giovedì 27 luglio 2017

CENTAURI ( Alla radice della violenza maschile ) Introduzione


 Branchi di maschi nella frenesia dello stupro collettivo: la predazione si ripete dai primordi della Storia, attraversando immutata il processo di incivilimento, impennandosi nel cuore del
Novecento e guadagnandosi ancor oggi grande spazio nelle cronache. Che si consumi come crimine di guerra, che collabori a
finalità genocidarie, oppure si " normalizzi " in brutalità quotidiana in tempo di pace, vi agisce la stessa istintualità della barbarie più arcaica. E' il cono d'ombra dell'identità maschile.
I Centauri del Mito greco, esseri metà umani e metà animali, ne
rappresentano la forma estrema. La loro orda non conosce altro eros che l'ebbrezza orgiastica accompagnata dallo stupro ma, a differenza del violentatore singolo, il gruppo non ha coscienza di commettere un crimine. Del " centaurismo" come contagio psichico, Zoja scandaglia i motivi e ripercorre le manifestazioni, dalla schiavitù sessuale delle donne durante le colonizzazione dell'
America Latina, all'epilogo senza onore della Seconda Guerra
Mondiale. Ma a differenza della furia bellica che da Omero in poi
ha generato racconto, lo stupro produce perlopiù silenzio.
Disumanizza la vittima, ma anche l'aggressore perché distrugge in entrambi una delle capacità più umane: quella di narrarsi.
Se è vero che la parola " stupro" deriva dal latino " stupor", è proprio uno sbigottimento che annienta anche la parola.


            f.

CENTAURI 1



(...) Oggi lo stupro collettivo è sempre considerato un crimine,
      diversamente dalle epoche in cui , nel " diritto di saccheggio "
      era un'eccezione tollerata.
      Ci si aspetterebbe perciò che questo lo renda un evento sempre
      più remoto: invece esso ritorna in forma incontrollata nella
      modernità e in Europa. Poi, dopo la seconda guerra mondiale,
      sembra trasformarsi in epidemia ricorrente, soprattutto ai
      margini del mondo occidentale e delle sue ex colonie. Divampa
      rapidissimo in occasioni di guerre, ma spesso si radica in
      perversioni croniche anche quando è tornata la pace.
      E non si tratta della semplice somma di violenze individuali. Lo
      stupratore singolo ha una personalità chiaramente patologica,
      è consapevole di commettere un crimine e cerca di nascondersi.
      Lo stupro di gruppo è invece una sindrome collettiva orgiastica
      che rimuove o elimina i sensi di colpa. Chi non partecipa è
      deriso o guardato con sospetto e può addirittura provare la
      sensazione di essere anormale. Propriamente parlando,
      patologico non è l'individuo, ma l'insieme in cui è inserito, la
      mente collettiva  da cui la sua psiche è sballottata, piccola
      scialuppa in un'immensa tempesta.
      Questa possessione di gruppo è la sorprendente ricomparsa di
      un mito classico nel cuore della modernità: quella dei Centauri
      Per il centauro non esisteva differenza tra la vita sessuale e
      violenza sessuale: erano una cosa sola, la vera forma di
      sessualità era lo stupro. Per il centauro non esisteva neppure
      la differenza tra guerra e violenza orgiastica sulle donne:
      erano una sola cosa, la sola forma di lotta era quella
      accompagnata da ebbrezza collettiva e stupro. Per questa
      estasi perversa si può quindi usare il nome di " centaurismo".
     (...).


        Luigi Zoja   da   Centauri  ( Alle radici della violenza maschile)

CENTAURI 2



(...) Lungo l'evoluzione naturale, l'identità femminile è
      relativamente stabile: così, quando comincia ad apparire una
      società non più animale, ma umana, nelle femmine, biologia e
      cultura si fondono in un ruolo collaudato e poco
      contraddittorio.L' identità maschile che conosciamo è invece
      ben più recente, legata alla società e alla Storia. E come tale è
      molto meno definitiva e assai più fragile. Uno dei motivi che
      può aver portato al dominio maschile è il bisogno di negare
      questa precarietà e di riorganizzarla, dandole l'apparenza di
      una solida superiorità che esiste da sempre.
      Nella scala evolutiva, giunti ai mammiferi, le femmine evolvono
      verso una cura e un'educazione dei piccoli sempre più
      complessa; i maschi - invece - si limitano a competere fra loro
      per l'accoppiamento. Anche negli animali più vicini a noi - le
      grandi scimmie - le femmine hanno un ruolo intrecciato di
      compagne, di madri, e perfino di educatrici; invece, per il
      maschio, a decidere i rapporti è soprattutto la lotta con gli
      altri maschi. Può rimanere nel tempo con alcune femmine ( in
      genere non è monogamico ) e con i rispettivi piccoli, ma l'
      origine di ciò non sta in legami di coppia o di paternità, bensì
      nelle vittorie sugli altri maschi, che gli hanno permesso di
      salire a questa posizione sociale. Solo presso i nostri antenati
      più diretti si formano famiglie relativamente stabili e
      monogamiche, dove anche i maschi assumono una
      responsabilità verso i figli. Dunque, nella donna l'identità
      femminile e quella materna hanno un rapporto dialettico e in
      buona parte armonioso lungo tutta la scala evolutiva che ha
      portato dall'animale all'essere umano. Invece nell'uomo, il
      padre e il maschio ( animale ) sono due polarità recenti, in
      equilibrio precario l'una sopra l'altra .  (...)


           Luigi  Zoja  da   Centauri ( Alle radici della violenza maschile)
     

CENTAURI 3



(...) Il padre civile nasce come soggetto dotato di obiettivi ampi.
      Diversamente dalla madre, la cui responsabilità verso il figlio
      è un prolungamento graduale della funzione nutritiva verso 
      tempi più lunghi, il padre risponde ad un progetto complessivo
      a favore dei figli basato anche su un primordiale pensiero
      astratto. Questo richiede una certa capacità di organizzazione
      e di processi mentali non collegati agli oggetti immediatamente
      presenti : dunque uno stadio quasi civile. Il padre è il prodotto 
      di una evoluzione recente, culturale più che zoologica. Il suo
      comportamento non corrisponde tanto a certi istinti, quanto a
      un loro controllo; anche per questo, nel patriarcato occidentale
      ha avuto spesso una funzione un poco poliziesca, o, per usare
      una parola che si è imposta dai tempi di Freud " castratoria ".
      Impartisce i " No". Prima di degenerare in abusi di potere -
      quindi di invecchiare rivelandosi distruttiva - lo scopo vero per
      cui essa sorse era porre limiti nell'interesse della famiglia.
      Più che imporre divieti assoluti, dovrebbe incanalare le energie
      psichiche dei figli verso attività sociali che possano continuare
      nel tempo. Un " programma " che educa e contiene gli istinti
      maschili più evidenti, intensi ma brevi come fiammate : quello
      erotico e quello del combattente .  (...)


              Luigi  Zoja  da  Centauri ( Alle radici della violenza maschile)

CENTAURI 4



(...) Diversi testi parlano della " costruzione del padre" a partire
      dal maschio. Anch' io ho dedicato un saggio all'argomento
    ( Ettore - se ne può trovare un estratto in questo blog ). Per gli
      scopi che stiamo qui trattando sarà sufficiente ricordare quello
      a cui abbiamo appena accennato. Nell'identità femminile, le
      due polarità di madre e compagna sono collegate naturalmente
      perché esistono ad ogni stadio dell'evoluzione biologica e della
      società : e fino a che non intervengano forse contrarie, si
      possono dunque alternare in modo abbastanza armonico.
      Quella maschile - invece - è costituita da due poli non integrati
      reciprocamente, né posti sullo stesso piano: il padre e il
      maschio competitivo ( che possiamo anche chiamare " maschio
      animale " o " prepaterno" ).
      Il padre è - in rapporto all'evoluzione - una costruzione recente
      sostanzialmente antistintuale, non strettamente necessaria né
      stabile. Certo, per millenni, i valori ebraico - cristiani e i
      principi patriarcali gli hanno dato continue conferme che
      lasciano un'impressione di immutabilità. Ma nel mondo post
      moderno, con lo sgretolarsi della famiglia e dei suoi valori
      tradizionali, l'equilibrio si altera. Se è la Storia che ci ha dato
      il padre, la Storia se lo può riprendere. Quando la convivenza
      civile si spacca, sotto la spigolosa crosta del patriarcato
      occidentale, non compare il mondo più rotondo della  Grande
      Madre, che antropologia, psicoanalisi e femminismo hanno
      rivestito di seni nutrienti e condotte affettive: riemerge invece
      direttamente un maschio animale .  (...)


         Luigi Zoja   da  Centauri ( Alle radici della violenza maschile)

CENTAURI 5



(...) Nei cataclismi storici moderni, l'uomo può tornare a qualcosa
      di molto più primitivo dell'uomo, la donna restare donna della
    - e nella - modernità. L'immensa prevalenza dei crimini e delle
      trasgressioni maschili su quelle femminili, in tutto il mondo e
      in tutte le epoche, lo conferma.
      Gli animali che vivono in gruppi hanno istinti comuni, che
      coordinano il loro comportamento. Partendo da questa origine,
      l'evoluzione è giunta alle società umane più semplici : le loro
      norme trasformano in regole quello che nei fatti è già il
      prevalente comportamento collettivo. Solo nelle società più
      complesse nasceranno in modo compiuto i diritti e le scelte
      individuali. All'inizio, ciò che già prevale nel gruppo viene
      considerato e proclamato giusto: l'istinto imitativo contribuisce
      a rendere funzionale una società semplice. Il mito dei Centauri
      ci dice però che  - a volte - nel branco può prevalere la
      violenza, e alla semplice violenza può associarsi quella
      sessuale. Se questo comportamento diventa regola, si può
      arrivare al paradosso per cui è il non- stupratore a " sentirsi
      in colpa".   (...)


           Luigi  Zoja   da    Centauri ( alle radici della violenza maschile)

Arnold Schönberg - La Notte Trasfigurata

 
 
 
 
" Mai più " -  La sindrome di Ceni
 
 
Ceni era una vergine bellissima che abitava - particolare mitico non casuale - proprio in Tessaglia, la terra dello stupro. Tutti avrebbero voluto sposarla, ma la giovane non aveva fretta. Un giorno però, mentre camminava da sola lungo il mare, il dio Poseidone uscì dalle acque e le usò violenza. Forse perché voleva mostrarsi un po' contrito, forse perché - essendo un dio - non gli costava nulla, Poseidone disse alla ragazza : " Puoi esprimere un voto senza che ti sia rifiutato. Scegli quello che desideri ".
" Da questa offesa " rispose Ceni " nasce un solo desiderio :
che non avvenga mai più una cosa simile. Fa' che io non sia mai più donna e avrai compiuto il mio più grande desiderio".
Come aveva promesso, Poseidone acconsentì. Ovidio ( dalle
cui Metamorfosi è tratto il mito ), non ci dice se il dio si alleggerì la coscienza, ma aggiunse che le ultime parole di Ceni furono pronunciate in un tono più grave: sia perché la cosa era molto seria, sia perché si stava già trasformando, e anche la sua voce perdeva di femminilità. Diventò il guerriero Ceneo, pressoché invincibile e interessato solo alla guerra.

martedì 25 luglio 2017

SONO IL MESSAGGERO DEL TEMPO

 
 
 

               Preposto al servizio delle stelle, io giro, come una ruota...



Le ragazze, quelle che camminano
con gli stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che hanno abbassato le lance
sui laghi delle loro ciglia.
Le ragazze, che lavano i piedi
nel lago delle mie parole.




Su un ramo
stavano l'uccello dell'ira
e l'uccello dell'amore.
E si è posato sul ramo
l'uccello della quiete.
E con un grido
si è alzato l'uccello dell'ira.
E l'ha seguito l'uccello
dell'amore.



Preposto al servizio delle stelle
io giro, come una ruota,
che s'invola all'istante sull'abisso,
che finisce sull'orlo del precipizio.
Io imparo le parole.



Quando di me sarò poi stanco,
mi getterò nel sole d'oro,
mi vestirò di un'ala strombazzante,
il vizio mescolerò col sacro.
Sono morto, sono morto, ed è sgorgato il sangue
sulla corazza, un gran torrente.
Sono tornato in me , in altro modo, nuovamente,
guardandovi con gli occhi di guerriero.


         Velimir Chlebnikov   da       Sono il messaggero del tempo

SINTOMI

 
 


                                                      Sto per innamorarmi un'altra volta...


Non sopporto il mio stato mentale:
sono scontenta, garrula, asociale.
Odio i miei piedi, odio le mie mani,
non mi interessano lidi lontani.
Temo il mattino, la luce del giorno;
odio - la notte - al letto far ritorno.
Maledico chi agisce onestamente,
non tollero lo scherzo più innocente.
Non mi appagano un quadro, una lettura:
per me il mondo è soltanto spazzatura.
Sono cinica, vuota, scombinata.
Non so come non mi abbiano arrestata
per quel che penso. I vecchi sogni andati,
l'anima a pezzi, i sensi torturati.
Non mi è chiaro nemmeno come sto,
ma certo non mi piaccio neanche un po'.
E litigo, cavillo, gemendo di paura:
penso alla morte, alla mia sepoltura.
L'idea di un uomo mi lascia sconvolta...
Sto per innamorarmi un'altra volta.


     Dorothy  Parker   da        Rivista poesia

lunedì 24 luglio 2017

Farinelli . Voce regina - Géreard Corbiau

 
 
 
 
Son qual nave ch'agitata da più scogli in mezzo all'onde...
 
 
 
 
Risposta al commento di Guglielmo al post " Abito tempeste " del 19 Luglio

COSI' TI VEDO

 
 
 
e lì - sotto al campo - due cardi taglienti: sono gli occhi di una vita raccolta...              
                                          

Di cosa ti dovrei raccontare, se non di ciò che so di
certo.
Ebbene tu, che da un lato e dall'altro
nel silenzio rurale tieni sopra due cavità assorte
la forma convincente dei suoni deposti,
mi chiedi dall'angusta apertura del dire, cosa vedo?

Ora ascolta dunque,
io vedo il tuo viso, ascetico osservare,
è nudo accadere, poiché nient'altro ti circonda.
Così  la tua fronte è un campo calato
che pesti in lento salire fino a casa la sera.
E lì, sotto al campo due cardi taglienti,
sono gli occhi di una vita raccolta.
Solitudini in fiore lasciate lì a terminare il settembre.

Ostensione il tuo viso, è quantità dei giorni riscossa
in fascio,
ha in mezzo un monte e lì in sacrificio accolto
con due solchi di pastura che nulla sanno di odori e
profumi.
Questo vedo e non oltre.
Mi basta la tua sacra immagine del vero.


       Roberta  Dapunt   da     Le beatitudini della malattia

ALL'ESTATE

 
 


                                              Tu, pronta ad ingoiare tutte le stagioni...


Poggi leggera sul tuo cuore.
Non ti vuoi spostare.
Le rondini schiamazzano
in giro per la casa. Tutta la notte
aspetti ansiosa che un venticello
ti faccia crollare addormentata.

Ti corichi davanti alla porta,
la testa rivolta a nord, ma
nessun altro dei punti cardinali
s'insinua furtivo nel tuo corpo. Le tue orecchie,
liberate con olio d'oliva, si sintonizzano
su stelle difficili, sonore e roventi.

L'estate sta finendo. Tu già
ti scontri col primo fiocco di neve,
la bocca aperta per gustarlo, pronta
a ingioiare tutte le stagioni.


       Jo Shapcott  da                  Della mutabilità

domenica 23 luglio 2017

TI ADORO.SOLO CON TE POSSO ESSERE UOMO SENZA SENSI DI COLPA. ( Henry Miller)



(...) Mia adorata Anais,
      quale immenso piacere mi fanno le tue parole! Mi fanno sentire
      ancora un uomo. Sappi che ti scrivo dal futuro, ma è come se ti
      scrivessi dal passato, perché qui - nel frattempo - è cambiato
      tutto in peggio, cosa che tu stenteresti a credere. Non c'è una
      scrittrice simile a te, così aperta, così francese, così bagnata
      anche a distanza: al massimo queste si bagnano se escono con
      un temporale senza ombrello.
     Oggi noi maschi dobbiamo stare attenti a quello che diciamo, e
     le donne di cultura sono secche come il deserto del Sahara, e
     non per la menopausa, ma perché il femminismo ha di nuovo
     preso piede e quindi siamo tutti incolpati di essere maschi ad
     ogni minima avance, a tal punto che ci passa la voglia, e meno
     male che hanno inventato Internet: un posto ideale dove ci
     sono ancora donne vere, come Saha Grey, che ha scritto un
     romanzo bellissimo. Glielo avresti invidiato. Invece queste
     nuove narratrici femministe sono brutte come la fame e
     scrivono libri ancora più orrendi; o forse sono femministe
     perché sono brutte e scrivono libri orrendi per questo.
     Nel momento in cui mi scrivi, tu hai trent'anni e sei piena di
     passione sfrenata e disinteressata: oggi, a una donna della tua
     età se le proponi di andare a letto, ti risponde acidamente che
     la desideri solo per il sesso e come il tuo Hug ti domanda prima
     se la ami. Se non la ami, niente, se la ami peggio ancora, ti
    scarica addosso tutti i problemi dei precedenti uomini, come se
    fosse colpa tua  e non loro che sono così noiose.
   Insomma, io e te l'abbiamo sempre pensata così :prima
   scopiamo, poi vediamo se ci amiamo, no?
   A trentacinque cercano marito, a quaranta, se non hanno avuto
   un figlio sono isteriche, e se lo hanno avuto sono isteriche
   doppiamente, perché sono state lasciate e sono in cerca di un
   altro uomo da martirizzare, per cui ti presentano il conto ancora
   prima della cena, che fra l'altro fanno cucinare a te.
   Culturalmente viviamo nell'epoca dell'isteria uterina e
   fallofobica, una catastrofe biologica.
   Quelle più disponibili e simili a noi hanno meno di diciotto anni,
   ed è un reato, meglio non azzardarsi proprio: se le corteggi ti
   ritrovi in carcere, in una cella con dieci rumeni che usciranno
   prima di te perché in fondo hanno solo rubato o stuprato
   qualcuna. Ti ricordi Charlie Chaplin? Sposò una tredicenne.
   Oggi metterebbero dentro anche lui.
   Intanto gli scrittori sono diventati una lagna: altro che Tropico
   del Cancro e Tropico del Capricorno! E' tutto un tropico della
   sfiga : per rimorchiare, questi scribacchini di regime devono
   sfornare lagnosi romanzetti sociali petulanti e soporiferi: sulla
   disoccupazione, sull'immigrazione, sulla loro generazione,
   tutte cose che c'erano già all'epoca in quelli che disprezzavamo,
   e infatti nessuno se li ricorda più. Ti ricordi cosa diceva
   Proust di quel coglione di Pierre Hamp?
   O quanto mi manchi, mia cara Anais!
   Ora scusami, ma ho da fare: ho un appuntamento con una
   prostituta conosciuta ieri ma non per il sesso: l'ho già fatto su
   Youporn: la pago per farmi le coccole...costano meno di quelle
   di una moglie.  (...)


              Henry   da     Storia di una passione - Lettere 1932-1953
  





PASSIONE SENFA FRENI ( Anais Nin)



(...) Henry, amore mio,fai a pezzi la lettera che ti ho spedito ieri.
      Tra due carezze di Hugh, ti bramo disperatamente. Bramo la
      tua forza e la tua dolcezza, le tue mani, ogni cosa di te, e non so
      più quello che ricordo e quello che desidero. Ma mi fa
      impazzire immaginare, sentire o mettere per iscritto tutto
      questo con il volto di Hugh costantemente interposto tra me e
      la carta.


   " Fiorellino mio, che cosa stai scrivendo? A che cosa stai
     pensando?". Il suo trucco è di chiedermi ogni ora o giù di lì
    " Mi ami? " . Tutto questo mi tormenta e mi paralizza. Questa
     notte ho sognato che tornavo - forse ti piacerebbe venire a
     Louveciennes. Sarò sola in casa. Henry,Henry, ricordo ogni
     cosa -la giornata nei boschi e la notte a Clichy e il tosaerba.
     ( Non importa quel che tu hai detto quella notte. Voglio che tu
      abbia da me l'esperienza di essere amato ).


    Oh Henry, sono rimasta così sconvolta dalla tua lettera.Stamane
    quando l'ho ricevuta, tutti i sentimenti artificialmente repressi
    mi hanno travolto. Il semplice tocco della lettera è stato come
    se tu mi avessi presa tra le braccia, e adesso puoi capire che
    cosa ho provato leggendola. Hai detto tutto quello che poteva
    toccarmi, ed ero bagnata e a tal punto impaziente che farò di
    tutto per guadagnare una giornata.



    Il biglietto che ti accludo - che ti ho scritto ieri sera due ore
    dopo averti spedito la mia lettera- ti aiuterà a capire quel che
    succede. Comunque, dovresti aver ricevuto il telegramma circa
    allo stesso tempo. Io ti appartengo! Avremo una settimana come
    mai ce la siamo sognata . " Il termometro scoppierà! "


   Voglio sentire ancora il tumultuoso pulsare dentro di me, il
   sangue impetuoso, ardente, il lento, carezzevole ritmo e  l'
   improvvisa, violenta spinta, la frenesia delle pause quando odo
   il suono della pioggia... e come mi sussulta nella bocca, Henry.
   Oh Henry, non riesco a sopportare di scriverti - ti voglio
   disperatamente, voglio spalancarti le gambe, mi disciolgo e
   palpito -. Voglio fare con te cose talmente pazzesche che non so
   come dirle. Hugo mi sta chiamando.
   Risponderò al resto della lettera questa sera .  (...)


        Anais

    Achensee, 6 Agosto  1932

Forget the few

 
 


il mondo intero trattiene il respiro, nel luogo in cui la punta delle  tue dita tocca i miei capelli...

giovedì 20 luglio 2017

VITA CON LACAN ( Prefazione di Massimo Recalcati )

 
 
 

                                                                                    Lacan, l' Ariete


GRATITUDINE

(...) Il lettore italiano potrà trovare in questo piccolo e delizioso
      libro un ritratto inedito di Jacques Lacan, sicuramente lo
      psicanalista più geniale e sovversivo della storia della
      psicoanalisi dopo Freud. Catherine Millot ha vissuto con lui
      l'ultimo decennio della sua vita come amante, compagna,
      allieva e analizzante. Avendo al momento della stesura di
      questo libro raggiunto la stessa età di Lacan quando iniziò il
      loro rapporto, l'autrice ha avvertito l'esigenza di omaggiare
      l'uomo che l'ha incantata e che ha profondamente amato " Un
      appuntamento da onorare, un modo di ritrovarlo". Non si
      dovrebbe dimenticare - infatti - che questo ritratto è stato
      scritto da una donna come un dono d'amore, la manifestazione
     di un sentimento di gratitudine che non solo - come invece tante
     volte è accaduto nella storia della psicoanalisi - non si è
     ribaltato nel suo contrario, ma non si è mai estinto, resistendo
     indenne alle prove del tempo. Non è frequente non sputare sul
     proprio maestro, sul proprio analista o sul proprio amante.
     Non è frequente non lasciare che l'odio prenda il sopravvento
     sull'amore: far prevalere la gratitudine sull'ingratitudine.
     E' accaduto a  molti allievi e amici di Lacan.

     Il ritratto che Catherine Millot ci offre di Lacan, non è tanto
     il ritratto dello psicanalista, ma - innanzitutto - dell'uomo che
     ha amato. E' chiaro che questa distinzione può lasciare il tempo
     che trova perché non è mai del tutto possibile distinguere l'
     uomo dal suo pensiero, soprattutto se l'attività che ha
     impegnato con passione Lacan per una vita è quella della
     psicoanalisi. In questo ritratto Lacan emerge come un uomo
     che non assomiglia per nulla allo stereotipo cadaverico dell'
     analista come privo di passioni, neutro, separato dal desiderio.
     Un'immagine mummificata e falsamente padronale che non gli
     è mai appartenuta, né come analista, né nella sua vita.
     Questo piccolo libro ci restituisce il ritratto di un uomo che non
     si sottrae alla spinta del desiderio ma che, anzi, rende tale
     spinta il motore di una nuova etica. In questo la sua vita
     corrisponde alla sua dottrina : l'" intemperanza" del desiderio,
     teorizzata dallo psicanalista, diventa l'intemperanza dell'uomo.
     (...)


               Massimo Recalcati  da      Vita con Lacan
    



    

VITA CON LACAN 1



(...) Ci fu un tempo in cui ebbi la sensazione di aver colto
      intimamente l'essere di Lacan, di percepire quasi il suo
      rapporto con il mondo, di avere un accesso segreto al luogo
      intimo da cui si irradiava la sua relazione con gli esseri e le
      cose, e il suo stesso essere. Come se fossi scivolata dentro di lui
      Il sentimento di percepirlo dall'interno era unito all'
      impressione di essere compresa, di essere cioè perfettamente
      inclusa in una sua comprensione, la cui estensione andava al di
      là di me. La sua mente, con la sua ampiezza e profondità, il suo
      universo mentale, inglobava il mio come una sfera che ne
      contiene un'altra più piccola. Ho ritrovato un 'idea simile nella
      lettera in cui Madame Teste parla di suo marito ( il brano cui
      si fa riferimento è la Lettera di Madame Emile Teste tratta dal
      romanzo di Paul Valéry " Monsieur Teste ". La lettera di Emile
      apparve la prima volta nel 1924. n.d.r. ).
      Come lei, mi sentivo trasparente per Lacan, convinta com'ero
      che lui di me avesse un sapere assoluto. Il non dover
      dissimulare niente, il non serbare alcun mistero mi davano -
      quando ero con lui - una totale libertà. Ma c'era di più: una
      parte essenziale del mio essere era rimessa a lui, che ne era
      la custodia: io ne ero sgravata. Ho vissuto al suo fianco per
      anni in questa sensazione di leggerezza.
      Un bel giorno però, mentre Lacan trafficava con gli anelli di
      spago che gli davano tanto filo da torcere, mi disse: " Vedi,
      questo sei tu". Ero come chiunque altro, uno qualsiasi, quel
      reale che sfuggiva alla sua presa e che gli dava tanta pena. Ne
      fui colpita, nel considerare a un tratto quello che in me gli
      resisteva come solo il reale resiste.
      Che cosa voglio dire quando parlo del " suo essere? ".
      La sua particolarità, la sua singolarità, ciò che il lui era
      irriducibile, il suo " reale". Quando oggi cerco di riafferrare
      l'essere di Lacan, a tornarmi in mente è il suo potere di
      concentrazione, la sua quasi ininterrotta concentrazione su un
      oggetto di pensiero che lui non mollava mai, fino a che fosse
      diventato estremamente semplice. In un certo senso, Lacan non
      era altro che questo: concentrazione allo stato puro, che si
      confondeva con il suo desiderio rendendolo tangibile.
      Una concentrazione che ritrovavo nel suo modo di camminare:
      proteso in avanti,per prima la testa, trascinata dal suo peso, 
      che riprendeva equilibrio al passo successivo. Ma in questa
      stessa instabilità, si avvertiva la determinazione: non avrebbe
      deviato di un millimetro dalla sua strada, sarebbe andato fino
      in fondo, sempre dritto, senza rivolgere nemmeno uno sguardo
      a ciò che gli si metteva di traverso, e che sembrava ignorare,
      e che comunque non gli ispirava alcuna considerazione.
      Amava ricordare di essere del segno dell' Ariete .  (...)


              Catherine Millot    da         Vita con Lacan 

VITA CON LACAN 2



(...) La prima volta che lo vidi camminare, fu sui sentieri delle
      Cinque Terre, in Italia, dove, dopo pranzo, in piena calura
     ( era agosto ), trascinava fuori tutti i suoi ospiti che non
      osavano protestare. Camminava davanti, con accanita
      determinazione. Il rischio di insolazione per sé o per gli altri
      non era tenuto in alcun conto. Andavamo così, da un paese
      costiero all'altro, attraverso le colline a strapiombo sul mare e
      tornavamo con il trenino locale. Quell'estate, Lacan faceva sci
      nautico nella piccola baia di Manarola. Aggrappato
      saldamente all'impugnatura della corda, e senza uscire dalla
      scia, anche lì tirava dritto. L'inverno seguente, sulle piste di
      Tignes, sembrava non conoscere altro che la discesa. Il che gli
      era valso, molti anni prima, una frattura alla gamba . Proprio
      in quel periodo Gloria, la sua segretaria, aveva cominciato a
      lavorare per lui. L'immobilità lo rendeva furioso, e scaricava
      il suo malumore sulla poveretta, che un giorno perse la
      pazienza. Lui era steso sul letto, con la gamba ingessata e lei
      l'afferrò, la sollevò e la lasciò cadere bruscamente.
      Sconcertato da quella donna che non si lasciava intimidire,
      Lacan cambiò subito tono e le si rivolse con improvviso
      interesse, facendole domande sulle sue origini e sulla sua
      storia. Quel giorno, si strinse tra loro un legame di fedeltà che
      non venne mai meno. (...)


             Catherine  Millot    da      Vita con Lacan

VITA CON LACAN 3



(...) Alle " Giornate " dell' Ecole, Lacan interveniva ormai di raro,
      esprimendo spesso la sua stanchezza, fino a segnare la
      chiusura dei lavori con una semplice frase : " La cosa è durata
      abbastanza".
      Ero arrivata al punto di chiedermi e di chiedergli se la
      psicoanalisi lo interessasse ancora, e persino - domanda
      stupefacente che testimoniava il mio smarrimento - se l'avesse
      mai interessato. E l'accento cadeva sulla parola " passione".
      Da un certo punto di vita, quella passione c'era sempre, più
      purificata e quasi radicalizzata nella sua ossessione per i nodi.
      Ma il disinvestimento da ogni altra cosa era tale da farmi
      dimenticare la sua curiosità incessante e la sua allegria di un
      tempo.
      Questo suo rinchiudersi in sé corrispondeva tuttavia anche al
      mio stato d'animo. Faccio fatica oggi a rivivere il ricordo di
      quel momento, perché era molto vicino a una forma di
      nichilismo che mi è diventato del tutto estraneo. Tuttavia, se
      con nichilismo si intende l'annientamento di tutti i valori, il
      termine non si addiceva né a lui, divorato dalla passione per i
      suoi nodi, né a me, che mettevo al di sopra di tutto il mio
      investimento nella psicoanalisi. Mi sentivo stranamente in
      sintonia con lui, come se ritrovassi un antico ideale: un
      ridurre all'osso attraverso quella riduzione alla corda cui
      assistevo. Prima di conoscerlo, ero animata dalla ricerca dell'
      irriducibile, dell'unica cosa che resistesse, qualunque fosse, e
      dalla determinazione di infischiarmene di tutto il resto.
      Un ideale, una ricerca non lontani dalla forma di ascetismo
      che Lacan incarnò per me durante quegli anni di silenzio.
      Le vanità si consumavano nel fuoco di un disprezzo per tutto,
      tranne che per l'essenziale. La vita con lui era - allora - come
      un grande rogo in cui sparivano tutti i falsi valori.
      Mi sembrava così di essere in comunione con lui, non già nella
      passione per i nodi, che facevo fatica a condividere, ma nel
      disinteresse che mostrava per tutto ciò che non fosse l'unico
      oggetto della sua passione. Lì si ritrovava la sua
      concentrazione di sempre e il suo stile, che era quello di andare
      dritto al punto senza farsi sviare da altro: era però una
      concentrazione svuotata, che aveva fatto il vuoto attorno e non
      poteva più cambiare oggetto come prima.  (...)


              Catherine  Millot    da         Vita con Lacan
     

VITA CON LACAN 4



(...) La tensione verso l'irriducibile, a dispetto di tutto il resto, io
      l'attuavo nel mio rapporto con la psicoanalisi. Durante tutti
      quegli anni, la mia analisi con Lacan era continuata. Avevo
     " puntato " tutto andando da lui e la posta in gioco era per me
       la vita o la morte. La partita era stata iniziata, e anche se le
       carte in gioco erano state modificate quando la nostra
       relazione divenne intima, per me era ormai inconcepibile
       ritirare la mia posta e andare a portare la mia questione
       altrove. Lacan aveva capito e aveva accettato la sfida, e io
       pure. A volte penso che forse aveva messo in tutta questa
       faccenda il suo gusto per la sperimentazione. Portava avanti le
       cose in modo da tener conto della particolarità della
       situazione, e sfruttandola al momento opportuno. Come
       quando faceva passare un'interpretazione a partire da un
       semplice gesto quotidiano. A volte, gli confessavo la mia
       inquietudine all'idea di non poter portare avanti bene la mia
       analisi in condizioni così particolari. Un giorno mi rispose:
      " Sì, manca qualcosa". Ne rimasi sconcertata, io che credevo
       che si trattasse di qualcosa di troppo!
       La mancanza, che suonava lì come definitiva, mi cadde
       addosso come una mannaia .  (...)


             Catherine  Millot    da         Vita con Lacan

VITA CON LACAN 5


(...) Venne il momento in cui, nel lavoro che continuavo a portare
      avanti con lui, si svelò una verità che cominciò a rendermi
      disperata. Con una frase, Lacan era riuscito a non cedere sul
      suo taglio e - contemporaneamente - a mitigarne gli effetti. Fu
      la grande svolta terapeutica della mia analisi. In fondo l'ansia
      che mi abitava da sempre fu come spazzata via. Non più morse
      al petto né contorcimenti di stomaco: entrai in una pace del
      corpo che non avevo mai conosciuto. Insegnare, scrivere erano
      per me una tortura, e anche questo sparì di colpo. Fu come se
      fossi diventata transitabile e la vita fosse diventata vivibile.
      Sgombrato il terreno, l'evidenza di un desiderio si rivelò nella
      forza di un imperativo: il problema di un figlio divenne all'
      ordine del giorno, e con tanta più urgenza perché l'età
      incalzava. Ma era troppo tardi per avere un figlio da Lacan.
      In nome di questo desiderio che l'analisi con lui aveva
      scatenato in tutta la sua virulenza, e che io non volevo restasse
      lettera morta, poiché ai miei occhi avrebbe invalidato l'intero
      percorso, ebbi allora la crudeltà di separarmi da lui per avere
      una possibilità di realizzarlo. Per ma fu una lacerazione, per
      lui un terremoto.
      Continuavo a fargli visita tutti i giorni, lo accompagnavo a
      volte a Guintrancourt, ma non dormivo più in rue de Lille.
      Jacques - Alain ( genero di Lacan n.d.r ) ha raccontato che
      una sera lo psicanalista si infilò nel letto di suo figlio Luc.
       La richiesta silenziosa era chiara.
      Jaques- Alain e Judith gli fecero posto accogliendolo . 
      Seguirono due anni dolorosi. Si dovette attraversare il dramma
      della dissoluzione dell' Ecole freudienne, sopportare la
      violenza che allora si scatenò e che non lo risparmiò. Rimasi
      sola, troppo infelice per avere un incontro, assistendo con pena
      crescente al declino della sua salute. Quando seppe di avere
      un tumore all'intestino, Lacan rifiutò di curarsi. A Judith,( la
      figlia ) che gli chiedeva il perché della sua scelta, rispose:
     " Così, per capriccio ".
      E' stato detto che aveva paura delle operazioni. Non ho mai
      visto Lacan avere paura di alcunché. Faceva parte del suo
      stile non voler prolungare i suoi giorni. Tuttavia, all'ultimo
      momento, accettò un intervento chirurgico. Ero fuori Parigi,
      ma rientrai immediatamente. Mi accolse in silenzio e con un
      sorriso. Nelle ore che seguirono la sua operazione, prima che
      entrasse in coma, non vidi in lui alcun segno di angoscia.
      Ritornai a Guintrancourt alcune settimane dopo. Nello studiolo
      verde, sentii aprirsi in me, scossa dai singhiozzi, un buco nero
      e senza fondo.  (...)


          Catherine  Millot   da         Vita con Lacan
     

Walk With The Dreamers

 
 


L'uomo parla alle ombre ed è sempre un po' in ritardo per l'alba del nuovo giorno...



mercoledì 19 luglio 2017

ABITO TEMPESTE

 
 


                              piuttosto che tornare giù per dirsi non si vola più...



Ci sono scogli, e queste onde
sbattono e spingono
schiumando sorsi di sale
alle labbra.

Abito tempeste
che traboccano
il cuore, sVelando
in mare aperto.


       frida

martedì 18 luglio 2017

JEUX DE MASSACRE

 
 
 
 
posassi la tua mano non più per solitudine...



JEUX DE MASSACRE

Da poco gli amanti sono dissolti
umidi e stanchi. E' quasi l'alba.
Ah, io bevo e a mia madre so scippare
dal suo fodero d'abete un po' di vita ancora
- miserabile calore.
E di te grido, amore, allo stellato incerto
a un'alba di cotone. Ebbra è l'aria e io
posassi la tua mano - penso - sulla mia fronte
la tua mano, quanta morte darei
per un massacro vano. Ma resto solo
e vivo, picchio la testa, come vedi scrivo:
fossero viole le voci, sarei di primavera!
Mi allontano invece, deraglio dalla vita.
Posassi la tua mano - non più per solitudine
per amore infine saprei farla finita.




APPENDICE A " UN TU NON IPOTETICO E CARO"

Devo dirti che non l'acqua mi manca
o il pane o il letto dove sfinirsi.
Neppure una donna a seni e alghe.
Non la strada rivoltosa mi manca
o il caffè delle chiacchiere intonate.
Né il privilegio di oziare in contemplazione
mentre fuori la stagione trascolora
e l'edera attecchisce con astuzia senile.
Ho voglia di cose disamorate e vive
- non sogni tastiere evocative - poiché
l'amore, l'imponderabile non vivono
che in te, trafugati e spenti.
E' dentro il tuo viso che nasce la devozione
della mia solitudine. Non m'assolvesti
quando un'esenzione chiedevo da quel grumo
d'angoscia in cui sono innestato.
Non è l'amore un ragazzo cieco, violentato:
c'è una logica del profitto anche in amore.
Così per amore torno a contraddirmi.


        Ferruccio  Benzoni    da     La casa sul porto


  


lunedì 17 luglio 2017

SCENA MUTA ( Tema dell'addio )



L'essenza della carne ferita
vagava tra due muri;
l'amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell'ora persa.




Un improvviso ci porta nel dolore
che tutto ha preparato in noi, nell'attimo
strappato al suo ritmo, nel suono
dei tacchi, nel respiro
che si estingue: era un pomeriggio
d'agosto tra le ombre della tangenziale,
il nostro niente
da dire, filo di voce, scena muta.



Eri l'ultima
donna della vita, eri il temporale
e la quiete, il luogo
dove la luce è insanguinata
e il sangue fiorisce: pochi minuti,
pochi metri, sempre lì,
nel cemento che parla, nella città
degli amanti, nel silenzio
dei lavandini; il bacio
avvenne
e noi non abbiamo
voluto più uscire.

Si muore così, all'ingresso
di una scuola, un cerchio perfetto.




Noi che abbiamo conosciuto
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,
l'idea che illumina la carne,
la sapienza delle misure
e il lampo, noi ci lasciamo
qui, in due metri di cemento, con un atto
di presenza, un battito
estivo, uno scambio di persona.


        Milo De Angelis    da     Tema dell'addio