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mercoledì 10 novembre 2021

SEMPRE CON BEETHOVEN...



                                                     Beethoven - Concerto per violino    

                                                   


Il brano di Beethoven che vi propongo oggi può vantare un'elaborazione veramente esplosiva della tecnica strumentale e orchestrale.

Si tratta del  Concerto per Violino, Movimento N.3. Veramente straordinaria è l'esecuzione della violinista Hilary Hahn.


                                          Buon ascolto!


                                               frida



sabato 6 novembre 2021

BEETHOVEN & LEONORE

 


                                                  Beethoven -  Leonore, Ouverture N. 3



Il " Fidelio " di Beethoven ebbe una lunga genesi e all'inizio aveva come titolo il nome della protagonista " Leonora ". Il compositore rielaborò in tre distinte edizioni l' ouverture della Leonora, per poi abbandonarla e sostituirla con una nuovo pezzo che aprirà l'edizione definitiva del " Fidelio". La terza redazione del brano - la  cosiddetta Leonora n.3 - viene generalmente eseguita come intermezzo tra il primo e il secondo atto dell' Opera. Notiamo che i ripetuti squilli di tromba che risuonano nella parte centrale della composizione sono un richiamo della scena della prigionia del secondo atto, quando il tirannico Governatore Don Pizzarro, avendo scoperto l'identità di Leonora - che è entrata nella prigione per salvare il marito Florestan - si appresta ad uccidere ambedue, ma è interrotto dallo squillo delle trombe che annunziano l'arrivo del Ministro di Stato Don Fernando, il quale, scoperti i soprusi del governatore, libererà i prigionieri e punirà il colpevole.

Si noti- nel brano proposto - sia la possente forza espressiva dell'orchestra, sia l'audacia innovativa rispetto ai modelli settecenteschi.



                                                Buon ascolto !


     

                                                      frida



mercoledì 3 novembre 2021

UNA MUSICA ROMANTICA...

 


                                              Beethoven -  Romance in Fa Major op. 50




                            ... per un  pomeriggio di pioggia in pieno autunno....

  


                                                         Buon ascolto!


                                                                    frida



mercoledì 10 febbraio 2021

INVICTUS

 


                                          Beethoven - Moonlight Sonata, III movimento




Dal profondo della notte che mi avvolge

buia come un pozzo che va da un polo all'altro,

ringrazio qualunque dio esista

per l'indomabile anima mia.


Nella feroce stretta delle circostanze

non mi sono tirato indietro né ho gridato.

Sotto i colpi d'ascia della sorte

il mio capo è sanguinante, ma indomito.


Oltre questo luogo d'ira e di lacrime,

si profila il solo Orrore delle ombre,

e ancora la minaccia degli anni

mi trova e mi troverà senza paura.


Non importa quanto stretto sia il passaggio,

quanto piena di castighi la vita,

io sono il padrone del mio destino:

io sono il capitano della mia anima.



                 William Ernest Henley  da   Book of Verses , 1888



THE NIGHT YOU SLEPT

 


                                             
                                   Beethoven -  Romance in F major, Op. 50 per flauto





Anche la notte ti somiglia,

la notte remota che piange

muta, dentro il cuore profondo,

e le stelle passano stanche.

Una guancia tocca una guancia

è un brivido freddo, qualcuno

si dibatte e t'implora, solo,

sperduto in te, nella tua febbre.


La notte soffre e anela l'alba,

povero cuore che sussulti.

O viso chiuso, buia angoscia,

febbre che rattristi le stelle,

c'è chi come te attende l'alba

scrutando il tuo viso in silenzio.

Sei distesa sotto la notte

come un chiuso orizzonte morto.

Povero cuore che sussulti,

un giorno lontano eri l'alba.


( 4 Aprile, 1950 )



            Cesare Pavese  da   Verrà la morte e avrà i tuoi occhi



martedì 28 aprile 2020

LA LUCE NERA DI NICOLA




                                   E adesso che siamo sotto l'anticielo...
                                                     



LUCE NERA

E adesso siamo sotto l'anticielo
la luce nera che sparge la sua cenere.
Il caos vuole il dubbio
ma poi semina disordine
nelle anime violate
dalla colpa, dal torto e dallo sbaglio.
Il crollo è nella mente e nel cuore
e le parole di un'apocalisse quotidiana
schiacciano la carne in un terrore
che matematicamente dirige
le operazioni di demolizione.


                                           ***

DAL PROFONDO DEL MAIALE

Sopra e sotto le macerie
nella gabbia della nostra animale essenza
prigionieri di una putrefazione
che scontiamo vivendo.
Eppure ogni cosa è crollata
sotto i nostri occhi
ma volentieri porgiamo le guance
al male che ha costruito il suo impero
nei nostri cuori di maiali.


                                        ***

MACELLO SUBLIME

Hanno disinnescato gli allarmi
adesso il pericolo non sarà più avvertito
e tutti penseranno di vivere
il paradiso in terra.
Rendersi conto secondo per secondo
delle nascite e delle morti
che avvengono nel mondo
non sarà più una priorità.
Qualcuno molto in alto
ha avuto la brillante idea
di mascherare la carneficina
di nascondere gli stermini
che avvengono in tempo reale
per offrire l'eutanasia di un macello sublime.


                                           ***

LA NOTTE FA FREDDO

La notte ha il colore del vuoto
manca il soffio di una mano
che conduca il gioco.
E' crudele la stazione dell'anima
che non conosce passaggio di treni
disumani gli aeroporti del cuore
dove non atterrano emozioni.
Il nero è il colore del freddo
ma qualcosa di noi resterà
anche se siamo venuti al mondo
per scomparire.


                                             ***

LE COSE QUOTIDIANE

La vita morde gli anni
e si sta tutti nell'avamposto del mondo
in cerca di una difesa:
l'attacco porta con sé minacce.
La vita non aspetta nessuno
ma scorre e noi corriamo il pericolo
di lasciarla andare.
Allora addentiamo gli attimi
fumiamoci i suoi istanti
non perdiamo neppure un secondo
del suo permanere nelle nostre assenze.

Essere immanenti alle cose
e interrogare il silenzio di Dio
senza pretendere alcuna risposta.


                                        ***

FELICITA'  CON RISERVA

Nei fondi del caffè 
si scava per vedere se c'è un futuro
oltre la medicina amara
delle parole che sputano sangue.
La grammatica arida delle cose
e la decadenza del cammino
non indicano ancora una via da percorrere.
La strada ci parla
e noi dovremmo ascoltarla.
Questi giorni senza amore
non tollerano nemmeno
una felicità con riserva.


                                             ***

UNA ROSA NEL CAOS

Eppure ci deve essere uno spiraglio
in questa luce nera che illumina il mondo.
Non possiamo credere all'infinito
al vangelo del nulla
e a predicatori di un verbo senz'anima.
Anche nel deserto ci vuole coraggio
per coltivare la bellezza di una rosa.

Per ogni petalo che nasce
il caos è soltanto un avversario
da affrontare a viso aperto.



                           Nicola  Vacca    da    Luce  nera


venerdì 24 gennaio 2020

PER UNA GRAMMATICA DELL'INTERIORITA' : LA GIOIA

 
 
 

                                               La gioia è uno spazio luminoso fatto visibile…


(…) La gioia la si definisce come l'aria della letizia, il suo spazio
       luminoso, e per questo espresso, fatto visibile, affidato a segni
       anche esteriori. La gioia è una letizia che cerca i segni per
       manifestarsi,una letizia che chiama i sensi in una congiunzione
       festosa. Oblìo temporaneo della caducità, di ogni terrestre
       complicità con il declino, la gioia chiama a sé - per definirsi
       meglio - aggettivi come " pura o assoluta, incontenibile o
       piena o celeste ":a dire il suo sottrarsi all'ordine delle passioni
       radicate nell'esercizio quotidiano dei rapporti. E tuttavia,
       nonostante la pulsione a manifestarsi, a dare una visibilità al
       suo traboccare, la gioia è l'interiorità contenta in sé, libera -
       per poco - dal tempo che la abita, dal suo assillo, dalla sua
      stessa rappresentazione,riempita da un presente che ha sospeso
      il patto con il transitorio. La gioia è un sentire aperto all'
    elevazione, allo sguardo dell'altro,un piacere sottratto all'ombra
     del declino: riflesso corporeo dell'impossibile. La gioia
     zampilla senza prosciugare la fonte, si manifesta senza
     consegnarsi del tutto ai segni del proprio manifestarsi: il riso o
     l'allegrezza sono solo delle forme profane e secondarie, e
     qualche volta oblique o persino dissimulatrici di quella pienezza
     tutta interiore del sentire che chiamiamo " gioia ". E tuttavia la
     gioia non è chiusura dell' Io al mondo, non è dimenticanza dell'
     altro: anche nella solitudine l suo sentire è appartenenza,
     relazione non solo con gli altri, ma anche con la terra, con il
     visibile, e persino con il ritmo del mondo. In questo senso ogni
     esperienza della gioia è un'esperienza d'amore. Shiller ha dato
     di questo legame una rappresentazione in un certo senso visiva
     ed esplicita, declinata nei modi di un universalismo romantico e
    attribuendo ad essa - che è celeste e che è magica - il senso della
     fraternità e allargando questa appartenenza amicale e amorosa
     al mondo intero. Beethoven, nell'ultimo movimento della Nona
     Sinfonia, accoglie questo abbraccio della gioia dando alla sua
    " celestialità " la lingua che più le appartiene, la lingua che è
    oltre la lingua, e portando alcune parole del poeta nel canto, nel
    gioioso dispiegarsi di una voce che è raggiunta da un'altra voce
    e si dischiude nel coro. Il passaggio dalla lingua alla musica
    comincia con la festa delle vocali, quando esse ritrovano la loro
  originaria relazione con la voce, al di qua e al di là del significato
    e dunque attingono alla purezza del canto: Alleluja della lingua.
    La musica è il respiro della gioia e Beethoven era
    meravigliosamente in grado di mostrarlo.  (…)


Antonio Prete da   Il cielo nascosto ( Grammatica dell'interiorità )


giovedì 4 maggio 2017

BEETHOVEN - SONATA N.32, OP.111 (3 )



(...) Kretzschmar concluse con poche parole la conferenza sul
      quesito: perché Beethoven non abbia aggiunto un terzo tempo
      all'opera 111. Un terzo tempo?. Una nuova ripresa dopo questo
      addio?. Un ritorno dopo questo commiato?, Impossibile: tutto
      era fatto. Nel secondo tempo la sonata aveva raggiunto la fine,
      la fine senza ritorno. E dicendo " la sonata " non alludo solo
      alla sonata in do minore, ma intendo la sonata in genere come
      forma estetica. Qui termina la sonata perché ha compiuto la
      sua missione, toccando la meta oltre la quale non è possibile
      andare. Quel cenno d'addio del motivo re-sol sol confortato
      melodicamente dal do diesis era un addio anche in questo
      senso, nel senso grande come l'intera composizione, il
      commiato " della Sonata".
      Ma non si trattava soltanto del commiato della Sonata.
      Dopo la 111 beethoviana, ne furono scritte molte altre, a
      cominciare dalle tre di Chopin, da Shubert e da Brahms.
      In realtà si trattava dell'incontro con la morte, come del resto
      lo stesso Thomas Mann accenna in un altro punto di quelle
      pagine.
      Il Maestro compose la 111 nel 1822 e morì cinque anni dopo,
      ma in questo caso la cronologia ha poca importanza.
      Ciascuno di noi fa i conti con la morte a suo modo e nel
      momento in cui sente di doverli fare. Lui li fece scrivendo sulla
      carta rigata quelle cinque note del do diesis -re - sol sol che
      passano da un sussurro a un tocco forte e insistito, a un
      lunghissimo trillo nella parte più alta della tastiera che sembra
      un singhiozzo senza fine e scatena una corsa dagli alti ai
      bassi più profondi, quasi a ripercorrere l'intera vita,
      tempestosa, intensissima, dominata dalla passione e dedicata
      interamente alla più sublime delle arti. Su e giù su quei tasti,
      dal pianissimo al maestoso, per tornare a quelle cinque note
      contrappuntate in sordina dalla mano sinistra, il tumulto
      soffocato del cuore che accompagna la limpidità melodica.
      Il finale si conclude straordinariamente in " pianissimo".
      L'ultimo battito, poi il silenzio.
      Lui, i conti con la morte li ha fatti così. (...)


        Eugenio  Scalfari    da   Scuote l'anima mia Eros

BEETHOVEN - SONATA N. 32, OP. 111 (2)



(...) Kretzschmar si sedette al piano e suonò tutta la composizione,
      il primo e il formidabile secondo tempo, inserendovi
      continuamente i commenti e accompagnando qua e là col canto
      dimostrativo. Si fermò per qualche minuto e cominciò il
      secondo tempo, l' " Adagio molto semplice e cantabile".
      Il tema dell' Arietta si annuncia subito e si esprime in sedici
      battute richiamandosi ad un motivo che si presenta con tre sole
      note : una croma, una semicroma e una semiminima. La
      caratteristica di questo tempo è il grande distacco tra il basso e
      il canto, tra la mano destra e la sinistra e c'è un momento, una
      situazione strana in cui sembra che quel povero motivo
      rimanga abbandonato e solitario sopra un abisso vertiginoso
      cui segue un trepido sgomento per il fatto che una cosa simile
      sia potuta accadere. Ma molte cose accadono prima che si
      arrivi in fondo e quando ci si arriva avviene alcunché di
      inaspettato e commovente nella sua dolcezza e bontà.
      Il ben noto motivo che prende commiato e diventa una voce e
      un cenno di addio, questo re-sol sol subisce una lieve
      modificazione, prende un piccolo ampliamento melodico.
      Dopo un do iniziale accoglie, prima del re, un do diesis e
      questo do diesis aggiunto ( o è un re bemolle, dico io ) è l'atto
      più commovente, più consolatore, più melanconico e
      conciliante che si possa dare. E' come una carezza
      dolorosamente amorosa sui capelli, su una guancia, un ultimo
      sguardo negli occhi, quieto e profondo. E' la benedizione dell'
      oggetto, è la frase terribilmente inseguita e umanizzata in modo
      che travolge e scende nel cuore di chi ascolta come un addio,
      un addio per sempre, così dolce che gli occhi si riempiono di
      lacrime.  (...)

           Eugenio  Scalfari  da      Scuote l'anima mia Eros

BEETHOVEN - SONATA N.32, OP.111 ( 1 )

 
 


                              Beethoven - Sonata N. 32, op. 111
            

( ...) Dal romanzo Doktor Faust di Thomas Mann:

Il maestro di piano, il cui nome è Wendell Krezschmar, pone a suoi giovani allievi una domanda: " Perché Beethoven non ha aggiunto
un terzo tempo alla sonata per pianoforte opera 111?. Noi - continua la voce parlante del romanzo - noi che andammo a sentire
la dissertazione sul tema proposto dal maestro, passammo una serata insolitamente proficua anche se la sonata in questione non l'
avevamo mai conosciuta. La conoscemmo però quella sera perché
Kretzschmar ce la fece sentire molto bene, analizzandone con acuta penetrazione il contenuto spirituale e descrivendo le condizioni di vita nelle quali - insieme con altre due sonate , la 109 e la 110 , era stata composta, quando cioè l'udito di Beethoven, menomato da una consunzione incurabile, era in progressivo dissolvimento."
Thomas Mann riferisce la dissertazione sulla 111 per sei pagine che sono - secondo  me - un capolavoro di interpretazione critica
di quest'opera beethoviana. Ne cito qui qualche passo particolarmente significativo:
" Il tema del secondo tempo della sonata in do minore, attraverso certi destini, cento mondi di contrasti ritmici, finisce col perdersi in
altitudini vertiginose che si potrebbero chiamare trascendenti o
astratte; così l'arte di Beethoven aveva superato se stessa; dalle
regioni abituali e tradizionali si era sollevata -davanti agli occhi sbigottiti degli uomini - ad un Io dolorosamente isolato nell'assoluto, escluso , a causa della sordità, dal mondo sensibile,
sovrano solitario di un regno spirituale dal quale erano partiti
brividi rimasti oscuri, nei cui terrificanti messaggi i contemporanei
avevano saputo raccapezzarsi solo per eccezione. (...)


     Eugenio  Scalfari  da        Scuote l'anima mia Eros

lunedì 1 maggio 2017

Il Genio di Beethoven - Symphony N.7 in A Maggiore, op.92 . Allegretto ( 1 )

 
 
  
                           
                                                Allegretto dalla 7a  Sinfonia


(...) Non si può certo dire che nel secondo movimento non ci sia un
      tema dominante: questo famoso Allegretto , con il suo
      passo scandito sottovoce, il suo tono sommesso ma risentito, fa
      parte dell'immaginario del pubblico sin dall'8 Dicembre 1813
      ed è un volto ed ha una voce che ha il suo posto nel cuore di
      ciascuno di noi. Ma anche quando esplora fino in fondo i temi
      di una macerata elegia, non consente lacerazioni troppo
      patetiche, perché è tutto definito da un ritmo che lo sospinge
      con mano ferma, persistente anche nei due idilliaci intermezzi
      in tonalità maggiore. L' Allegretto non è mai una marcia
      funebre, la sinfonia non ha movimento lento, anche se queste
      affermazioni non sono da dare e da prendere in modo
      perentorio, essendo una punta di ambiguità espressiva una
      delle ragioni della grandezza di questa pagina.
      Tutto il brano è incorniciato da uno stesso accordo di La
      minore che lo apre e lo chiude, una soluzione unica nell'opera
      beethoveniana: accordo dei legni in coppie più due corni,
      armonie di quarta e sesta, cioè stabile ma non perfetta, da cui
      deriva un senso di sospensione, un'inclinazione luminosa di
      neoclassica malinconia. Quando si spegne il suono dei fiati, il
      tema principale si fa avanti con il suo ritmo caratteristico di
      dattili e spondei, scandito la prima volta nell'oscura sonorità
      di viole, violoncelli e contrabbassi; periodo regolare di sedici
      battute esposto quattro volte in variazioni di organico
      strumentale: alla seconda formulazione ( b 27 ), mentre si
      aggiungono i secondi violini, nel registro centrale viole e
      violoncelli sovrappongono al tema principale un nuovo tema
      che lo completa - con tono più partecipe  e dolente - e un
      profilo cromatico che nei suoi giri e rigiri riempie tutti gli
      spazi come un liquido negli stampi. Così - ripetendosi - il tema
      si allarga a tutta l'orchestra spargendo il suo mare d'eloquenza
      sempre sulla scansione del ritmo fondamentale che è quello
      dell'andare, prediletto dai viandanti di Shubert : si va a piedi,
      non si vola nel primo movimento, ma si avanza fino ad un punto
      di riposo.
      Le varie esposizioni del tema, di fonicità crescente fino al
      Fortissimo per poi rientrare  al Piano , fanno pensare ad una
      fonte sonora che si avvicina fino ad invadere la scena per poi
      allontanarsi. Deposto il bordone, si tira il fiato nell'intermezzo,
      come un trio in La maggiore: sotto sotto, violoncelli e
      contrabbassi in pizzicato continuano a snocciolare dattili e
      spondei del ritmo fondamentale, ma di nuovo c'è il disegno a
      terzine dei violini primi, un ritmo che porta sempre con sé un
      che di fiducioso e rasserenante.  La piana melodia di violini,
      clarinetti e fagotti ricorda molto da vicino quella che circola
       nel terzetto N.13 del Fidelius : sgorga con la stessa purezza
       e virtù di balsamo con cui si effonde nella nera prigione di
       Florestan, e anche qui, dopo la mesta elegia della prima
       parte, riscalda il cuore con la sua dolcezza, resa più trepida
       dall'insistere ai bassi dell'inflessibile ritmo. (...)


      Giorgio Pestelli   da    Il Genio di Beethoven

Il Genio di Beethoven - Symphony N.7 in A Maggiore, op.92. Allegretto ( 2 )


(...) Nella ripresa dell'episodio principale il tema ritorna in nuove
      combinazioni timbriche, un lavoro di cesello che allontana il
      patetico concentrandosi sui particolari; si divide anche in un
      breve episodio fugato quasi tutto di spettanza degli archi, 
      prima di riaffermare la sua autorità a orchestra piena. Ritorna
      il trio, uguale ma abbreviato, come abbreviata è la ripresa del
      primo episodio, con l'ultima comparsa del tema ritmico;
      destituito di ogni corporeità, distribuito fra duetti di fiati ( flauti
      e oboi, oboi e clarinetti, fagotti e corni ) ai quali gli archi
      rispondono solo in pizzicato; c'è come un rifiuto di ritorni
      tematici troppo pronunciati, di schemi formali rispettati.
      All' Allegretto non resta che ritirarsi, in una dissolvenza di
      pizzicati e staccati, fino a riprendere il suo posto nell'accordo
      di quarta e sesta che l'aveva aperto e ora lo chiude. Ha ragione
      Berlioz a dire che questo accordo, per il suo senso armonico
      incompleto è  il solo che poteva consentire una conclusione,
      lasciando l'ascoltatore nell'incerto: cogliendo così la profonda
      modernità psicologica della soluzione.  (...)


      Giorgio Pestelli   da   Il  Genio di  Beethoven

lunedì 24 aprile 2017

Beethoven - 5a Sinfonia in C minor

 
 


                                            " Prendere il destino per la gola"

IL GENIO DI BEETHOVEN 1



(...) Le nove sinfonie di Beethoven sono forse il patrimonio
      musicale più conosciuto al mondo; ovunque esista una vita
      musicale, ovunque si faccia musica, le Sinfonie sono la colonna
      portante del repertorio sinfonico e da circa due secoli sono
      presenti nella mente e nel cuore degli ascoltatori.
      Tutte e nove possono essere considerate un unico repertorio
      creativo, in cui si delinea un percorso evolutivo e anche il
      racconto di una Storia. Prese insieme - infatti - possono far
      pensare ad un romanzo di formazione: un giovane parte per il
      vasto mondo, si scontra con ostacoli che riesce a superare
      grazie ad un'eroica volontà d' azione finchè, uscendo dalla
      sfera degli interessi personali, allarga lo sguardo a una
      dimensione sociale, celebrando ideali di portata universale.
      Sintesi del passato, fra Illuminismo e Romanticismo, le sinfonie
      di Beethoven hanno determinato la vita musicale dell'
      Ottocento: l'evoluzione dell'orchestra sinfonica, la nascita del
      direttore d'orchestra, l'istituzione del concerto pubblico.
      E al tempo stesso hanno rappresentato il centro di irradiazione
      della musica futura, anche attraverso gli esiti non voluti di
      musiche che sono modelli di autorità classica e allo stesso
      tempo simboli di rottura liberatoria delle forme tradizionali.
      Un mondo, quello delle Sinfonie, che brilla ancora oggi di una
      forza straordinaria, di fronte alla quale non è possibile tirarsi
      indietro: meglio assecondare quell'impeto, meglio accogliere
      quel caloroso invito a frequentare e ad abitare un patrimonio
      di cultura, civiltà e bellezza fra i più alti della storia moderna.
      (...)


          Giorgio Pestelli    da    Il Genio di Beethoven

IL GENIO DI BEETHOVEN 2



(...) Il tema con cui attacca la Quinta Sinfonia ha qualcosa di
      intimidatorio; ti mette con le spalle al muro e ti ricorda il
    " Voglio afferrare il destino alla gola", la frase - simbolo del
      temperamento morale beethoviano scritta a Wegeler durante la
      crisi dell'autunno 1801. Tema famosissimo: forse l'unico di 
      tutte le Sinfonie di Beethoven di cui si può parlare pensando 
      che ogni lettore lo conosca; entrato in proverbio, anche per
      l'aneddoto connesso, e non meno famoso, della spiegazione che
      ne avrebbe dato Beeethoven stesso secondo Anton  Schindler:
      " Così il destino bussa alla porta ". 
      Il tema è fatto di vari parametri: melodia, armonia, ritmo ne
      sono i principali; generalmente il tema è melodico nella sua
      essenza ( anche nell'esordio dell' Eroica è così ), anche se nella
      forma di sonata, dove per solito le cose s'han da capire al volo,
      i temi sono venuti assumendo caratteri particolari di brevità e
      perspicuità, specialmente con Beethoven, in quanto pensati in
      funzione dell'elaborazione successiva; temi spesso corti e
      incisivi e quindi puntando molto sul ritmo che di tutti i 
      parametri musicali è quello che più direttamente colpisce la
      ritentiva dell'orecchio. Ma qui, con la prima idea dell' Allegro
      con brio , già apparsa nella prima concezione dell'opera, siamo
      al caso limite: tre note veloci, ripetute di furia, che cadenzano
      su una quarta nota tenuta; poi lo schema si ripete scendendo
      un grado della scala, questa seconda volta con fermata più
      lunga per l'aggiunta di una battitura asimmetrica.
      Certo, ci sono intervalli melodici, ma non propriamente una
      melodia; ci sono situazioni armoniche, ma non subito univoche
      quindi il ritmo sovrasta, un tema che è soprattutto una carica
      di energia senza altri attributi o attrattive : una sorta di
      drammatico " nudo" musicale. Essendo mera forza motrice, è
      tutto disponibilità, virtualità che può propagarsi in qualsiasi
      direzione; pilotarla è l'argomento del primo movimento, che
      in sé è breve e non conclude in modo definitivo, ragion per cui
      l'espansione continua nel seguito della sinfonia.
      Essendo pura disponibilità, questo tema non dovrebbe voler
      dire nulla, ora è nulla, diventerà qualcosa; e tuttavia il modo
      in cui Beethoven lo presenta- eminentemente interrogativo -
      impone la domanda sul suo significato. L'aneddoto del destino
      che bussa alla porta ( inquietudine per la sordità crescente ),
      riferito da Schindler, allievo, segretario e poi biografo del
      compositore, è tutt' altro che superficiale: il destino infatti
      allude a una presenza inevitabile, una forza estranea all'
      interiorità, quindi non umana; una imposizione della materia
      contro cui lo spirito mobilita la sua reazione: è questa la
      concezione schilleriana  del " patetico" che coincide con quella
      operata da Beethoven nella composizione di una sinfonia che
      nasce sotto il peso di un'oppressione ritmica e che poco alla
      volta  attraverso ostacoli, ripiegamenti, affermazioni,  se ne
      libera in una vittoria finale dello spirito e dell'intelligenza
      umana. Il bussare come segnale di una catastrofe dietro la
      linea della porta è situazione tipicamente drammatica,
      conclusione di peripezia nella catastrofe come nel finale del
      Don Giovanni, nei cupi rintocchi del Macbeth dietro porte
      chiuse dietro orrendi delitti. (...)


         Giorgio  Pestelli    da    Il Genio di Beethoven
     

domenica 25 dicembre 2016

Beethoven, Piano concerto N.5 ( Adagio )

 
 
 


                                                         Pace.... Pace....