Il " Fidelio " di Beethoven ebbe una lunga genesi e all'inizio aveva come titolo il nome della protagonista " Leonora ". Il compositore rielaborò in tre distinte edizioni l' ouverture della Leonora, per poi abbandonarla e sostituirla con una nuovo pezzo che aprirà l'edizione definitiva del " Fidelio". La terza redazione del brano - la cosiddetta Leonora n.3 - viene generalmente eseguita come intermezzo tra il primo e il secondo atto dell' Opera. Notiamo che i ripetuti squilli di tromba che risuonano nella parte centrale della composizione sono un richiamo della scena della prigionia del secondo atto, quando il tirannico Governatore Don Pizzarro, avendo scoperto l'identità di Leonora - che è entrata nella prigione per salvare il marito Florestan - si appresta ad uccidere ambedue, ma è interrotto dallo squillo delle trombe che annunziano l'arrivo del Ministro di Stato Don Fernando, il quale, scoperti i soprusi del governatore, libererà i prigionieri e punirà il colpevole.
Si noti- nel brano proposto - sia la possente forza espressiva dell'orchestra, sia l'audacia innovativa rispetto ai modelli settecenteschi.
LUCE NERA E adesso siamo sotto l'anticielo la luce nera che sparge la sua cenere. Il caos vuole il dubbio ma poi semina disordine nelle anime violate dalla colpa, dal torto e dallo sbaglio. Il crollo è nella mente e nel cuore e le parole di un'apocalisse quotidiana schiacciano la carne in un terrore che matematicamente dirige le operazioni di demolizione. *** DAL PROFONDO DEL MAIALE Sopra e sotto le macerie nella gabbia della nostra animale essenza prigionieri di una putrefazione che scontiamo vivendo. Eppure ogni cosa è crollata sotto i nostri occhi ma volentieri porgiamo le guance al male che ha costruito il suo impero nei nostri cuori di maiali. *** MACELLO SUBLIME Hanno disinnescato gli allarmi adesso il pericolo non sarà più avvertito e tutti penseranno di vivere il paradiso in terra. Rendersi conto secondo per secondo delle nascite e delle morti che avvengono nel mondo non sarà più una priorità. Qualcuno molto in alto ha avuto la brillante idea di mascherare la carneficina di nascondere gli stermini che avvengono in tempo reale per offrire l'eutanasia di un macello sublime. *** LA NOTTE FA FREDDO La notte ha il colore del vuoto manca il soffio di una mano che conduca il gioco. E' crudele la stazione dell'anima che non conosce passaggio di treni disumani gli aeroporti del cuore dove non atterrano emozioni. Il nero è il colore del freddo ma qualcosa di noi resterà anche se siamo venuti al mondo per scomparire. *** LE COSE QUOTIDIANE La vita morde gli anni e si sta tutti nell'avamposto del mondo in cerca di una difesa: l'attacco porta con sé minacce. La vita non aspetta nessuno ma scorre e noi corriamo il pericolo di lasciarla andare. Allora addentiamo gli attimi fumiamoci i suoi istanti non perdiamo neppure un secondo del suo permanere nelle nostre assenze. Essere immanenti alle cose e interrogare il silenzio di Dio senza pretendere alcuna risposta. *** FELICITA' CON RISERVA Nei fondi del caffè si scava per vedere se c'è un futuro oltre la medicina amara delle parole che sputano sangue. La grammatica arida delle cose e la decadenza del cammino non indicano ancora una via da percorrere. La strada ci parla e noi dovremmo ascoltarla. Questi giorni senza amore non tollerano nemmeno una felicità con riserva. *** UNA ROSA NEL CAOS Eppure ci deve essere uno spiraglio in questa luce nera che illumina il mondo. Non possiamo credere all'infinito al vangelo del nulla e a predicatori di un verbo senz'anima. Anche nel deserto ci vuole coraggio per coltivare la bellezza di una rosa. Per ogni petalo che nasce il caos è soltanto un avversario da affrontare a viso aperto. Nicola Vacca da Luce nera
(…) La gioia la si definisce come l'aria della letizia, il suo spazio luminoso, e per questo espresso, fatto visibile, affidato a segni anche esteriori. La gioia è una letizia che cerca i segni per manifestarsi,una letizia che chiama i sensi in una congiunzione festosa. Oblìo temporaneo della caducità, di ogni terrestre complicità con il declino, la gioia chiama a sé - per definirsi meglio - aggettivi come " pura o assoluta, incontenibile o piena o celeste ":a dire il suo sottrarsi all'ordine delle passioni radicate nell'esercizio quotidiano dei rapporti. E tuttavia, nonostante la pulsione a manifestarsi, a dare una visibilità al suo traboccare, la gioia è l'interiorità contenta in sé, libera - per poco - dal tempo che la abita, dal suo assillo, dalla sua stessa rappresentazione,riempita da un presente che ha sospeso il patto con il transitorio. La gioia è un sentire aperto all' elevazione, allo sguardo dell'altro,un piacere sottratto all'ombra del declino: riflesso corporeo dell'impossibile. La gioia zampilla senza prosciugare la fonte, si manifesta senza consegnarsi del tutto ai segni del proprio manifestarsi: il riso o l'allegrezza sono solo delle forme profane e secondarie, e qualche volta oblique o persino dissimulatrici di quella pienezza tutta interiore del sentire che chiamiamo " gioia ". E tuttavia la gioia non è chiusura dell' Io al mondo, non è dimenticanza dell' altro: anche nella solitudine l suo sentire è appartenenza, relazione non solo con gli altri, ma anche con la terra, con il visibile, e persino con il ritmo del mondo. In questo senso ogni esperienza della gioia è un'esperienza d'amore. Shiller ha dato di questo legame una rappresentazione in un certo senso visiva ed esplicita, declinata nei modi di un universalismo romantico e attribuendo ad essa - che è celeste e che è magica - il senso della fraternità e allargando questa appartenenza amicale e amorosa al mondo intero. Beethoven, nell'ultimo movimento della Nona Sinfonia, accoglie questo abbraccio della gioia dando alla sua " celestialità " la lingua che più le appartiene, la lingua che è oltre la lingua, e portando alcune parole del poeta nel canto, nel gioioso dispiegarsi di una voce che è raggiunta da un'altra voce e si dischiude nel coro. Il passaggio dalla lingua alla musica comincia con la festa delle vocali, quando esse ritrovano la loro originaria relazione con la voce, al di qua e al di là del significato e dunque attingono alla purezza del canto: Alleluja della lingua. La musica è il respiro della gioia e Beethoven era meravigliosamente in grado di mostrarlo. (…) Antonio Prete da Il cielo nascosto ( Grammatica dell'interiorità )
(...) Kretzschmar concluse con poche parole la conferenza sul quesito: perché Beethoven non abbia aggiunto un terzo tempo all'opera 111. Un terzo tempo?. Una nuova ripresa dopo questo addio?. Un ritorno dopo questo commiato?, Impossibile: tutto era fatto. Nel secondo tempo la sonata aveva raggiunto la fine, la fine senza ritorno. E dicendo " la sonata " non alludo solo alla sonata in do minore, ma intendo la sonata in genere come forma estetica. Qui termina la sonata perché ha compiuto la sua missione, toccando la meta oltre la quale non è possibile andare. Quel cenno d'addio del motivo re-sol sol confortato melodicamente dal do diesis era un addio anche in questo senso, nel senso grande come l'intera composizione, il commiato " della Sonata". Ma non si trattava soltanto del commiato della Sonata. Dopo la 111 beethoviana, ne furono scritte molte altre, a cominciare dalle tre di Chopin, da Shubert e da Brahms. In realtà si trattava dell'incontro con la morte, come del resto lo stesso Thomas Mann accenna in un altro punto di quelle pagine. Il Maestro compose la 111 nel 1822 e morì cinque anni dopo, ma in questo caso la cronologia ha poca importanza. Ciascuno di noi fa i conti con la morte a suo modo e nel momento in cui sente di doverli fare. Lui li fece scrivendo sulla carta rigata quelle cinque note del do diesis -re - sol sol che passano da un sussurro a un tocco forte e insistito, a un lunghissimo trillo nella parte più alta della tastiera che sembra un singhiozzo senza fine e scatena una corsa dagli alti ai bassi più profondi, quasi a ripercorrere l'intera vita, tempestosa, intensissima, dominata dalla passione e dedicata interamente alla più sublime delle arti. Su e giù su quei tasti, dal pianissimo al maestoso, per tornare a quelle cinque note contrappuntate in sordina dalla mano sinistra, il tumulto soffocato del cuore che accompagna la limpidità melodica. Il finale si conclude straordinariamente in " pianissimo". L'ultimo battito, poi il silenzio. Lui, i conti con la morte li ha fatti così. (...) Eugenio Scalfari da Scuote l'anima mia Eros
(...) Kretzschmar si sedette al piano e suonò tutta la composizione, il primo e il formidabile secondo tempo, inserendovi continuamente i commenti e accompagnando qua e là col canto dimostrativo. Si fermò per qualche minuto e cominciò il secondo tempo, l' " Adagio molto semplice e cantabile". Il tema dell' Arietta si annuncia subito e si esprime in sedici battute richiamandosi ad un motivo che si presenta con tre sole note : una croma, una semicroma e una semiminima. La caratteristica di questo tempo è il grande distacco tra il basso e il canto, tra la mano destra e la sinistra e c'è un momento, una situazione strana in cui sembra che quel povero motivo rimanga abbandonato e solitario sopra un abisso vertiginoso cui segue un trepido sgomento per il fatto che una cosa simile sia potuta accadere. Ma molte cose accadono prima che si arrivi in fondo e quando ci si arriva avviene alcunché di inaspettato e commovente nella sua dolcezza e bontà. Il ben noto motivo che prende commiato e diventa una voce e un cenno di addio, questo re-sol sol subisce una lieve modificazione, prende un piccolo ampliamento melodico. Dopo un do iniziale accoglie, prima del re, un do diesis e questo do diesis aggiunto ( o è un re bemolle, dico io ) è l'atto più commovente, più consolatore, più melanconico e conciliante che si possa dare. E' come una carezza dolorosamente amorosa sui capelli, su una guancia, un ultimo sguardo negli occhi, quieto e profondo. E' la benedizione dell' oggetto, è la frase terribilmente inseguita e umanizzata in modo che travolge e scende nel cuore di chi ascolta come un addio, un addio per sempre, così dolce che gli occhi si riempiono di lacrime. (...) Eugenio Scalfari da Scuote l'anima mia Eros
( ...) Dal romanzo Doktor Faust di Thomas Mann: Il maestro di piano, il cui nome è Wendell Krezschmar, pone a suoi giovani allievi una domanda: " Perché Beethoven non ha aggiunto un terzo tempo alla sonata per pianoforte opera 111?. Noi - continua la voce parlante del romanzo - noi che andammo a sentire la dissertazione sul tema proposto dal maestro, passammo una serata insolitamente proficua anche se la sonata in questione non l' avevamo mai conosciuta. La conoscemmo però quella sera perché Kretzschmar ce la fece sentire molto bene, analizzandone con acuta penetrazione il contenuto spirituale e descrivendo le condizioni di vita nelle quali - insieme con altre due sonate , la 109 e la 110 , era stata composta, quando cioè l'udito di Beethoven, menomato da una consunzione incurabile, era in progressivo dissolvimento." Thomas Mann riferisce la dissertazione sulla 111 per sei pagine che sono - secondo me - un capolavoro di interpretazione critica di quest'opera beethoviana. Ne cito qui qualche passo particolarmente significativo: " Il tema del secondo tempo della sonata in do minore, attraverso certi destini, cento mondi di contrasti ritmici, finisce col perdersi in altitudini vertiginose che si potrebbero chiamare trascendenti o astratte; così l'arte di Beethoven aveva superato se stessa; dalle regioni abituali e tradizionali si era sollevata -davanti agli occhi sbigottiti degli uomini - ad un Io dolorosamente isolato nell'assoluto, escluso , a causa della sordità, dal mondo sensibile, sovrano solitario di un regno spirituale dal quale erano partiti brividi rimasti oscuri, nei cui terrificanti messaggi i contemporanei avevano saputo raccapezzarsi solo per eccezione. (...) Eugenio Scalfari da Scuote l'anima mia Eros
(...) Non si può certo dire che nel secondo movimento non ci sia un tema dominante: questo famoso Allegretto , con il suo passo scandito sottovoce, il suo tono sommesso ma risentito, fa parte dell'immaginario del pubblico sin dall'8 Dicembre 1813 ed è un volto ed ha una voce che ha il suo posto nel cuore di ciascuno di noi. Ma anche quando esplora fino in fondo i temi di una macerata elegia, non consente lacerazioni troppo patetiche, perché è tutto definito da un ritmo che lo sospinge con mano ferma, persistente anche nei due idilliaci intermezzi in tonalità maggiore. L' Allegretto non è mai una marcia funebre, la sinfonia non ha movimento lento, anche se queste affermazioni non sono da dare e da prendere in modo perentorio, essendo una punta di ambiguità espressiva una delle ragioni della grandezza di questa pagina. Tutto il brano è incorniciato da uno stesso accordo di La minore che lo apre e lo chiude, una soluzione unica nell'opera beethoveniana: accordo dei legni in coppie più due corni, armonie di quarta e sesta, cioè stabile ma non perfetta, da cui deriva un senso di sospensione, un'inclinazione luminosa di neoclassica malinconia. Quando si spegne il suono dei fiati, il tema principale si fa avanti con il suo ritmo caratteristico di dattili e spondei, scandito la prima volta nell'oscura sonorità di viole, violoncelli e contrabbassi; periodo regolare di sedici battute esposto quattro volte in variazioni di organico strumentale: alla seconda formulazione ( b 27 ), mentre si aggiungono i secondi violini, nel registro centrale viole e violoncelli sovrappongono al tema principale un nuovo tema che lo completa - con tono più partecipe e dolente - e un profilo cromatico che nei suoi giri e rigiri riempie tutti gli spazi come un liquido negli stampi. Così - ripetendosi - il tema si allarga a tutta l'orchestra spargendo il suo mare d'eloquenza sempre sulla scansione del ritmo fondamentale che è quello dell'andare, prediletto dai viandanti di Shubert : si va a piedi, non si vola nel primo movimento, ma si avanza fino ad un punto di riposo. Le varie esposizioni del tema, di fonicità crescente fino al Fortissimo per poi rientrare al Piano , fanno pensare ad una fonte sonora che si avvicina fino ad invadere la scena per poi allontanarsi. Deposto il bordone, si tira il fiato nell'intermezzo, come un trio in La maggiore: sotto sotto, violoncelli e contrabbassi in pizzicato continuano a snocciolare dattili e spondei del ritmo fondamentale, ma di nuovo c'è il disegno a terzine dei violini primi, un ritmo che porta sempre con sé un che di fiducioso e rasserenante. La piana melodia di violini, clarinetti e fagotti ricorda molto da vicino quella che circola nel terzetto N.13 del Fidelius : sgorga con la stessa purezza e virtù di balsamo con cui si effonde nella nera prigione di Florestan, e anche qui, dopo la mesta elegia della prima parte, riscalda il cuore con la sua dolcezza, resa più trepida dall'insistere ai bassi dell'inflessibile ritmo. (...) Giorgio Pestelli da Il Genio di Beethoven
(...) Nella ripresa dell'episodio principale il tema ritorna in nuove combinazioni timbriche, un lavoro di cesello che allontana il patetico concentrandosi sui particolari; si divide anche in un breve episodio fugato quasi tutto di spettanza degli archi, prima di riaffermare la sua autorità a orchestra piena. Ritorna il trio, uguale ma abbreviato, come abbreviata è la ripresa del primo episodio, con l'ultima comparsa del tema ritmico; destituito di ogni corporeità, distribuito fra duetti di fiati ( flauti e oboi, oboi e clarinetti, fagotti e corni ) ai quali gli archi rispondono solo in pizzicato; c'è come un rifiuto di ritorni tematici troppo pronunciati, di schemi formali rispettati. All' Allegretto non resta che ritirarsi, in una dissolvenza di pizzicati e staccati, fino a riprendere il suo posto nell'accordo di quarta e sesta che l'aveva aperto e ora lo chiude. Ha ragione Berlioz a dire che questo accordo, per il suo senso armonico incompleto è il solo che poteva consentire una conclusione, lasciando l'ascoltatore nell'incerto: cogliendo così la profonda modernità psicologica della soluzione. (...) Giorgio Pestelli da Il Genio di Beethoven
(...) Le nove sinfonie di Beethoven sono forse il patrimonio musicale più conosciuto al mondo; ovunque esista una vita musicale, ovunque si faccia musica, le Sinfonie sono la colonna portante del repertorio sinfonico e da circa due secoli sono presenti nella mente e nel cuore degli ascoltatori. Tutte e nove possono essere considerate un unico repertorio creativo, in cui si delinea un percorso evolutivo e anche il racconto di una Storia. Prese insieme - infatti - possono far pensare ad un romanzo di formazione: un giovane parte per il vasto mondo, si scontra con ostacoli che riesce a superare grazie ad un'eroica volontà d' azione finchè, uscendo dalla sfera degli interessi personali, allarga lo sguardo a una dimensione sociale, celebrando ideali di portata universale. Sintesi del passato, fra Illuminismo e Romanticismo, le sinfonie di Beethoven hanno determinato la vita musicale dell' Ottocento: l'evoluzione dell'orchestra sinfonica, la nascita del direttore d'orchestra, l'istituzione del concerto pubblico. E al tempo stesso hanno rappresentato il centro di irradiazione della musica futura, anche attraverso gli esiti non voluti di musiche che sono modelli di autorità classica e allo stesso tempo simboli di rottura liberatoria delle forme tradizionali. Un mondo, quello delle Sinfonie, che brilla ancora oggi di una forza straordinaria, di fronte alla quale non è possibile tirarsi indietro: meglio assecondare quell'impeto, meglio accogliere quel caloroso invito a frequentare e ad abitare un patrimonio di cultura, civiltà e bellezza fra i più alti della storia moderna. (...) Giorgio Pestelli da Il Genio di Beethoven
(...) Il tema con cui attacca la Quinta Sinfonia ha qualcosa di intimidatorio; ti mette con le spalle al muro e ti ricorda il " Voglio afferrare il destino alla gola", la frase - simbolo del temperamento morale beethoviano scritta a Wegeler durante la crisi dell'autunno 1801. Tema famosissimo: forse l'unico di tutte le Sinfonie di Beethoven di cui si può parlare pensando che ogni lettore lo conosca; entrato in proverbio, anche per l'aneddoto connesso, e non meno famoso, della spiegazione che ne avrebbe dato Beeethoven stesso secondo Anton Schindler: " Così il destino bussa alla porta ". Il tema è fatto di vari parametri: melodia, armonia, ritmo ne sono i principali; generalmente il tema è melodico nella sua essenza ( anche nell'esordio dell' Eroica è così ), anche se nella forma di sonata, dove per solito le cose s'han da capire al volo, i temi sono venuti assumendo caratteri particolari di brevità e perspicuità, specialmente con Beethoven, in quanto pensati in funzione dell'elaborazione successiva; temi spesso corti e incisivi e quindi puntando molto sul ritmo che di tutti i parametri musicali è quello che più direttamente colpisce la ritentiva dell'orecchio. Ma qui, con la prima idea dell' Allegro con brio , già apparsa nella prima concezione dell'opera, siamo al caso limite: tre note veloci, ripetute di furia, che cadenzano su una quarta nota tenuta; poi lo schema si ripete scendendo un grado della scala, questa seconda volta con fermata più lunga per l'aggiunta di una battitura asimmetrica. Certo, ci sono intervalli melodici, ma non propriamente una melodia; ci sono situazioni armoniche, ma non subito univoche quindi il ritmo sovrasta, un tema che è soprattutto una carica di energia senza altri attributi o attrattive : una sorta di drammatico " nudo" musicale. Essendo mera forza motrice, è tutto disponibilità, virtualità che può propagarsi in qualsiasi direzione; pilotarla è l'argomento del primo movimento, che in sé è breve e non conclude in modo definitivo, ragion per cui l'espansione continua nel seguito della sinfonia. Essendo pura disponibilità, questo tema non dovrebbe voler dire nulla, ora è nulla, diventerà qualcosa; e tuttavia il modo in cui Beethoven lo presenta- eminentemente interrogativo - impone la domanda sul suo significato. L'aneddoto del destino che bussa alla porta ( inquietudine per la sordità crescente ), riferito da Schindler, allievo, segretario e poi biografo del compositore, è tutt' altro che superficiale: il destino infatti allude a una presenza inevitabile, una forza estranea all' interiorità, quindi non umana; una imposizione della materia contro cui lo spirito mobilita la sua reazione: è questa la concezione schilleriana del " patetico" che coincide con quella operata da Beethoven nella composizione di una sinfonia che nasce sotto il peso di un'oppressione ritmica e che poco alla volta attraverso ostacoli, ripiegamenti, affermazioni, se ne libera in una vittoria finale dello spirito e dell'intelligenza umana. Il bussare come segnale di una catastrofe dietro la linea della porta è situazione tipicamente drammatica, conclusione di peripezia nella catastrofe come nel finale del Don Giovanni, nei cupi rintocchi del Macbeth dietro porte chiuse dietro orrendi delitti. (...) Giorgio Pestelli da Il Genio di Beethoven