Visualizzazione post con etichetta Giovanni Raboni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanni Raboni. Mostra tutti i post

martedì 20 agosto 2024

UN CUORE MALATO

 


                                                        Se a me è venuto con l'assenza...




Con tutta quella morte in giro

nessuno moriva, era senza

patemi o rischi l'assistenza

al disertore sotto tiro


- eh sì, solo a fine emergenza

si contabilizza l'orrore

se a me è venuto con l'assenza

della tua assenza il maldicuore.




                   Giovanni  Raboni     da   Versi guerrieri a amorosi



domenica 14 agosto 2022

QUARE TRISTIS DI RABONI




                                           Adesso tocca a noi alzare questa poca voce...





Camminerai sull'acqua per tornare

dove sei sempre stato. Intanto vivi

pagando vecchi debiti, coltivi

la tua puntigliosità militare,


accumuli prove a discolpa come

se la gioia che ti aspetta dovessi

davvero meritartela o potessi

perderla ancora, ostaggio d'un cognome


inventato da chissà quale mente

boriosa se lo si legge in Giovanni

20,16. Quanti e che duri anni

a sentirti padre infinitamente


volendo essere figlio, a scongiurare

ferite, tu che le hai così care.



                                          ***


Filare tra le lenzuola tremando

di febbre, di felicità al pensiero

d'essere esente dall'essere, libero

dal suo fiato, dal suo affanno - ma quando?


solo al tempo dei tempi, quando ero

un ragazzo, e proprio così, sfumando

il presente e il futuro in un rimando

sine die ne facevo più leggero


il morso? O forse la si prende, questa

malattia, anche da grandi, e forse è grazia

che sia così, è grazia per chi s'appresta


a lasciare la vita e ancora strazia

il moto che la consuma, l'impura

dolcezza che la feconda e l'oscura.



                                                ***


Quanti fossero i pioppi, che importanza

può avere? So che c'erano, che adesso

non ci sono, che a volte m'è concesso

di vederli, immenso fruscio, sostanza


visibile al vento, e so che è ancora

questa la linea che separa da

catastrofi nere o abbaglianti la

grigia dolcezza del giardino. Sfioralo


con gli occhi - soltanto - il sipario, lascia

che di là vada come sai che è andata,

che bruci la fabbrica bombardata

dalle fortezze volanti, che l'ascia


s'abbatta sulle betulle, che i morti

assassinino e perdonino i morti.



                                             ***


Così a volte succede che nel buio

s'insanguini un volto, una mano

ci implori - così c'è

chi ignora e chi invece ha nel cuore

la comunione dei vivi e dei morti.



                                        ***


Stare coi morti, preferire i morti

ai vivi, che indecenza! Acqua passata.

Vedo che adesso più nessuno fiata

per spiegarci gli osceni rischi e torti


dell'assenza, adesso che è sprofondata

la storia. Adesso tocca a noi, ci importi

tanto o quel tanto, siano fiochi o forti

i mesti richiami dell'ostinata


coscienza, alzare questa poca voce

contro il silenzio infinitesimale

a contestare l'infinito, atroce


scempio dell'esistere. ( Al capitale

forse è questo che può restare in gola,

l'osso senza carne della parola ).




                        Giovanni  Raboni  da  Quare tristis



giovedì 17 marzo 2022

FRA LA MORTE E LA VITA...

 


                                                                  Bambino in guerra




Così a volte succede che nel buio

si insanguini un volto, una mano

ci implori, così c'è

chi ignora e chi invece ha nel cuore

la comunione dei vivi e dei morti.


( Quare tristis )


                                              ***


Fra l'età in cui si muore

giovani eroicamente

e l'altra, quella in cui la morte è

l'infinito splendore 

del poco, la gloria del niente,

spolparsi da sé della vita, piano, una mattina

dopo l'altra di sole


c'è questa in cui si muore,

si muore e basta, senza scandalo, da vivi.


( Poesie disperse e d'occasione )


                                         ***


Non sono bandiere queste bandiere,

vedi che invece di ferite e ustioni

hanno fiori alle finestre, ai balconi

le case. Da infinite primavere


la giostra , qui, s'è fermata, i padroni

l'hanno portata altrove. Ma di sere così,

di notti come quelle, nere

fino all'occlusione, marce di tuoni,


tu sai che affanno e con che artigli preme

il semplice cuore. La verità

è che nessuna guerra è mai finita,


che la stessissima ferita geme

per sempre, che solo chi non ne ha

può scacciare i ricordi della vita.


( Ogni terzo pensiero )



                              Giovanni  Raboni



mercoledì 2 febbraio 2022

CADENZA D'INGANNO ( della morte )

 


                            In poche ore c'è meno dignità che nella morte, meno bellezza...






QUADRATURA



Se è di questo che parliamo,
che continuano a vivere - nei morsi
d'ossido alla lamiera - o come muffa
lambendo le bottiglie -
hai ragione: si sprecano soldi. Ma sul conto dei morti
si tramandano ancora altre notizie,
come se rimanessero vicini
ai loro corpi, incerti, diffidando
di una provvisoria corruzione,
aspettando segnali... E allora vedi
che i conti tornerebbero, più in là.


                                        ***



CREDITORI

Cerchiamo di parlare
 in  due minuti, mentre qualcuno  aggiusta
le tende alle finestre, e gli amici
sono già per le scale. Sempre c'è
poco tempo quando dobbiamo fare
i conti con i morti. E così' dico
a mia madre di aver pazienza - a lei
che vicina a morire, ancora
vuol sapere com'era la mia cena...


                                                   ***

AMEN

Quando sei morta stavamo
in una casa vecchia. L' ascensore non c'era. C'era spazio
da vendere per i pianerottoli e le scale.
Dunque non t'è toccato di passare
di spalla in spalla per angoli e fessure,
d'essere calcolata a spanne, raddrizzata
nel senso degli stipiti. Sparire
era più lento e facile quando tu sei sparita.
Parecchie volte - dopo - mi è sembrata
una bella fortuna.
Eppure - se ci pensi - in poche ore
c'è meno dignità che nella morte,
meno bellezza. Scendi a pianterreno
come ti pare, porta o tubo, infilati
dove capita, scatola di scarpe
o cassa d'imballaggio, orizzontale
o verticale, sola o in compagnia,
liberaci dall'estetica, e così sia.




                       Giovanni  Raboni    da        Cadenza d'inganno



giovedì 2 dicembre 2021

ESSERE... essere, SI', INTIMI NEL CUORE...


                                                      All' apparirci, all'essere che siamo...



 

Essere...essere, sì, intimi nel cuore,

nel midollo, con chi è noi, con chi

d'altro noi siamo - forse è tutto qui

il segreto, è così che si fa onore


alla vita se è solo per ardore

che le duecentosei ossa non si

dissaldano innanzi tempo, se è di

estraneità alla vita che mi muore,


con minima pena, come lasciamo

una casa senza fuoco. E forse, ossa

dimenticate, una provvida mente

ci penserà, due amanti! e nuovamente

vivi traslocheremo nella fossa

all'apparirci, all'essere che siamo.



                              Giovanni Raboni   da   Ogni terzo pensiero, 1993



venerdì 19 ottobre 2018

LETTERE ALLA MADRE ( Postfazione )




(…) La prima delle lettere raccolte in questo volume è stata scritta
       da un ragazzo di non ancora tredici anni; l'ultima, da un uomo
       di non ancora quarantacinque che dopo poche ore sarebbe
       stato colpito o - come usa dire - offeso dall'attacco di una
       malattia mortale - la malattia della sua morte. Tra l'una e l'
       altra, scandito da tante altre lettere piene di tenerezza,
       sgomento e furore, si stende il tempo durante il quale il"grande
       abbandonato " ha scritto un libro di poesie che inaugura e
       oltrepassa la storia della lirica moderna; un libro di prose che
       fissa insuperabilmente il modello di un genere letterario;alcuni
       saggi che fondano il pensiero estetico e la critica d'arte
      contemporanea. Non è certo facile, per il lettore di questo
      romanzo epistolare univoco e involontario, orripilante e
      sublime, conciliare la pietà suscitata dall' " interdetto" ( come
      egli stesso si definisce, alludendo all'indelebile umiliazione
      giudiziaria inflittagli dalla madre ), torturato dai debiti e dal
      disamore, dall'incomprensione altrui e dalla propria
     " svogliatezza ",con la venerazione dovuta ad uno dei più grandi
      artisti e dei più lucidi e operosi intelletti che l'umanità abbia
      mai prodotto. Forse conviene rassegnarsi alla divaricazione,
      all'acuto senso di vertigine che la cosa comporta. Baudelaire
      sarebbe stato Baudelaire se non fosse stato - appunto - il
      grande abbandonato, l'interdetto di cui queste lettere ci
      mostrano e ci fanno ( nel vero senso della parola ) toccare con
      mano l'abissale e consapevole infelicità ?. Rispondere a questa
      domanda mi parrebbe impossibile se non lo stimassi - prima
      ancora - del tutto inutile. La poesia di Baudelaire è stata ( è)
      ciò che la sua vita ha voluto che fosse, e viceversa;e l'una e
      l'altra sono state ciò che la sua mente e il suo cuore hanno
      concepito e nutrito, con riluttanza e terrore pari alla fermezza,
      giorno dopo giorno.
      Quanto ai suoi rapporti con la madre e con il patrigno- quel
      colonnello ( poi generale, poi senatore ) Aupick che durante i
      moti del '48 Baudelaire andava dicendo di voler far fucilare e,
      accanto al quale la madre lo farà amorevolmente seppellire -
      chi può avere la pretesa di analizzarli e interpretarli dopo
      tutto ciò che lui stesso ne ha capito e fatto capire nelle sue
      poesie, nelle sue lettere, nei folgoranti frammenti delle sue
      mai scritte " confessioni" ?. E' strano che non pochi abbiano
      avuto questa pretesa col risultato di scoprire che chi si
      definiva " punitore di se stesso" " vampiro del suo cuore" e
     " grande abbandonato", soffriva - in effetti - di masochismo
      morale, bisogno di espiazione e sindrome di abbandono ( a
      sfondo edipico,ovviamente ).  (…)


                        Giovanni  Raboni



venerdì 20 ottobre 2017

CADENZA D'INGANNO




   
                Cosa ti piace di me: una volta - per ridere - ho detto il cappellino                             


COSA

Mi chiedi " cosa ti piace di me, cosa
più del resto". Una volta, per ridere,
ho detto il cappellino" Però pensando
la schiena, le ginocchia: e al labbro di sopra che quasi
non tocca quello di sotto: e come
s'impenna liquido, scatta il tuo profilo.
Ma ancora più la faccia che non sai d'avere
dopo aver fatto l'amore, netta per saliva e sudore,
a una calma che c'era rifiorita.


                                                      ***


LE VOLTE

Dei rimproveri che mi fai ( certi
non li discuto)
ce n'è uno quando arriva che fa
male come il freddo sulle dita - quando
commenti soave " che brutto amore abbiamo fatto" o
peggio " stavolta
l'amore l'hai fatto solo tu: come un ragazzino". Morte
dal basso, asciuga saliva come se portasse
via tutte le volte buone. E dire che tengo
più alla tua gioia che alla mia; a momenti vorrei
essere una donna per toccarti meglio, con più dolcezza.


                                                              ***


SUPINA

Se ti metti supina
diventa - calmandosi - solo dolcezza
il peso del tuo seno. Di colpo non c'è
bisogno di nasconderlo, non si può più giocare perché
è tenero e spento
e innocente e basta.


                                                                ***



GENERALMENTE

Eppure
non ci credo, d'accordo ma non riesco a crederci a
pensare che lui
ieri o domani o in un punto qualsiasi del tempo dello
spazio generalmente qualcuno
abbia cose da dirti progetti ipotesi fa formulare su
cose che io solo furbo che sono
posso capire in
parte avendole inventate al limite - su come
sono precise sottili alle giunture le tue braccia e il muso

e muso e ginocchia da bambina, anima mia.




        Giovanni  Raboni    da      Cadenza d'inganno





mercoledì 18 ottobre 2017

CANZONETTA MORTALE





                                                                    The Embrace  (   Egon Schiele )


                    Solo questo domando: esserti sempre
                   - per quanto tu mi sei cara - leggero.


                                 Giovanni Raboni    da    Canzonette mortali



lunedì 16 ottobre 2017

GESTA ROMANORUM




                     Non bisogna avere fretta di sapere se uno è buono o cattivo...



IL RIMORSO DEL BATTISTA

Silenzio. Udite. Io annuncio la sua morte
perché sono di fronte a voi l'autore
della sua venuta e dei suoi giorni
disastrosi. O fossi morto prima,
- nel deserto - come muoiono i cammelli
che si fidano troppo del proprio gozzo! Io così
della mia memoria, della memoria
che Dio mi concede sulle cose future.
Io non volevo ucciderlo
ma la mia fede si è tramutata in pietra o coltello, il
mio battesimo
in violento scorpione. Mi perdoni
se troppo poco ho peccato! Io fiorisco di colpa
come la Vergine è fiorita di lui
nel grembo involontario.

                                                                                   ***


TIMORI DELLA MADDALENA

Ho paura del legno e della rupe,
ho paura del corpo, del nervo lacerato,
dei tendini recisi, ho paura della luce,
ho paura del sasso che chiuderà la tua porta,
ho paura del vento e delle voci, ho paura
del corvo che ti mangerà, ho paura del lupo
che troverà le tue ossa, ho paura
che tu sia morto e tutte le notti
avrò paura che tu mi baci di gelo
e mi tiri i piedi sotto il lenzuolo.

                                                                       ***


MEDITAZIONE NELL' ORTO

Ricordati: chiudere il gas, le sei mandate alla porta.
C'è rischio di spezzare il calice e c'è rischio di smarrirlo
prima che tutto si compia.
E l'orto non ancora invaso, l'orecchio ancora saldo,
quanti fili dispersi da annodare
perché tutto si compia!
Scegliere chiodi giusti, scegliere il fiele e la spugna,
fare le prove con Anna e con Pilato,
discutere la piaga coi lanciatori di coltelli
perché tutto si compia.

                                                                       ***


ARIA PER TENORE

Crocifiggilo
poiché questo è il mandato
e la stanca vecchiaia si avvicina.
Inchiodalo nel passo dell'alfiere,
del suonatore di viola, dell'amico
troppo svelto coi dadi.
E ogni volta, a palazzo o nel recinto
del mercato,
dimentica i tuoi sogni e vibra forte,
rapido, fino all'elsa. Crocifiggilo.


                                                                        ***


IL CENTURIONE

Non bisogna avere fretta di sapere
se uno è buono o cattivo:
c'è tempo per capirlo, e poco tempo
per mettere a profitto la notizia.
Ma se quel dubbio vi tortura, allora
date una mano ai suoi persecutori,
date cuore al carnefice.
Per sciogliere un enigma così strano
la morte è lo strumento più sicuro.

Ne ho visti tanti morire! Un malfattore
non muore così, ma gridando di paura
come un bambino; o spavaldo, con la faccia da eroe
e modi bruschi. Disperato e insieme
sereno, così forte a pazientare,
so che muore soltanto un innocente.



        Giovanni  Raboni    da      Gesta Romanorum




mercoledì 17 maggio 2017

QUA RE TRISTIS



                                          Fa' che non sia vera l'oscena materia del buio...





SVEGLIAMI, TI PREGO...

Svegliami, ti prego, succede ancora
d'implorare in un sogno a questa tenera
età, aiutami, fa' che non sia vera
l'oscena materia del buio. Sfiora

allora davvero una mano il mio
corpo assiderato e di colpo so
d'averti chiamata e che non saprò
più niente.



                                                                      ***



L'ANIMA E LA SUA VOCE

Qua re tristis - perché
sempre - nella veglia e nel sonno,
nell'omissione e nell'adempimento,
l' anima ci fa così male?
Noi che la custodiamo
senza amarla, senza conoscerla,
nella gabbietta delle nostre ossa
come il vetro d'una lanterna
custodisce la fiamma;
sappiamo soltanto che è lei,
lei che non ha né tendini né sangue,
la compagnia più sanguinosa.
Tu, come lei invisibile,
proteggici dal suo silenzio,
fa' che sentiamo in tempo la sua voce.


        Giovanni  Raboni   da       Quare tristis


GESTA ROMANORUM



PORTALE

Difficile dire
quante spade, quante lance, quanti elmi di cuoio
sui profili romani,
quanti fabbri e pescatori col cappelluccio a cono
e le orecchie puntute,
quante facce di porco o di drago, quanti piedi
con cinque dita

e ruote e focacce sbilenche e proiezioni
di tavole imbandite

nella ressa, nel fuoco, nella gioia
delle neve che approssima, del vino
bevuto in gioventù,
della folla irta e viva, di un'intera nazione
che pesca, caccia e prepara
l'acre festa sul legno.

                                                                    ***


PONZIO P.

Al fondo
d'un orrido paese che non ha inverno, rettore
di teste calde, giudice di liti
senza capo né coda
- cos'altro può volere il più maligno
dei padri? Solo un sogno mi riporta
al verde inciso dei prati, ai piaceri d'un tempo
che non ritorna: il trotto del maneggio
deserto,
le delicate azioni campestri,
le giubbe rosse per strangolare la volpe
dietro l'ultima siepe.
Realtà
è lo squallore dei viaggi, la carriera maldigerita,
le raccomandazioni che non servono a niente
o arrivano in ritardo: è avere - invece
dello stagno grigio e mattutino, pieno
di pigra cacciagione -
questo sporco catino dove mi lavo le mani.

                                                                          ***


RAMMARICO DEL VICERE'

Non si va né avanti né indietro.
Non si guarda né a destra né a sinistra,
né in basso né in alto. Tutto - ormai -
filerebbe secondo le istruzioni
se non fosse per questi apostoli di merda,
per queste incredibili dodici persone
che fra l'essere morti ed essere vivi
trovano sempre qualche differenza.



      Giovanni  Raboni     da      Gesta Romanorum

A TANTO CARO SANGUE



DOLORE

Tu e le tue fissazioni! Mi vien voglia
di rinfacciarti le mie piaghe,
quelle sì cancrenose, immedicabili...
Ma no, sbaglio. Tu sei l'erede
d'una sacra penuria;
te e i tuoi da sempre ha saccheggiato il cielo.
C'è più tristezza nel tuo lutto
per un gioco perduto, per una bambola squartata
che nel mio, per il novero dei morti
che colleziono da una vita.
E' più giusta, ha più stoffa la tua pena.
E intanto non riesco a consolarti,
mio affannato, tremante, altero amore!
Non rispondi, mi guardi
come - ma sì - come un nemico di classe
se cerco di distrarti, se ti ricatto con la tenerezza...
Ma credimi - tesoro - che non voglio rubarti
l'osso del tuo dolore.




CODICILLI

Pensavo
polvere, non cenere; non
arso, pensavo, né centrifugato;
polvere: e diventarlo
a poco a poco, a poco a poco sperdere
il duro delle ossa. E che la terra
non fosse poca né tanta,
né pesante né lieve a cancellare
lo scempio della fossa.
E che la terra fosse consacrata.
E che la terra fosse consacrata
e condivisa, lotto
numerato e introvabile
d'uno dei fiochi immensi cimiteri
che da nord, da nord- ovest
assediano Milano, che ci salvano,
- barricate di croci -
d'angeli  mutilati, dall'orrore
di marcire in privato, in un giardino.



     Giovanni  Raboni    da    A tanto caro sangue