martedì 17 luglio 2018

PER L'ANNO DELLA DEMENZA

 
 

                                                                 Vedo me stessa spezzata in due…



PREGHIERA

O Maria, fragile madre,
adesso ascoltami, ascoltami adesso
anche se non capisco le tue parole.
Un rosario nero con Cristo d'argento
si adagia fra le mie mani, si sconsacra
perché io non ci credo.
Ogni grano è rotondo e duro
fra le dita, un angioletto nero.
O Maria, concedimi la grazia
di questa conversione,
anche se sono brutta,
anche se sono sommersa
dalla pazzia, dal mio passato.
Ho anche le sedie
ma mi sdraio per terra.
Sono vive solo le mani
che toccano i grani.
Snocciolando parole
la lingua s'intreccia.
Una principiante: la mia bocca
aderisce alla tua, lo sento.

Come le onde mi schiaffeggiano
i grani che conto - derelitta -
la conta mi ammorba
e la finestra che mi sovrasta
è la sola che ascolta
il mio ciocco di carne che borbotta.
E' la consolatrice e elargisce.
Come un pesce enorme
dona il respiro
ed esalano i polmoni mormorando.

S'avvicina, s'avvicina
l'ora della mia morte
mentre mi rifaccio il trucco
e torno come prima
come prima dello sviluppo
quando portavo i capelli lisci.
E' così la morte.
C'è nella mente il Viuzzo Morte
ed io ci sguazzo.
Il mio corpo è inutile.
Si arrende.
Come una cagna sullo stuoino
acciambellata, inerte.
Qui non ci sono parole, tranne
l'imparaticcio avemmariapienadigrazia.
Ed ecco che entro nell'anno senza parola.
L'entrata è assurda e esatto il voltaggio.
Esistono senza parola.
Senza parole si può toccare
e ricevere il pane senza fare
nemmeno un suono.

O Maria, tenera medichessa,
portami polveri ed erbe
perché sono esattamente nel cuore.
E' troppo piccolo e l'aria è grigia
come fossi in una casa a pressione.
Mi versano vino come si versa latte
a un bambino, offerto in un delicato
bicchiere dalla coppa rotonda
e dal bordo sottile, un vino impeciato
che sa di stantio e di segreto.
Il bicchiere si solleva e
si avvicina alla bocca da solo.
E io lo vedo e io capisco
solo perché è successo.
Ho paura, paura di tossire
ma non dimentico niente,paura
della pioggia e del cavaliere che galoppa
e s'avvicina per entrarmi in bocca.
Il bicchiere si inclina da solo
e io prendo fuoco.
Vedo due rivoli sottili
colare bruciandomi il mento.
Vedo me stessa spezzata in due.
Un'altra e me stessa.

O Maria, sbatti le palpebre.
Sono nel dominio del silenzio,
nel reame dormiente dei pazzi.
Qui c'è il sangue
e l'ho mangiato.
O madre dell'utero,
sono venuta qui solo per il sangue?
O mammina,
sono dentro nella mia mente.
Sono rinchiusa nella casa sbagliata.


              Anne Sexton    da      Poesie d'amore

ARBUS

 
 


" Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere
  prima che vengano fotografate. "

                         Diane  Arbus
      

L'AMORTE

 
 

                                                                        Incartami l'urlo…


                                                              C'è poesia, poesia. E poesia.
                                                              Lettore che vuoi riconoscerti
                                                              in quello che leggi,
                                                              resta a casa.
                                                                     (A.B )
Amor abbeverato
alza comunque le mani,
ti sono dentro.
Ho una pistola in vita
poi tu le erediterai
quando non ci sarò più.
Slacciare
è da concubine
da barellieri
da chiunque scenda alle mani.
Nasconditi
tra le tue braccia
come un pavimento
tra i piedi.
Impara a correggere ciò che è giusto:
fa' che l'errore l'ammiri.
Operati da sveglia
fa' che diventino tuoi
tutti i bambini senza mondo,
e poi mangiali,
in segno di fierezza.
Per averli protetti
dentro.




Lasceresti solo un calabrone
l'ultima ora della sua vita
se sapessi che ha volato ottanta ore ininterrotte
per poter morire proprio vicino a te?
Se sì,
io voglio diventare quel calabrone
se no,
diventa tu quel calabrone
e volerò io da te.





Dubito che la caccia al dorso
si concluda con un solo colpo alle spalle.
Ho il timore
che centri anche l'anomalia divina
che accompagna chi spira
accanto alle scuse porte.





Chi ti ha macellato ha tenuto le piume.
Amor scarto
a letto coi soprusi
arato con le unghie,
io vado all'ammasso
strofinando le cosce
per sentirmi inseguito
e rabbrividire.
Tema:
la brama.




E' la carne
che ci mangia.
Incartami l'urlo
che lo faccio a casa.

Dolore da asporto.





Da qui
si vede il male.
So di te
ma non è conoscenza.
Solo odore.



                 Alessandro  Bergonzoni    da    L' amorte

lunedì 16 luglio 2018

SE POI NON VOLO

 
 

                                                    Vorrei domandare al vento quando si parte…


Appartengo all'autunno
come un figlio alla madre
come l'inchiostro al libro
come la foglia all'albero
scosso di pioggia e d'ottobre
da cui non se recidermi
se ancora non è tempo.

E mi ingiallisco il desiderio
d'essere strada a passi conosciuti
o farmi nido per ritorni stanchi,
sentire la carezza del crepuscolo
sulle nervature scoperte della pelle
prima che sia freddo inverno.

E vorrei domandare al vento
quando si parte.
Ma se poi non volo.


                    frida

VAN THUAN (libero tra le sbarre )

 
 

  " La libertà é quel bene che ti fa godere di ogni altro bene"  ( Montesquieu )


(…)Per un istante intravvide la speranza di poter essere utile
      nonostante la reclusione. Negli ultimi giorni gli era passata per
      la mente un'infinità di pensieri. Erano come piccoli spiragli di
      luce che davano vita a un universo di stelle. Da piccolo, gli
      piaceva unire i punti di luce del firmamento, scoprendo le
      costellazioni. Ora, nella penombra della sua prigionia, gli si
      presentava la possibilità di tracciare un percorso che unisse i
      diminuiti bagliori che ancora ritrovava dentro di sé. La sua vita
      era stata messa alla prova: gli era stato chiesto di firmare una
      dichiarazione falsa, era stato accusato di mentire ed era stato
      rinchiuso per fargli pressione,affinché cedesse davanti al nuovo
      Governo. Tutto questo lo spingeva a chiedersi giorno e notte
      perché mai dovesse rinunciare alla libertà e cosa stava
      ottenendo in cambio.
      Una scintilla di speranza cominciò a riaccendersi.
      Ma le notti cadevano - plumbee -sulla sua idea di scrivere come
      Paolo ( di Tarso n.d.r. ). Col buio,un manto di tristezza e
      oppressione, gli ricordava che la sua vita era un incubo.A volte
      rimaneva sveglio e le domande degli interrogatori lo
      pungevano come spilli. In mezzo a un combattimento corpo a
      corpo con la tristezza, Thuan vide passare per la memoria un
      ricordo prezioso, e lo trattenne. Si concentrò ad assaporarlo.
     Erano passati vent'anni da una passeggiata con suo zio Diem.
     Camminavano su un sentiero che aveva grandi platani ai
     margini. Il suo padrino gli narrava storie avvincenti della sua
     infanzia. E mentre da un albero cadeva una grande foglia, gli
     disse: " A volte, la penuria risveglia la nostra maggiore
     ricchezza ". Lo zio parlava piano, come se cercasse di
     ricomporre la sapienza, estraendola dalle cose vissute.
    " Guarda, quando eravamo poveri, non avevano neanche un po'
     di carta per scrivere. Ma quanto sono diventato ricco quando
     sono riuscito a imparare a scrivere caratteri cinesi su foglie di
     banano, con un poco di polvere!
     Thuan rimase a guardare fisso un calendario appeso alla parete
     Nel resto della stanza spoglia, oltre al giaciglio c'erano solo il
     libro che gli avevano lasciato e una penna. Il solo fatto di aver
     ricordato lo zio Diem gli fece venir voglia di sorridere.
     Una scintilla si accese dentro di lui quando capì da dove poteva
     cominciare . (…)


 Teresa Gutiérrez de Cabiedes  da   Van Thuan ( libero tra le sbarre )


domenica 15 luglio 2018

IL CERVELLO DELLE DONNE 1

 
 

" Se non potrò piegare gli dei del cielo, scatenerò quelli dell'inferno" ( Virgilio )



CERVELLO FEMMINILE E IRA

(…) Un'importante differenza tra il cervello femminile e quello
       maschile, è il modo di elaborare l'ira. Benché uomini e donne
       sostengano di provare questo sentimento con la stessa
       intensità, senza dubbio sono gli uomini a manifestarlo con
       maggior forza e violenza. L' amigdala è il centro cerebrale
       della paura, della rabbia e dell'aggressività, e ha dimensioni
       maggiori negli uomini che nelle donne, mentre il centro che
       controlla queste emozioni - la corteccia pre frontale - è
       relativamente più grande nelle donne. Di conseguenza è più
       facile che un uomo si lasci prendere dall'ira. L'amigdala
       maschile possiede inoltre molti recettori del testosterone, che
       stimolano e potenziano le risposte all'ira, in particolare a
       seguito dei picchi di questo ormone durante la pubertà. Ecco
       perché gli uomini con alti livelli di testosterone - compresi
       quelli più giovani - perdono la pazienza più facilmente e si
       infiammano con tanta rapidità. Man mano che gli uomini
       invecchiano, i livelli di testosterone si abbassano, l'amigdala
       diviene meno reattiva, la corteccia prefrontale esercita un
       maggior controllo e non si infuriano più tanto facilmente.
       Le donne hanno un rapporto molto meno immediato con l'ira.
       Sono cresciuta sentendomi ripetere da mia madre che la
       qualità e la durata di un matrimonio si possono misurare dal
       numero di morsi che una moglie si lascia sulla lingua. Una
       donna " si morde la lingua " per evitare di manifestare la
       propria collera, non tanto per mantenere un'apparenza
       conveniente, quanto perché è influenzata dai propri circuiti
       cerebrali. Questi - spesso - dirottano la sua reazione, che
       talvolta vorrebbe essere immediata, affinché le sia possibile
       riflettere sulle conseguenze negative che si potrebbero
       verificare. Va ricordato che il cervello femminile prova verso
       i conflitti un'enorme avversione generata dalla paura di
       esasperare l'altro e guastare il rapporto. Perciò, quando in
       una relazione intervengono rabbia o sentimenti conflittuali,
       potrebbe verificarsi un improvviso cambiamento di alcune
       sostanze neurochimiche cerebrali -come serotonina, dopamina
       norepinefrina - che provoca un' attivazione del cervello simile
       a quella scatenata da una reazione epilettica . (…)


 Louann Brizendine  da  Il cervello delle donne ( Capire la mente femminile attraverso la scienza )    

IL CERVELLO DELLE DONNE 2



(…) Forse in risposta a questo estremo disagio, il cervello
       femminile ha compiuto un ulteriore passo nell'elaborare e nell'
       evitare conflitto e rabbia, sviluppando una serie di circuiti che
       sviano l'emozione e continuano ad analizzarla e riesaminarla.
       Queste aree particolarmente sviluppate del cervello femminile
       sono la corteccia pre frontale e la corteccia cingolata
       anteriore. Quando temono di subire una perdita  o di provare
       un dolore, le donne attivano tali aree più degli uomini. Nella
       vita allo stato selvaggio, la fine di un rapporto con un maschio
       che forniva cibo e protezione poteva significare la catastrofe.
       Trattenendo prudentemente la propria rabbia, la femmina
       avrebbe potuto mettere al riparo la propria vita e quella della
       prole dalla reazione estrema di un maschio iracondo.
       Non sempre inoltre bambine e donne riescono ad avvertire all'
       istante l'intenso scoppio d'ira che proviene dall'amigdala,
       come invece accade agli uomini.
       Quando sono arrabbiate con una persona, le donne
       innanzitutto ne parlano con qualcun altro. Invece di scatenare
       nel cervello una reazione fisica immediata - come avviene nei
       maschi - nelle femmine l'ira passa attraverso i circuiti
       cerebrali delle sensazioni viscerali,della previsione di conflitto
     - dolore e della parola. Gli studiosi ipotizzano che nonostante
       una donna sia più lenta ad agire sotto la spinta dell'ira, una
       volta che i suoi più veloci circuiti verbali si mettono in moto,
       darà libero sfogo a una valanga di frasi rabbiose impensabile
       per un uomo. In genere l'uomo usa meno parole e ha meno
       scioltezza verbale, quindi in un diverbio con una donna può
       trovarsi svantaggiato; e per la frustrazione di non riuscire a
       tener testa a una donna con la dialettica, i suoi circuiti
       cerebrali e il suo corpo possono allora regredire a una
      manifestazione fisica dell'ira . (…)


 Louann  Brizendine  da  Il cervello delle donne ( Capire la mente femminile attraverso la  scienza )
      

sabato 14 luglio 2018

D' AMORE

 
 

                                                      D' amore ti sia questo silenzio asciutto…



Ti sia d'amore
questo scricchiolare
di speranze incrinate
e quest'attesa in divagare lento
che mi rifrange contro.

E d'amore ti sia
questo silenzio asciutto
in cui dirado gesti brevi
d'invito alla tua schiena ( mentre )
- a ritroso sui passi - me ne vado altrove.


              frida

LE ARMI DELL'ESTATE

 
 

                                                           Ascolta i passi della stagione in estro…



LE ARMI DELL'ESTATE

Ascolta i palpiti dello spazio
i passi della stagione in estro
le braci dell'anno.

Rumore di ali e crotali
lontani tamburi d'acquazzone
ansia e crepitìo della terra
sotto la veste di insetti e radici.

La sete si sveglia e costruisce
le sue grandi gabbie di vetro
ove acqua incatenata è la tua nudità
acqua che canta e si scatena.

Con le armi dell'estate
entri nella mia stanza nella mia fronte
a sciogliere il fiume del linguaggio
guàrdati in queste rapide parole.

A poco a poco il giorno brucia
sul paesaggio abolito
la tua ombra è un paese di uccelli
che il sole sperde con un gesto.





MADRIGALE

Più trasparente
di quella goccia d'acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa.
                       Guàrdati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte.

Sei nata per vivere in un'isola.


               Octavio  Paz     da             Verso l'inizio

venerdì 13 luglio 2018

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO 1

 
 

                                       Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa al sole…


(…) Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal
       nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un 
       tratto - in quel buio - s'è acceso un lampo di certezza: sì, c'eri.
       Esistevi. E' stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata.
       Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con
       tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di
       precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante.
       Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi 
       bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca
       di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri.
       Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del
       dolore. Io non temo il dolore. E' paura di te, del caso che ti ha
       strappato al nulla per agganciarti al mio ventre. Non sono mai
       stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato.
       Mi son sempre posta l'atroce domanda: e se nascere non gli
       piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando:
      " Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo,perché mi ci hai messo
       perché ?".
       La vita è una tale fatica, bambino. E' una guerra che si ripete
       ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi
       che si pagano a un prezzo crudele. Come faccio a sapere che
       non sarebbe stato giusto buttarti via, come faccio a intuire che
       non vuoi essere restituito al silenzio?. Non puoi mica parlarmi.
       La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena
       iniziate. Forse non è nemmeno vita, ma possibilità di vita.
       Eppure darei tanto perché tu potessi aiutarmi con un cenno,
       un indizio. La mia mamma sostiene che glielo detti e che per
       questo mi mise al mondo.
       La mia mamma - vedi - non mi voleva. Ero incominciata per
       sbaglio, in un attimo di altrui distrazione. E perché non
       nascessi, ogni sera scioglieva nell'acqua una medicina. Poi
       la beveva, piangendo. La bevve fino alla sera in cui mi mossi
      - dentro il suo ventre - e le tirai un calcio per dirle di non
       buttarmi via. Lei stava portando il bicchiere alle labbra: subito
       lo allontanò e ne rovesciò il contenuto per terra.
       Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa al sole, e se ciò sia
       stato un bene o un male, non lo so. (…)


                    Oriana  Fallaci  da   Lettera a un bambino mai nato

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO 2


(…) Quando sono felice penso che sia stato un bene, quando sono
       infelice penso che sia stato un male. Però, anche quando sono
       infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata, perché
       nulla è peggiore del nulla. Io - te lo ripeto- non temo il dolore.
       Esso nasce con noi, cresce con noi e ad esso ci si abitua come
       al fatto d'avere due gambe e due braccia. Io - in fondo - non
       temo neanche di morire: perché se uno muore, vuol dire che è
       nato, che è uscito dal niente. Io temo il niente, il non esserci, il
       dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per
       sbaglio, sia pure per l'altrui distrazione.
       Molte donne mi chiedono: mettere al mondo un figlio, perché?
       Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito
       e offeso,perché muoia ammazzato in guerra o da una malattia?
       E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo
       freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici,
       che viva a lungo per tentare di cancellare le malattie e la
       guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è da preferire
       al soffrire? Io, persino nelle pause in cui piango sui miei
       fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire
       sia da preferirsi al niente.
       E se allargo questo alla mia vita - il dilemma nascere o non
       nascere - finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non
       nascere.  (…)


                 Oriana  Fallaci   da   Lettera a un bambino mai nato

giovedì 12 luglio 2018

CI DEV ' ESSERE UN PERDONO REGALATO

 
 

                 Se le carezze fossero la rabbia del mare e delle parole pronunciate...     

                                  
Io che penso.

Se dovessimo meritarci il perdono,
allora non sarebbe un perdono universale,
eterno, già scritto nelle cose.
Vorrebbe dire che l'eterno non c'è
e il mondo non nascerebbe da un
principio di bellezza.

Io che sento.

Se ci fosse un osservatore amorevole
laggiù, oltre la curva dell'orizzonte,
oltre la strettoia della strada in salita,
oltre il tramonto dietro la collina
quando la sfera arancione sembra
la testa di un burattino
che scompare e riappare
per aumentare l'attesa
del piccolo auditorio in festa

se ci osservasse a gomiti larghi
disteso sulla spiaggia del Tempo
e la pioggia fosse le sue lacrime
e il mare il loro eterno accumularsi

se le sue carezze del dopo fossero
il vento dell'oggi, la tempesta,
la rabbia del mare e delle parole pronunciate,

se tutto questo movimento
sgorgasse da una fonte amorevole,
anche le ali spezzate di un passero
allora, o le mie, le tue
sarebbero una goccia
che tracima da un crinale
d'amore.


                       Daniela  Malini       Inedito

STRATAGEMMI DEL DEBOLE

 
 

                                                       Ho visto sgorgare l'acqua rovente della terra…


Lì,
in quel mondo che nella nebbia apriva la sua crepa
ho visto sgorgare l'acqua rovente della terra,
il papavero che - docile - al mio tocco si schiudeva,
la lucciola, metafora del tempo.

Lì, già c'eri tu - tremando - ancora senza parole.





PREGHIERA

Per i miei giorni chiedo,
-Signore dei naufragi -
non acqua per la sete, bensì la sete,
non sogni
bensì la voglia di sognare.
Per le notti,
tutta l'oscurità necessaria
per affogare la mia oscurità.





OFFERTORIO

Come un regalo accetto il tuo silenzio,
con tutto
quel che contiene il suo rigore di roccia.
Con tutte le domande che entrano nel suo cerchio,
il suo graffio, la sua lacrima e il suo ventre
di tamburo che percuoto
e dove solo il colpo risponde.
Come qualcosa che è,
che non può non essere,
accetto il tuo silenzio.
Con tutto quello che ha di risposta,
di grido figurato, d'impotenza,
di parole cucite con lunghi fili falsi.

Perché tutto
quello che un uomo vuole sognare entra nel pugno
serrato del silenzio.

In cambio ti offro
tutto il silenzio che il tuo orecchio esige,
che il tuo cuore vuole
e in punta di piedi
esco da te.
( Io che sempre ho creduto nella parola )




                                                                     Tutti i giorni del mondo
                                                                     qualcosa di bello finisce

                                                                          ( Iaroslav  Seifert )

QUALCOSA DI BELLO FINISCE

Péntiti:
come a una vecchia stella spossata
la luce ti ha abbandonato. E la creatura
che illuminavi
              ( e che illuminava
i tuoi occhi ciechi alle futili cose
del mondo )

è tornata ad essere mortale.
Ogni cosa riacquista
la sua densità, il suo peso, il suo volume,
quel povero equilibrio che sostiene
il tuo nuovo inverno. Rallégrati.
Le tue viscere ora sono di nuovo le tue viscere
e non crudo alimento d'inquietudine.
Ormai non sei quel dio ebbro e ambiguo
che ti fu dato di essere. Mordi
l'osso che ti danno,
arriva al suo midollo,
raccogli le briciole che la memoria abbandona.


                       Piedad  Bonnet  da     Stratagemmi del debole

mercoledì 11 luglio 2018

IL GIORNO DEI COLOMBI

 
 
 
 
Penso che la cura con cui mi allevarono mi abbia permesso di sopravvivere a me stessa…



( …) Nell'autunno del 1972 i miei genitori mi accompagnarono al
       college. Tutte le cose di cui avevo bisogno, furono stipate in
       un baule di alluminio blu nuovo di zecca: una trapunta di
       pezze irregolari lavorate all'uncinetto da mia madre per il mio
       letto, cento dollari del 4B in vestiti nuovi, il mio Self- Teacher
       della Berlitz, le Meditazioni di Marco Aurelio, una fotografia
       in cornice, una tabacchiera di pelle con perline che Mooshum
       possedeva da tempo immemorabile e che mi aveva regalato
       distrattamente, come fanno i vecchi, e da mio padre un fascio
       di buste con il suo indirizzo, ciascuna delle quali conteneva un
       biglietto da un dollaro nuovo. Aveva appiccicato su ogni busta
       speciali francobolli che voleva far timbrare, alcuni in giorni
       particolari.
       Le altre matricole stavano entrando nelle stanze del dormitorio
       con i genitori che le aiutavano a portare i bagagli. Vidi scatole
       di paperback, impianti stereo,  album di Dylan e chitarre
       acustiche di lucido legno dorato. Trapunte fatte a maglia o
       ricamate, nessuna delle quali bella come la mia. Ma mentre
       portavamo il mio baule su per due rampe di scale, il terrore mi
       assalì. Nonostante la mia determinazione di andare a Parigi,
       in realtà avevo avuto paura a lasciare la famiglia anche solo
       per spingermi fino a  Grand  Forks, e alla fine pure i miei
       genitori non volevano lasciarmi partire. Ma dovevo farlo. Ed
       eccomi qua. Scendemmo le scale. Ero troppo infelice per
       piangere e non ricordo i nostri ultimi abbracci, ma guardai i
       miei genitori quando furono vicini alla macchina. Mi facevano
       gesti di saluto, e quel momento è un'immagine ferma e chiara.
       Posso evocarla come se fosse una fotografia.
       Mio padre, così magro e atletico, sembrava quasi indebolito
       dal colpo, mentre mia madre, la cui bellezza era ancora
       notevole e che era nota nella riserva per il suo silenzio e
       riserbo, aveva perso la sua caratteristica gravità. Il suo viso, e
       quello di mio padre, erano denudati dall'amore. Non era una
       cosa di cui si parlasse - l'amore - e sentirlo esprimere dalle
       labbra stesse dei miei genitori mi terrorizzava. Ma essi mi
       permisero quest'unica, nitida occhiata. L'amore si irradiava e
       splendeva intorno a loro. Poi andarono via. Oggi penso che
       tutto ciò che era concentrato in quell'occhiata - la cura con cui
       mi allevarono, le loro pazienti lezioni in ogni materia che
       sapevano insegnare, gli sforzi penosi che fecero per
       concedermi certe libertà,il loro esempio di fermezza nel lavoro
      - mi abbia permesso di sopravvivere a me stessa.  (…)


                 Louise Erdrick   da     Il giorno dei colombi

I BOSCHI

 
 

                                                 Un tempo il tuo tocco bastava a rivestirmi…



I BOSCHI

Un tempo il tuo tocco bastava a rivestirmi.
Tra questi alberi ora sono diversa.
Ora indosso gli alberi.

Abbasso un copricapo di ramoscelli piegati e l'assicuro.
Mi lego addosso una corazza di scorza graffiata.
Adatto alle mie mani le larghe foglie
dell'acero, come manopole di sangue.

Ora quando dico vieni
e tu entri nei boschi
in caccia di qualche creatura come la donna che ero,
io ti circondo.

La luce sanguina dalla radura. Le radici salgono.
Forme scannellate ardono azzurre nella luce che muore,
e anche tu conosci
la solitudine che mi hai insegnato col tuo corpo.

Quando ti corichi nella fossa di un albero abbattuto,
io ti copro - come ho sempre fatto -
questa volta non te ne vai.


 Louise  Erdrich    da   Sette poeti indiani americani contemporanei


LETTERE A MILENA ( Prefazione)


Nella produzione letteraria di Franz Kafka, le raccolte di lettere occupano un posto particolarmente importante perché stile narrativo ed epistolare sono quasi esattamente sovrapponibili: le immagini cui l'autore ricorre per spiegare i meccanismi dell'angoscia e dei sensi di colpa che lo torturano, sono le stesse che ritroviamo nei suoi racconti. E particolarmente preziose sono le missive inviate alla traduttrice e scrittrice Mìlena  Jesenska  Pollak, conosciuta e amata sul finire della vita. Prima di lei ci sono state altre donne, nonostante il suo rapporto conflittuale con la corporeità, propria e altrui, e con il sesso, ma nessuna riuscì a scandagliare con altrettanta sensibilità - anche letteraria- l'anima di quell'uomo così tormentato: non è un caso che proprio a lei Kafka consegni i suoi Diari.  Nemmeno la passione - però - potrà liberarlo dal castello delle sue inquietudini: la corrispondenza tra i due è la cronistoria di un sentimento intenso, ma destinato a finire prima ancora di iniziare.


                           frida

LETTERE A MILENA 1

 
 
                                         Soltanto in sogno sono così inquietante…

 
       Riapro la lettera : qui c'è posto: per favore,dammi ancora una

       volta del tu - non sempre, non lo vorrei nemmeno - ma ancora
       una volta.

      Se non Le dispiace, quando Le si presenta l'occasione, dica per
      favore una parola buona per me a Werfel. A varie cose Lei
      purtroppo non risponde, per esempio circa la sua attività di
      scrittrice…
      Ultimamente ho sognato ancora lei:è stato un grande sogno ma
      non ricordo quasi niente. Ero a Vienna, non ne ricordo nulla,
      poi arrivai a Praga e avevo dimenticato il Suo indirizzo, non
      solo la via, anche la città, tutto, soltanto il nome Schsreiber
      affiorò ancora in qualche modo, ma non sapevo che cosa farne.
      Per me Lei era dunque del tutto perduta.Nella mia disperazione
      feci diversi tentativi molto astuti, i quali - però , non so perché -
      non vennero eseguiti e dei quali uno solo mi è rimasto nella
      memoria : scrissi su una busta: " M. Jesenska" e sotto : " Prego
      di recapitare questa lettera perché altrimenti l'amministrazione
      delle Finanze subisce un danno enorme".
      Con questa minaccia speravo di mettere in moto tutti i mezzi
      dello Stato perché Lei fosse rintracciata. Furbo? Non ricavi da
      ciò una cattiva impressione di me. Soltanto in sogno sono così
      inquietante. (…)


                Franz  Kafka    da   Lettere a Mìlena

LETTERE A MILENA 2


Merano, 15 Giugno 1920

(…) Questa mattina ho sognato ancora te: eravamo seduti l'uno
       accanto all'altra e tu cercavi di allontanarmi, non in collera,
       ma amichevolmente. Io ero molto infelice e non perché mi
       respingevi, ma perché ti trattavo come una donna muta
       qualunque e non facendo attenzione alla voce che veniva da te
       e parlava proprio con me. O forse non era che non vi prestassi
       attenzione, ma non avevo potuto risponderle. E mi allontanavo
       più sconsolato che nel primo sogno.
       Qui mi viene in mente ciò che ho letto una volta, non so più in
       quale autore, press' a poco così: " La donna che amo è una
       colonna di fuoco che passa sopra la terra. Ora mi tiene
       racchiuso. Ma non i racchiusi essa conduce, bensì i veggenti ."

                              Tuo

(Ora perdo anche il nome: è diventato sempre più breve e ora
 suona : Tuo )


                 Franz  Kafka      da   Lettere a Mìlena

LETTERE A MILENA 3


Praga, 13 Luglio 1920

(…) Come sei stanca nella lettera di sabato sera! A proposito di
       questa lettera,avrei molto da dire oggi, ma non dico niente alla
       tua stanchezza perché anch'io sono stanco: è la prima volta -
       posso dire - da quando fui a Vienna, che ho la testa dolente per
       non aver assolutamente dormito.Non ti dico niente, ma ti metto
       a sedere sulla sedia a sdraio ( tu dici che non mi hai dato
       sufficienti prove d'affetto, ma esiste forse un maggior affetto,un
       più grande onore che farmi sedere là e metterti a sedere
       davanti ed essere accanto a me? ); adesso dunque ti metto a
       sedere sulla sedia a  sdraio e non so come abbracciare la
       felicità con parole, occhi, mani e col povero cuore, la felicità
       che tu sei qui e appartieni anche a me. E dire che in fondo non
       amo te, ma piuttosto la tua esistenza donatami da te.

                      F.  (…)


              Franz Kafka   da    Lettere a Mìlena

martedì 10 luglio 2018

Rebeka Yddish Tango

 
 

                                                            e la lontananza dei tuoi occhi…



Più tenero della tenerezza
è il tuo volto,
più bianca del bianco
è la tua mano,
dal mondo intero
sei lontana
e tutto ciò che è tuo
dall'ineluttabile.

Dall'ineluttabile
la tua tristezza
e le dita delle mani
che non diventano fredde
e il sommesso suono
di allegri discorsi
e la lontananza
dei tuoi occhi.


            Osip  Mandel ' Stam     da        Kamen '   ( Pietra )

VERSI A DINA

 
 

                                              A noi che non abbiamo altra felicità che di parole…



LA BAMBINA CHE VA SOTTO GLI ALBERI

La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto in gola.
Canta sola
e salta per la strada: ché non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po' d'oro vivo sulle spalle,
di quella gioia in gola. A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l'acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore,
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.





ERA COLOR DEL MARE E DELL'ESTATE

Era color del mare e dell'estate
la strada tra le case e i muri d'orto
dove la prima volta ti cercai.
All'incredulo sguardo ti staccasti
un po' incerta dall'altra marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti
- con la forza di chi s'attacca - il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.

Una macchina adesso mi portava
- procella appena dominata - verso
il luogo di quel primo appuntamento.

Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po' incerta dall'altro marciapiede.
( Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest'ansia
la parte, se il male la guadagni ).

Il tempo di pensarti: ma nell'attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T' amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c'era qualcuno.

O strada tra le case - benedetta -
dove la prima volta nella vita
pietà d'altri che me mi strinse il cuore.






LA TRAMA DELLE LUCCIOLE

La trama delle lucciole - ricordi -
sul mare di Nervi, mia dolcezza prima?
( trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore )

Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d'aver dette.

Estrema delusione degli amanti!
Invano mescolarono le vite
s'anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.

Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po' stupito e solo,
per un mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s'alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.

Oh come poca cosa quel che fu
a quello che non fu divide!
Meno
della scia della nave acqua da acqua.

Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul muro di Loano,
e tutta la mia poca gioia - e tu -
fin che mi strazi questo ricordare.


               Camillo  Sbarbaro    da      Versi a Dina