giovedì 23 maggio 2019

IL RITORNO DI VAN DE SFROOS

 
 

                                                  L'è la psicosi del milaghée ( l' uomo del lago )
 
      " Permettetemi di raccontare queste piccole storie non come la
         realtà le ha pescate, ma come i pesci le hanno sognate "


(…) Appena scese dalla corriera, spese giusto il tempo di guardare
       se poteva attraversare la strada statale, poi si diresse giù per
       la mulattiera che portava al lago e alla pensione Magnolia.
      Muoveva adagio i passi e faceva dondolare la valigia come uno
      che torna a camminare su quei sassi che non avevano mai
      smesso di essere suoi, anche se era stato via così tanto tempo.
      Buttò lo sguardo su una vecchia altalena appesa al tramonto e
      poi lo spostò verso due persiane rosse, pennellate malamente,
      con un gatto color marmo tra le braccia della finestra.
      Capì immediatamente che si sarebbe ripreso tutti gli odori e le
      ombre che gli appartenevano. Compresa la sua.
      La sua non era mai partita, on era mai stata caricata su una
      Mercedes color castagna una domenica di giugno; non aveva
      dovuto vedere mezzo paese guardare dentro quei finestrini che
      lo stavano portando chissà dove e non era stata obbligata ad
      entrare in quella clinica lontana con un nome che un italiano
      non riesce a dire. Lei era rimasta lì - fedele - ad aspettarlo,
      come il cavallo di Zorro, senza invecchiare e senza ammalarsi.
      Si era nascosta come aveva potuto, all'inizio della riva, infilata
      tra le barche capovolte, dove le pietre sotto il passo cominciano
      a farti camminare strano.
      E proprio lì ritrovò la sua ombra, sulla scalinata di sasso, tra
      la melma secca e le margherite arrampicate.
      Lei lo salutò dicendo una delle cose che era solita dire: " Le
      pietre sono buone per come ti sanno ascoltare. Le pietre sono
      serie per come ti lasciano sempre parlare o stare in silenzio…
      E non si sa se sono più dure quando ti colpiscono o quando le
      calpesti".
      Gli sarebbe piaciuto prestare gli occhi ai pesci, per vedere il
      mondo delle alghe e delle lavatrici sommerse, dove nuotano
     sirene d'acqua dolce e riposano biciclette abbandonate.Avrebbe
     potuto essere il più grande pescatore della zona, se avesse
     voluto; sentiva i pesci muoversi quasi fossero brividi che gli
     percorrevano il corpo; sapeva specchiarsi nel loro riflesso,
     entrare nel loro occhio come una freccia nel bersaglio del
     tirassegno. Diceva di capire da dove venivano e dove sarebbero
     andati.
     La sua ombra gli aveva insegnato una sorta di tiritera:
    " I pesci non hanno orecchie perchè tanto non parlano.I pesci
     non sentono freddo e non hanno il mal di schiena. I pesci non
     stanno in ginocchio neanche quando li schiacci nella latta. I
     pesci non chiudono mai gli occhi neanche quando sono nella
     padella". Ma la parte che lui preferiva, quella che ripeteva
     continuamente in dialetto, allorché guardava sotto l'acqua,
     come fa la poiana, era questa : " Quell che l'era diventa adéss,
     e quel che l'è quell che po' véss...ne la parola dii péss " Le
     parole sognate dai pesci.  (…)


 
             Davide Van De Sfroos   da    Le parole sognate dai pesci

2 commenti:

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