lunedì 24 giugno 2019

IL NOBEL DI SEFERIS

 
 

                                                   La nostalgia del peso di un'esistenza viva...


" Perché credo che la poesia sia necessaria a questo mondo moderno in cui siamo affetti da ansia e paura. La poesia ha le sue radici nel respiro umano: e cosa mai saremmo se il nostro respiro dovesse venir meno?
La poesia è un atto di fiducia : e chi sa se il nostro disagio non dipenda da una mancanza di fiducia…
E devo aggiungere che oggi dobbiamo ascoltare quella voce umana che chiamiamo poesia, quella voce che rischia sempre di andare estinta per mancanza di amore, ma che sempre rinasce.
Minacciata, ha sempre trovato un rifugio; rifiutata, rimette sempre radice nei luoghi più impensabili. Non fa distinzione fra luoghi grandi  piccoli del mondo; la sua patria è nel cuore degli uomini di tutto l'universo; ha l'istinto di sapersi sottrarre al circolo vizioso dell'abitudine… "

           ( Dal discorso di accettazione del Premio Nobel del 1963 )



                                          ***


E il poeta si attarda a guardare le pietre e si domanda
chissà se esistono
in mezzo a queste linee guaste, agli spigoli, alle curve, alle cavità
chissà se esistono
qui, dove s'incontrano la pioggia, il vento e l'usura
se esistono il moto del viso, la forma dell'affetto,
di quanti diminuirono così stranamente nella nostra vita,
di quanti rimasero ombre di flutti e pensieri nella sconfinatezza del mare?
O forse no, non resta altro che il peso,
la nostalgia del peso di un'esistenza viva.


                                     *** 

 Tornammo sfiniti alle nostre case
le membra fiacche, la bocca devastata
dal sapore di ruggine e di salsedine.
Al risveglio, ci dirigemmo a nord, estranei
immersi nella bruma delle ali immacolate dei cigni che ci ferivano.
Le notti d'inverno, l'impetuoso vento dell'est ci toglieva il senno,
d'estate ci perdevamo nell'agonia del giorno che non riusciva ad estinguersi.
Riportammo indietro
questi rilievi di un'arte disadorna.



                            Giorgio  Seferis     da     Poesie


domenica 23 giugno 2019

L'AMORE DI MARIANGELA

 
 

                                                            Sia placido questo nostro esserci…


Mi muovo con te
legge che voltoli la terra.
In te voglio cadere
legge delle acque e delle maree
che guidi le comete ghiacciate
per i cieli. Tu
istruisci il più piccolo seme
e lo conduci nei suoi gonfiori
nelle putrefazioni
e lo maturi in frutti succosi.
Io scelgo te - non scritta. Non
recitata nei tribunali, poco onorata
dimenticata. Te che scuoti
a piccoli colpi ognuno dei cuori
ogni ciglio che batte è battuto da te e unghia
e crescita di pelo e cadere del dente
e ogni respiro lo induci.
Mi alleo con te che già sei mia
alleata. Riposo in te.
La tua norma mi piace. In te divento
quello che sono - nessuno - splendidamente
niente - senza peso - Adoro te.


                                 ***

C'è nella tristezza un contagio
- amore mio - e da questo si vede
che abbiamo fatto comune cuore
e siamo uno che appare due.
Allora io
insemino la gioia
in questa cosa che non consiste
però esiste e tiene entrambi appesi.
La gioia ce la metto io.


                                          ***

Volevo tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei
ai suoi sigilli.
Per amore - per amore - tutto per amore .


                                           ***

Sii dolce con me. Sii gentile.
E' breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell'umano. Come ora ne
abbiamo dell'intimità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.

Una nostalgia d'imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell'opera blindata dei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
 e scorrere d'acqua e scatto
e becchettìo e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il tuo mio ardore d'essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci -
questo essere corpi scelti
per l'incastro dei compagni
d' amore.


                                     ***

Se questo è amore, mi dico. Ma sì,
questo è l'amore che conosciamo. Ora.
Amore appiccicato, che incolla
quel poco di ala modesta sulla schiena.
Amore legato. In cui si ripete la solfa
del tu e dell'io. Non siamo capaci
di essere insieme acqua e moto,
sale e onda, unica impresa spettacolare.
Come il mare laggiù, lo vedi?



                               Mariangela  Gualtieri

LE SOLITUDINI SONO PIU' DI TRE

 
 

                                                   Il non toccarsi è la quarta solitudine



Le solitudini sono più di tre
una scarpa sotto il letto
il lato vuoto della tavola
la pagina bianca a fine libro.
Taglio il formaggio lasciando
la sostanza che rubo da un centro
che a me sembra perfetto.
Tu mi sgridi ma non sai
- ho evitato la fine di una coppia -
che crosta e parte molle
non le puoi separare
a nessuna latitudine
che il non toccarsi
è la quarta solitudine.



                       Giulio  Maffii         Inedito

giovedì 13 giugno 2019

IL NOME DEL FUTURO

 
 

                                             Che evochi nel dirlo… un sibilo degli occhi…


Dovrai trovarmi tu
adesso
e darmi un nome
messo al futuro
che evochi nel dirlo
appena un sibilo
degli occhi.

Saremo mentre siamo
tiranti controvento,
fedele bollettino
ai naviganti,
code di folate,
semina di grano
in dimore d'acqua.



                                     frida


( Mi assenterò una decina di giorni.
  A rivederci )



mercoledì 12 giugno 2019

LE PERSONE PASSANO

 
 
 

                                                          Voglio solo guardarti piangere…


STANCO DIARIO

L'amore è acqua,
l'esistenza è sete primitiva,
la vita si frantuma alle onde dell'amore.
L'amore evapora.
Ti accontenterai perfino tu
delle piogge sottili e tenere,
di inumidirti di amore usato.


                                            ***

NORWEGIAN WOOD

Procedeva di poco davanti a me
e le guardavo le spalle rigide,
stizzite. Camminando disegnava
dei semicerchi con le caviglie
esili e cerulee per i riflessi del mare,
adeguate per scappare, per strappare
quel che resta di una mano su un fianco.
A occhi chiusi vedo ancora la sua
sagoma illuminata piegarsi sul pianoforte,
l'unico in quel misero emisfero.
Nessun'altra aveva i suoi occhi
in quel paesino di periferia,
che è ancora casa mia.
Nessun'altra ha la schiena pallida
e levigata come aveva lei.
Nessun'altra muore così,
in un albero qualsiasi,
con una corda qualsiasi,
di una notte qualsiasi,
sul mio amore qualsiasi.


                                              ***

QUELLE COME TE

A quelle come te riesce semplice
dondolarmi il tuo grano in faccia
e poi guardarmi con volto docile,
come a rinnegarmi.
A quelle come te piace vincere
e divertirsi col sudore dei popoli;
io lo so quello che non puoi raccontare,
io lo sento il tuo silenzio parlare.
Una volta - lo sai - ho raccontato
che le tue mani sono fredde,
e io chiaramente ho sbagliato a sfiorarle,
ma eri già bella ed eri imprudente.
Una volta - lo sai - ho pianto,
un'altra ho fatto finta
per simulare di sentirmi in colpa;
ma a quelle come te non importa,
dondoli ancora il tuo grano,
e il tuo sorriso davanti ai miei occhi.
A quelle come te non pesa di ferire, o di ferirsi.
Quelle che come te hanno bellezza
e ingenuità, non possono rimetterci.
Se non ingrigiscono i capelli,
lo fanno i pensieri, e tu rimani
solo un segnale di pericolo capovolto.
Ricordo bene quelle piccole tre cose
logorate per darti un tono:
la farfalla tatuata e la stella blu
che si vede solo dalla tua finestra.
E me.


                                           ***

FANTE DI CUORI

L'eroe che interpreti
partorisce la tua angoscia,
tutte le tue belle sculture di una sera
cosa ti lasciano?
Appassisce in fretta il viale alberato
della tua gestualità,
il tuo odio efebico
come il tuo imbarazzante amore.


                                           ***

AUTUNNO ( foglie cadute )

Tu sei l'autunno che muore spogliato.
violentata dal freddo che ti ha assuefatta.
Ingoi le foglie che hai perso per strada
e nel ventre tuo sorge di nuovo la vita.
Il vuoto ancora si compiacerà.
Chissà se stai guardando verso di me?
Spero di no, perché tremano
le mie mani di nostalgia.
Spero di sì, perché è l'unico fuoco
che adesso mi scalda.
Non so se stai scalando le mie
stesse montagne, o precipitando
dai medesimi strapiombi;
se hai sospeso - anche tu - un secondo
per un desiderio impossibile.
Dovrei godere dei tuoi silenzi
o delle tue - sempre lucide - verità?
Dovrei ingoiare il sangue
delle bugie che ancora mastico
e inchinarmi alla tua sincera ingenuità.
Non riesco a distinguere che te
in mezzo alla folla, e di te
non saprei tratteggiare il volto:
la tua voce soltanto intercetto,
e sforzo non basta per ricordarla.
Niente può arrivare a capire
se la foresta sia dentro di me
o il mio corpo a inciampare tra i rami.
Capisco i tuoi baci e la tua assenza,
la lucida verità dell'autunno.
A volte il cuore impazzisce
ma rimango muto, perché parlare
- di tenerezza o di avventure - sembra
forzare l'acqua a ghiacciare.
Perché adesso ho malinconia?


                                           ***

LA STESSA RISPOSTA

Silenzioso,
calpesto le tue lacrime,
finché piangi.
Riverente,
 abbracci i miei travagli,
finché ti seguo.
Mi chiedi di più,
come ogni volta ,
la stessa risposta
- che non ti concedo -
rimane in bocca :
voglio solo guardarti piangere.



                Fabrizio  Sani     da      Le persone passano


martedì 11 giugno 2019

SHOWCOOKING

 
 

                                                              La metà del cuore torna a me...


PIE

mi ero detta di lasciar fuori la rabbia
di non riempirle di rancori, queste pagine
di non ficcarci in mezzo paure e incazzature
e allora che ci faccio, con tutta questa negatività del cazzo?

cerca almeno di non essere scurrile
giusto. scusa.

beh, che ci faccio con tutto questo schifo?
un arrosto? una torta?
sì, una torta rustico agrodolce.
che sa di nervosismo.

ma la preparerei - pure quella -
con troppo incondizionato affetto
e verrebbe pure bene. Credo

impasterei quella dannata negatività
e ne verrebbe fuori qualcosa di buono. Puf

bello scherzo, eh?
sottile umorismo universale

basta un attimo di distrazione

accendi il forno,
per favore.


                                          ***

DUMPLINGS

ma...hai gli occhi verdi?
sorpreso
incantato
su quel pavimento che rotola
accanto al fiume.


rispondo. cambiano
rispondo.
certe sere
dice
sono un uomo solo
vieni.
così ti scaldo i sofficini
nel forno a microonde.
aggiungo.

e i suoi occhi aperti
ok. crash of the soul.
mi sono innamorata di te adesso.
ci sposiamo?
domani. dice.

no, I'm sorry.
and bere come the dumplings.


                                           ***

LIGHT

mi hanno detto   non ti spegnere

e io mi sono innamorata di un pirata
con la luce nella voce.


                                        ***

ANCORA UN MARE

ti ho detto
che avrei
ancora un mare
di cose da dirti

ma la verità
è che non ho niente
da dirti
se non che ti amo
se non che mi manchi
se non che adesso
non so
davvero
che altro dirti
se non quello
che ancora
non ti ho detto.


                                        ***

LA META' DEL CUORE

la metà del cuore torna da me,
a passo d'uomo.




                       Giulia  Bergonzoni    da      Showcooking




lunedì 10 giugno 2019

LYDIA DAVIS

 
 

                                                                           Lydia  Davis


UN INVENTARIO DELL' ESISTENZA

(…) Lydia Davis scrive tutto ciò che vuole. Con il ritmo interiore
       del pensiero e della distrazione, quello che si dice di una
       persona " con la testa tra le nuvole". 
       Le sue nuvole diventano racconti che volano dritti verso di noi
       e provocano un riconoscimento: ci fa sentire su un piano più
       alto, aereo ma concreto, pieno di accondiscendenza verso il
       basso che fa soffrire, che fa sbandare.
       In America l'hanno definita miniaturist, e la sua opera
       flash fiction, ma tutti aggiungono subito che è impossibile
       definirla. Jonathan Franzen  ( scrittore e saggista , n.d.r. ) ha
       detto : " Lei è Proust, più breve ". Malinconica, ironica,
       raffinata, ha raccontato, spiegato, consolato, divertito e
       straziato l'identità femminile.
       Ha reso lieve il dolore, ha mostrato l'altro volto della gioia, ha
       raccontato la sopportazione altissima, l'ironia che salva, l'
       eleganza, il limite, la maternità quando sei allo stesso tempo
       profondamente assorbita e profondamente annoiata e vorresti
       andare a una festa. E quella specie di distacco che anche in
       una valle di lacrime fa decidere che quel piatto va lavato
       immediatamente, e che lui ha delle scarpe veramente orribili.
       La desolazione metafisica e la saggezza, insieme al senso della
       commedia. Nei racconti di Lydia Davis c'è divertimento e
       profondità, assoluzione e spietatezza, ma sempre con la
      possibilità di un respiro,anche quando la stanchezza assomiglia
      alla disperazione. La donna che telefona trentasette volte all'
      uomo che non le risponde, è così vera, comica e straziante
      insieme perché non ci sono accuse, processi e indignazioni, ma
      la letteratura che ci mostra la vita da dentro.
      Un suo brevissimo racconto si intitola Insonnia:

       Sono tutta dolorante.
       Dev'essere questo gran letto che mi preme contro da sotto.

      Cominci a capire il paradosso : stesa sul letto accanto a lui,
      sei profondamente assorbita a guardare il viso e a tenergli le
      mani, eppure al tempo stesso sei profondamente annoiata e
      vorresti essere altrove a fare altro. Ad esempio ad una festa.
      Lydia Davis ha pubblicato molte raccolte di racconti, ha
      tradotto Proust, Foucault, è stata sposata con Paul Auster e
      insieme hanno un figlio.  Dice:
    "In questi giorni cerco di dirmi che quello che sento non ha tutta
      questa importanza. L'ho letto in tanti libri ormai : quello che
      sento è importante ,ma non è il centro di tutto. Posso anche
      capirlo, ma non ci credo abbastanza da comportarmi di
      conseguenza. Vorrei crederci con più convinzione. Che sollievo
    sarebbe.Non dovrei sempre stare lì a cercare di sentirmi meglio"
    Bisognerebbe leggerli tutti, questi racconti, come un breviario,
    come un inventario dell'esistenza, come una voce di ragazza che
    dice: vorrei pensare di meno e intanto far crescere il volume
    mentale, con grazia, con acutezza.
    A volte sembra origliare se stessa e trovarsi antipatica : " Se io
    non fossi me e mi ascoltassi per caso dal piano di sotto, da
    vicina di casa - mentre parlo con lui -mi direi quanto sono felice
     di non essere lei, di non suonare come suona lei".
     Perché l'accondiscendenza è sempre verso gli altri, mai verso se
     stessa. E' una donna, del resto.
     Ma anche così, anzi soprattutto così, Lydia Davis è necessaria
     per raccontare chi siamo.  (…)



             Annalena  Benini    da     I racconti delle donne



ELSA MORANTE

 
 
 
 
Elsa Morante 
 
 
 
LA RAGAZZA CON BRUTTI GUANTI

(…) Elsa Morante è stata la figlia più amata, mandata dalla zia
      ricca a studiare e a mangiare bene, a curare l'anemia, lodata
      per l'intelligenza e per la bellezza. E' stata la speranza e il
      riscatto di sua madre, Irma Poggibonsi, maestra elementare,
      che aveva avuto questi figli da un altro uomo, per l'impotenza
      del marito Augusto Morante.
    " Mia madre raccontava - traboccante di legittima baldanza -
      che all'età di due anni e mezzo, girando intorno alla tavola,
     avevo composto il mio primo poema in versi sciolti. E io covavo
     un empio rancore contro di lei, che aveva partorito un simile
     prodigio ". Elsa andò via di casa a diciott'anni e non volle sua
     madre al matrimonio con  Alberto Moravia nel 1941 ( e al
     rinfresco litigò con la suocera che voleva darle lezioni di
     economia domestica, la definì "una donna senz'anima " e non la
     rivide mai più ).
     Elsa Morante era sempre in guerra, e anche quando aveva tutto
     il Paese i suoi piedi, come i compagni di classe alle scuole
     elementari, si sentiva comunque in fondo al cuore la ragazza
     ubriaca e povera con i brutti guanti, che gli altri guardano dall'
     alto in basso, come ha scritto in una lettera ad una sua amica-
     Luisa  Fantini - all'inizio della storia d'amore con Moravia.
    " A. è uno snob e io vorrei soddisfare con la mia persona il suo
     snobismo, avendo per esempio un'alta posizione sociale o
     essendo illustre. Niente di tutto questo è, e ieri quella visita alla
     Mostra con la coscienza di non essere una persona importante
     là dentro, e lui che parlava con la contessa e io ubriaca con i
   brutti guanti alle mani,e poi non mi presentarono gli Accademici,
  e il suo racconto di quei giorni passati in quella villa aristocratica
  di quella signora dell'aristocrazia amata da lui… Basta, è una
  lunga lista di umiliazioni. Credevo di averle vinte col solito
  pensiero che io valgo tanto, che so di essere… Un errore ".
  Aveva dovuto impegnare al Monte di Pietà la macchina per
  scrivere per pagare i debiti. Ma voleva diventare la regina del
  mondo borghese di Moravia e desiderava per sé, oltre al suo
  amore assoluto, anche la sua disciplina di scrittore.
 "Invidio Alberto che è così metodico.Lui non crede all' ispirazione
   ma alla perseveranza e qualunque cosa avvenga, si mette a
   scrivere ogni mattina. Poi è libero e soddisfatto e la giornata gli
   si stende davanti placata. Io invece riesco a scrivere soltanto di
   pomeriggio e solo quando i miei personaggi mi chiamano. Ma il
   lavoro pomeridiano incide su tutta la giornata, proietta la sua
   ombra - come un rimorso - anche sui profili innocenti dei mattini.
   Solo il momento in cui si deve accendere la lampada sul tavolo
   mi salva."
   Elsa Morante ha vissuto e scritto così, combattendo, inseguendo
   e scappando, la prima della classe e l'ultima del mondo, la più
   importante scrittrice italiana, al tempo stesso la più  amata e la
   più infelice, la più difficile e la più grande. (…)



             Annalena  Benini    da    I racconti delle donne



MARGUERITE YOURCENAR

 
 

                                                                          Marguerite Yourcenar


" Non mi ucciderò. Ci si scorda così presto dei morti.
  Non si costruisce una felicità che su fondamenta di disperazione.
  Penso proprio che ora possa mettermi a costruire.
 
  Della mia vita non si accusi nessuno.

  Non si tratta di un suicidio. Si tratta soltanto di battere un record.

  ( da  " Fuochi " )


E TU TE NE VAI?

(…) " Spero che questo libro non venga mai letto" : è l'incipit di
       Fuochi . Marguerite aveva trentadue anni: era il 1935 e
       viveva prevalentemente in Grecia ( " Importa probabilmente a
       me sola che Saffo  o  Del suicidio  sia stato scritto sul ponte
     di un cargo ormeggiato sul Bosforo," ha scritto vent'anni dopo")
     Il libro,  composto da frammenti, monologhi, pensieri isolati,
     poesie e prose liriche con voce di donna, è nato da una grande
     crisi d'amore, dalla storia con un uomo che l'ha rifiutata: " E
     tu te ne vai? Tu te ne vai…No, tu non te ne vai, io ti trattengo…
     Mi lasci nelle mani la tua anima come un mantello ".
     Lui era André Fraigneau, di quattro anni più giovane di lei,
     lavorava da Grasset e l'ammirava, la consigliava; biondo,
     bellissimo e omosessuale. " Lei cercava sempre di sedurre tutti,
     uomini e donne, mi tempestava di poemi: si può dire che sono
     stato oggetto di una passione di cui aveva voglia", ha dichiarato
     alla biografa di Marguerite Yourcenar. Lei, allora, non aveva
     ancora incontrato, a Parigi, Grace Frick, che per quarant'anni
     è stata la compagna della sua vita.
   " Ma, oltreché sentire il ridicolo di commentare troppo
      lungamente un'opera che desideravo non fosse mai letta, non è
      qui il luogo adatto a discutere se l'amore totale per una
      particolare creatura, con ciò che comporta di rischio per sé e
      per l'altro, d'inevitabile inganno, di abnegazione e di umiltà
      autentiche,ma altresì di violenza latente e di egoistiche esigenze
      meriti o no il posto privilegiato che gli hanno riservato i poeti",
      ha scritto riflettendo sull'autobiografia e sulla grandezza - o
      piccolezza - dell'amore.
      Prima donna eletta all' Académie française, ha cominciato a
      pubblicare poesie e prose a diciott'anni, tuffandosi nel passato
      e modernizzandolo: ha strofinato la letteratura con la vita,
      concretizzato il sentimento e creando un linguaggio poetico
      mentre creava un personaggio " L' etre que j' appelle moi " la
      persona che chiamo io. Così come ha raccontato la vita dell'
      imperatore Adriano ( Memorie di Adriano ) nel modo in cui
      potrebbe averla vissuta e capita lui.
    " Potrei dire che tutti i miei libri furono concepiti quando avevo
      vent'anni, anche se sarebbero stati scritti trenta o quarant'anni
      dopo.".
      Le scorte emotive di Marguerite le hanno permesso di entrare
      anche in Saffo,aderendo alla leggenda controversa del suicidio
      per un uomo indifferente:
  " Sdraiata sull'altalena del suo destino di stella,esposta seminuda
     a tutti i venti dell'abisso,una mancanza di dolcezza la fa soffrire
     come per una mancanza di cuscini. Gli uomini della sua vita
     non sono stati che i gradini che ha scalato non senza sporcarsi
     i piedi."   (…)



              Annalena  Benini   da     I racconti delle donne


domenica 9 giugno 2019

QUANDO LA PENA...

 
 
 
 
 
                                                               Davide e Golia  ( Caravaggio )

                                                  
                                  
                                                  ...NON è MORIRE, MA VIVERE …


                                             frida



DOROTHY PARKER

 
 

                                                                             Dorothy Parker


L' ACCONDISCENDENZA VERSO IL DOLORE

(…) Il Valzer uscì sul " New Yorker" il 2 Settembre 1933, quando
      Dorothy Parker aveva quarant' anni. E a proposito dei
      quarant'anni, Dorothy ha scritto anche una prosa intitolata
     La mezza età, ovvero il periodo blu che si conclude così: " Oh
     vieni, mezza età, vieni, vieni! Vienimi accanto, porgimi la tua
     mano, fatti guardare negli occhi… Oh...dunque è questo il tuo
     vero aspetto? Che Dio mi aiuti… aiuto! ".
     Giornalista, poetessa, scrittrice, sceneggiatrice, critica teatrale,
     sperperatrice di vita e di talento, signora mondana temuta e
     adorata per i giudizi taglienti, per il sarcasmo, per la forza
     spietata delle sue osservazioni. Ha raccontato la solitudine, la
     vanità, la gelosia, le pene d'amore, l'attesa di una telefonata
     che non arriva, l'alcool, la guerra tra uomini e donne e il vuoto
     di certe giornate a New York. E' il modello di tutte le scrittrici
     che, dopo di lei, hanno usato l'ironia e il senso dell' humor nell'
     osservare la verità della vita quotidiana.
   " Che altro si può dire quando un uomo ti invita a ballare?
     Ci mancherebbe altro, dovrai passare sul mio cadavere?
     Oh, grazie infinite, ne sarei estasiata, ma ho le doglie…
     Sarà un vero piacere".
   Sarà un vero piacere farmi levare le tonsille;sarà un vero piacere
   ritrovarmi su una nave in fiamme nel cuore della notte ": vale
   per tutti,vale per sempre,vale non soltanto per i balli indesiderati,
   parte da un valzer e arriva all'accondiscendenza verso il dolore.
   Dorothy Parker ha detestato l'etichetta di umorista, e infatti non
   lo è mai stata." Non voglio essere classificata come una scrittrice
   umoristica: mi fa sentire colpevole ".
   Si è sentita colpevole per tutta la vita: per non aver fatto
   abbastanza. Per non essere diventata, nella sua idea di scrittura,
   Ernest Hemingway o Francis Scott Fitzgerald; per aver sprecato
   il tempo e la salute mentale a Hollywood ( " a ucciderci non sono
   le tragedie, sono i casini " ), e per essersi lasciata consumare
   dalla vita mentre se ne nutriva per raccontare gli esseri umani.
   Nel 1956, lei si sentiva perduta, preparava il suo epitaffio:
  " Scusate la polvere "; viveva in un albergo a New York con un
   barboncino, beveva troppo. Ma aveva già scritto tanto, e nel suo
   continuo costruire e demolire, ha creato un modo diverso di
   guardare il mondo, e di averne pietà.
  
   INVENTARIO

   Quattro cose conosco molto bene:
   ozio, dolore, un amico e un nemico.

   Di quattro cose avrei poi fatto senza:
   amore, curiosità, lentiggini e dubbio.

   Tre cose non potranno essere mai mie:
   soddisfazione, invidia e champagne a sufficienza.

   Tre cose avrò finchè rimango in vita:
   riso, speranza e un pugno nell'occhio.   (…)



                 Annalena  Benini   da     I racconti delle donne     

 
 

                                                             Il Valzer

L'INCUBO DI MAGDA

 
 

                                                                       Contavi le costole affiorare…



                                                                  Parole per un'anoressica
                                                                  suicida.
                                                                  Una persona.
  IV
                                               
Odiavi l'estate, le sere
che si allungano, le albe precoci:
odiavi l'asfalto che brucia
la plastica dei sandali, il calore
che risale svelandoci la pelle.
Intatti restano i tuoi armadi,
l'ingombro delle maglie lunghe
con cui coprivi il latitare
delle scapole, il vuoto del costato.


                                             ***

VII

Per te hanno parlato gli esperti.
Ma ora, Magda, tua è la parola:
entra nell'aula, con il tuo dolore
portato come un talismano,
come un ingenuo stupore del mondo:
spiega l'enigma di queste fiorite
che d'autunno colorano i bastioni,
rosse e improvvise come una ferita,
più insondabili di qualunque gioia.


                                           ***

XIII

Eri stata gettata nella vita
per saccheggiare e farti saccheggiare;
per raccogliere dove non avevi
seminato e per dare frutti
a chi ti aveva disseccata:
ma hai scelto il rimorso, l'oscuro
senso di colpa che ci hanno trasmesso
i padri, l'avversario evanescente
come la serpe del primo giardino.


                                          ***

XVIII

Nel volto che trucchi allo specchio
ci sono i volti di tutte le donne
che ci hanno partoriti nella paglia
delle cucine per svanire
lungo i cognomi che hanno tramandato:
nel volto che trucchi allo specchio
c'è un patto antico di dolore
che sconosciute stirpi hanno contratto,
c'è un'angoscia che chiede la parola.


                                           ***

XXII

Lo sai,  ci sono sere in cui la terra
ci è data, facile inspiegabile
come un pane appena sfornato.
Ora nei giardini del mondo
passeggiano le donne: e se le ascolti
chiamare per nome la pancia
che cresce, lo sai che anche tu
semplicemente eri Magda, l'attesa.


                                         ***

XXVI

Sentinella del tuo dolore,
devi proteggerti dalla scaltrezza
del giorno, che ti riporta alla vita
degli altri, alla vita che popola
gli ipermercati e le strade del centro.
Lo sai che niente ti appartiene
come la malattia, come le vertebre
che si sfarinano e i capelli
che cadono nel vuoto del lavabo.


                                       ***

XXVII

Sentivi i femori affiorare
dalle anche, contavi le costole
sporgere l'una dopo l'altra.
Parlavi di una primavera
che non sorgerà dalla terra,
che non saprà lo strazio delle piante
che spezzano l'intonaco per farsi
nidi di luce ai davanzali.


                                         ***

XXXVII

Ora gli addetti vestono il costato,
il vuoto delle scapole. Ritorni
fra le vetrine e i banchi del mercato:
sei un corpo che l'adolescenza
non ha colmato, un esile profilo
che attende il lievito dei seni.




              Carlo  Bordogno ( pseudonimo )  da       Magda