruento omicidio, Stalin; o ancora, la breve
      relazione che intrattenne con un rifugiato nazista, proprio lei
      che aveva addirittura cambiato il suo nome da Frieda in Frida
      per contestare la politica hitleriana. Altri elementi
      contraddittori a livello più astratto si ritrovano - ad esempio -
      nelle commistioni di aspetti religiosi e materialisti, nel
      sincretismo portato all'estremo e mescolato ad una visione
      cosmologica che si potrebbe definire libidico- materialista-
      panteista, completamente esemplificata da uno dei suoi quadri
      più celebri, il Mosè . (... )


                                                                     Il Mosè  (  1945 )


Alessandro Dalle Luche - Angela Palermo  da  Psicoanalisi immaginaria di Frida Kahlo
                                                                                              

FRIDA KAHLO : L'AUTORITRATTO COME RIPARAZIONE 4



(...) Il sottoprodotto del percorso di sopravvivenza di Frida, grazie
      a quello che senza troppo timori si può chiamare " il suo
      continuo auto- monitoraggio psicoanalitico" è il fatto di essere
      diventata un'icona. Rispetto alle altre eroine, sante, pasionarie
      e maschere pop novecentesche, ormai gestite in modo seriale
      dall'industria mediatica, FK ha l'assoluta prerogativa di aver
      generato lei stessa il suo processo di iconizzazione come
      naturale conclusione di un lungo percorso di rappresentazioni
      autobiografiche. Forse il solo Nickolas Muray, autore, nel
      lungo periodo della loro relazione, di ritratti fotografici
      stupefacenti per bellezza e perfezione, nei quali Frida viene
      identificata quasi come una Madonna o una Dea atzeca - un'
      ulteriore duplicità che la rende una sorta di Madonna non
      mutilata del desiderio sessuale e del suo godimento, una
    " Madonna sessuata" oppure - per converso - una dea pagana
      animata dalla " pietas" materna -  si è forse
      inconsapevolmente inserito, ed ha contribuito profondamente,
      con un intervento quasi protesico, al processo
      autorappresentativo di Frida.
     
 
 
 
 

                                                      ritratti di Frida Kahlo ad opera di  Nickolas Muray

      Le vicende biografiche di FK sono diventate molto note e
      popolari nel tempo, sia per la diffusione delle riproduzioni dei
      suoi autoritratti e dei suoi quadri, sia per le numerose mostre
      che sono state organizzate nel mondo. Ma come spesso succede
      anche nelle vite dei santi, le icone si svincolano molto presto
      dal loro soggetto e in qualche modo percorrono
      autonomamente una loro strada, grazie al fascino immediato
      che esercitano sull'osservatore - nella fattispecie,  FK è la
      donna con i baffi e le sopracciglia unite che - tuttavia conserva
      la sua bellezza ed una quasi malinconia nello sguardo. Non si
      può capire davvero come si sia giunti a questo esito
      inimmaginabile senza analizzare con un certo dettaglio la sua
      storia di vita: un lungo calvario esitato in un martirio finale,
      sebbene illuminato dal miracolo continuo della sua arte.
      Come lo Spirito Santo guidava le sante antiche nel loro
      percorso di beatificazione, la mente di FK ci appare come un
      prodigioso macchinario che filtra continuamente gli eventi
      della sua vita, indicandole con esattezza il modo di
      rappresentarli. E' questo prodigio laico, sempre presente,
      percepibile e coinvolgente per l'osservatore, a spiegare - forse -
      più della potenza iconica del suo bel volto martoriato dai
      baffi e dalle pesanti sopracciglia unite, il fascino imperituro
      della sua iconografia.  (...)


Alessandro Dalle Luche - Angela Palermo  da  Psicoanalisi immaginaria di Frida Kahlo

lunedì 4 settembre 2017

FRIDA KAHLO: L'AUTORITRATTO COME RIPARAZIONE 5



(...) In FK l'autoritratto può essere considerato un esplicito
      processo psicoanalitico di riparazione nel contesto del
      rapporto tormentato che i traumatizzati instaurano con se
      stessi in quanto,  a causa del trauma fisico e psichico, sia il
      loro Sé che la loro immagine di Sé non corrisponde più a
      quella che avevano o ri- conoscevano. " Io" è proprio il nome
      che spesso Frida, quando si ritrae, dà a se stessa in terza
      persona, come se fosse un'altra, ma anche se stessa, un
      personaggio che la rispecchia senza essere identico a se stessa.

      "Ma d'un tratto lì, sotto quello specchio, si fece imperiosa la
      voglia di disegnare. Disponevo di tempo, non più solo per
      tracciare linee, ma per infondere loro un senso, una forma,
      un contenuto.Capire qualcosa tramite loro,concepirle, forgiarle
      torcerle, slegarle, riattaccarle, riempirle. In maniera classica,
      per imparare, mi servii di un modello: me. Non era facile: per
      quanto possiamo essere il nostro soggetto
      più evidente, siamo  anche il più difficile. Crediamo di
      conoscere ogni parte del nostro viso, ogni tratto, ogni
      espressione: ebbene, tutto viene eluso, continuamente. Siamo
      noi stessi e un altro; crediamo di conoscerci fino alla punta
      delle dita e d'un tratto sentiamo che il nostro involucro ci
      sfugge, diventa completamente estraneo a ciò che riempie l'
      interno.Nel momento in cui sentiamo che non ne possiamo più
      di vederci, ci rendiamo conto che l'immagine che abbiamo di
      fronte non è la nostra. "
     
      Il motore di questa ricerca ossessiva, seriale della propria
      immagine e della propria rappresentazione è, come
      chiaramente esprime Frida, la propria sofferenza:

      " E' curioso: nei periodi in cui soffro poco, dipingo meno!"

      L'autoritratto di Frida nasce dunque dalla necessità di
      ritrovarsi e ri- identificarsi e, successivamente, dopo la ripresa
      dai gravi postumi fisici dell'incidente, assumerà anche le
      valenze che si possono definire " politiche" in senso lato. La
      grandezza e l'importanza della sua ritrattistica è stata letta
      anche come ricerca de affermazione delle propria identità di
      artista e del proprio protagonismo rivoluzionario. Il Messico
      di allora era un paese uscito da una grande rivoluzione sociale
      che, tuttavia, restava sostanzialmente cattolico e ultra
      conservatore, soprattutto rispetto all'identità femminile. In
      Frida ardeva la fiamma della partecipazione alla causa
      rivoluzionaria e l'ideale di donna a cui lei si ispirava non era
      una messicana, ma un'europea: la fotografa italiana Tina
      Modotti, simpatizzante comunista e compagna del
      rivoluzionario Mella, ucciso durante una manifestazione,
      diventato in Messico un eroe e un mito paragonabile a
      Ernesto " Che " Guevara. Frida conobbe Tina a Città del
      Messico negli anni '20: frequentava la sua casa che all' epoca
      fu teatro di leggendarie feste e discussioni politiche
      catalizzatrici di artisti, rivoluzionari e poeti. Fu con Tina che
      Frida intraprese i suoi primi esperimenti fotografici che
      risalgono al 1929: sono in tutto una ventina, veramente poco
      conosciuti e a torto ignorati nella sua produzione artistica.
      (...)


Alessandro Dalle Luche - Angela Palermo da   Psicoanalisi immaginaria di Frida Kahlo  




FRIDA KAHLO: L'AUTORITRATTO COME RIPARAZIONE 6



(...) Frida conosceva bene l'uso dell'obiettivo perché figlia di un
      fotografo. Gli scatti del 1924  e '29 ( I giocattoli e attrezzi del
      falegname , n.d.r. ) si ispiravano alla fotografia del tutto nuova
     di Weston e di Tina Modotti che coglieva forme e oggetti usando
     un linguaggio simbolico volto a creare icone per dirompenti
     dichiarazioni politiche. In questi scatti, nei quali già si scorge
     la precisione e l'acume di FK, ella mette la sua arte al servizio
     di un'idea politica. Già nella scelta dei soggetti e dei luoghi, si
     può scorgere quella dimensione " disturbante" che
     caratterizzerà la sua intera poetica, come si può chiaramente
     evincere dai due rarissimi scatti sperimentali simili alle tele più
     mature per il loro carattere allegorico e misterioso. In entrambi
     gli scatti si fanno strada tutte le inquietudini personali di FK.
     Frida si ispirò a Tina nella sua libertà, indipendenza, sessualità
     libera dal concetto di peccato ed anche al suo abbigliamento
     sobrio e maschile. Da parte sua, Tina riconobbe per prima
     l'aspetto rivoluzionario dell'autoritratto di FK. Affermò che
     Diego aveva fatto la rivoluzione nelle piazze, mentre Frida l'
     aveva fatto sulle tele. Frida capì come, attraverso l'immagine e
     la sua ripetizione, quasi un'anticipazione della serialità
     warholiana, si poteva attivare una vera e propria lotta politica
     e sociale. Usò il narcisismo ritrattistico come una potentissima
     arma di affermazione di sé rivolta a condizionare lo sguardo
     esterno, costringendo l'osservatore a guardare il personaggio
     come esattamente vuole proporsi, proprio perché la sua
     identità necessita, reclama il suo " riconoscimento".
     Al contrario di Diego e della grande tradizione di muralisti, la
     cui arte rappresentava l'universalità della storia, Frida
     trasforma il dolore in arte, dipinge se stessa e il minuscolo ma
     insondabile universo che la circonda. Dipinge pensieri che si
     materializzano, stati d'animo che si trasformano in forme e
     colori. Diego è l'interprete di un popolo e della sua storia, lei
     è l'immediatezza vissuta e immaginata nella quale vivere e
     immaginare si confondono, si compenetrano, si tormentano a
     vicenda.L' autoritratto è la sua autobiografia. Predilige - al
     contrario di Diego - l'intensità alla vastità. Dipinge i particolari
     minuti delle sue tele con  pennelli di zibellino, assorbe in se
     stessa l'identità della propria terra e, attraverso i dettagli dei
     suoi quadri, esprime la sua " mexicanità", filosofia di vita e
     di morte, con l'una che irride l'altra, e Frida al centro, che
     sembra ingannare entrambe.  (...)


  Riccardo Dalle Luche - Angela Palermo  da  Psicoanalisi immaginaria di Frida Kahlo       

    



     

sabato 2 settembre 2017

MI CHIEDE COSA FACCIO NELLA VITA

 
 

                                                                                            Non lo faccio apposta....



Mi chiede cosa faccio nella vita
gli dico che lavoro per una piccola azienda
che produce confezioni di...
m'interrompe a metà  frase
non so cosa fai di mestiere
che cosa ti fa impazzire
che cosa ti tiene sveglia di notte

gli dico scrivo
mi chiede di mostrargli qualcosa
prendo i polpastrelli
glieli poso sull'incavo dell'avambraccio
e lo sfioro giù fino al polso
affiorano i rilievi della pelle d'oca
vedo la bocca serrarsi
i muscoli tendersi
gli occhi concentrarsi sui miei
come se fossi io
a far battere le loro palpebre
interrompo lo sguardo proprio mentre
lui si avvicina piano
arretro

allora è questo che fai nella vita
attiri l'attenzione
le mie guance s'imporporano mentre
sorrido timida
confessando
non lo faccio apposta .


        Rupi  Kaur   da     Milk and Honey