martedì 28 febbraio 2017

GLI ADDII DI OSIP E NADEZDA



Kiev, primo maggio 1919 in un ritrovo di giovani artisti e letterati,
Nadezda Chazina - non ancora ventenne, ebrea, studentessa di
pittura - incontra un giovane che recita versi misteriosi e incantatori. Nadezda è sorpresa da un brivido; c'è qualcosa in lui
che irrazionalmente sente di condividere : " la sventatezza e la coscienza di una catastrofe ineluttabile". Lui è il bizzarro e anti -
conformista Osip Mandel' Stam, uno dei più grandi poeti del
Novecento, un uomo - ma questo Nadezda lo capirà solo più avanti - che " ha i tratti dell'ebreo errante e dell'esule perfetto". Nella Russia sconvolta dalla rivoluzione e dalla guerra civile, tra speranza e paura, nasce un amore assoluto e invincibile, segnato dalla costante presenza della poesia, che si fa rovente strumento di
libertà. Separati per quasi due anni dalla turbolenza della Storia,
Nadezda e Osip si ritroveranno nel 1921 e non cesseranno di amarsi fino a quando, nel 1938, al culmine del terrore staliniano,
Osip sarà deportato e morirà in un gulag siberiano. E se non morirà la sua poesia, sarà merito esclusivo di lei - indomabile nell'amore e nel coraggio come apparve a giovani visitatori della
sua vecchiaia quali Josif  Brodskij e Bruce Chatvin - che per anni
aveva ricopiato, nascosto e distribuito ad amici fidati i versi del
marito fino a diventarne la memoria vivente. 

             
                     frida

LA SCIENZA DEGLI ADDII

 
 

                                           
                                                               Osip  e  Nadezda
           


           " Ho imparato la scienza degli addii
             nel piangere notturno, a testa nuda ".


                           Osip  Mandel' Stam    da   Tristia
                                        

LA SCIENZA DEGLI ADDII 1



(...) Ma quando gli amici vanno via, il the è finito e la stanza è
       silenziosa, la memoria e le mani la tormentano. Come
       testamento la ricetta della marmellata di arance confidata all'
       amica non le basta. E' vero, le poesie sono al sicuro, non
       bisogna trascriverle né ripeterle giorno e notte, ma proprio per
       questo, ora che la sua missione è conclusa, a lei che cosa resta
       se non l'immagine di quel vecchio consumato come un'inutile
       moneta dalla lima del secolo belva?
       Le sue mani non vogliono star ferme, la memoria non le dà
       tregua. Finchè un giorno capisce. La memoria le dice che c'è
       dell'altro da salvare, che un altro testamento è possibile. Non
       può andarsene dal mondo senza aver raccontato quanto sa di
       quell'uomo allegro che ha vissuto con lei e mai ha lasciato che
       perdesse il coraggio. Deve raccontare quanto sa della sua
       terribile epoca. E dei versi, e degli uomini, dei vivi e dei morti.
       E delle donne, quelle che hanno seguito gli uomini nella
       deportazione e quelle che sono rimaste a casa come lei, a
       torcersi nell'angoscia, perseguitate, sole, tacendo, mordendosi
       la lingua. Del resto, Osip e lei non hanno mai creduto che il
       tempo si muova in modo lineare, progressivo. Il tempo se ne
       va e poi torna, torna a passare dove è già passato, raccoglie,
       sposta, riporta: per questo l'occasionale reca il segno dell'
       eterno. Ma soprattutto non vuole avere davanti agli occhi l'
       immagine di lui come l'ha visto l'ultima volta, un uomo confuso
       che inciampa e rabbrividisce mentre altri uomini in divisa lo
       portano via all'alba senza il tempo di un saluto. Tantomeno il
       vecchio cencioso della baracca. Vuole riportare l'immagine di
       quel giovane sottile e pensieroso che recita cantando, a cui lei,
       coi tacchi, arriva al mento e che guarda da sotto in su con
       insolito stupore. L'uomo che ha conosciuto in un giorno di
       festa quando, senza intendersene molto di uomini, ha fatto la
       sua scelta, la scelta giusta.
       Così un giorno a Pskov, malgrado la vicina la stia spiando e
       il cuore, invece di battere, si ostini a borbottare come un ospite
       seccante, prende una risma di fogli, una scorta delle amate
       sigarette Belomorkanal e inforca gli occhiali rosa da vecchia
       zia, per cui tutti la prendono in giro.
       E si mette a scrivere.      (...)


             Elisabetta  Rasy   da      La scienza degli addii

LA SCIENZA DEGLI ADDII 2



(...) Scrive e scrive, anche quando è stanca, o quando è malata,
       quando le fragili ossa della mano si ribellano - pagine su
       pagine, vita su vita.
       Questo è il testamento : le orme nella memoria - la memoria
       non è sempre stata il suo bene, la sua salvezza? Stavolta non
       sarà Orfeo a cercare Euridice agli Inferi, passando per quella
       porta dell' Ade, laggiù in Crimea, che fa sognare Osip e i suoi
       amici. Sarà Euridice, con l'incantesimo della memoria,  a
       cercare Orfeo. E non se lo lascerà sfuggire. Del resto, se lei
       fosse stata Orfeo, non si sarebbe certo voltata a guardarla,
       Euridice. A lei non era necessario guardarlo, Osip, per sapere
       che le era vicino.  (...)


         Elisabetta  Rasy    da    La scienza degli addii

LA SCIENZA DEGLI ADDII 3



(...) Ora non vede più neanche la luce fastidiosa della stanza
       accanto : è tutto buio, o quasi. C'è un raggio, Osip l'ha scritto
       in una poesia, e in una poesia tutto si avvera. Avrebbe voluto
       seguire il raggio, diceva Osip nei versi, e che lei, Nadezda,
       diventata raggio, imparasse dalla stella il senso della luce.
       Sappi che mormoro, e mormorando ti affido al raggio che dura
       in eterno, bambina mia - così aveva scritto Osip quarantatré
       anni prima.
       Ora non sente più il brusio della casa, ma quel mormorio sì, lo
       sente : il mormorio delle labbra che si muovono e che niente
       può far tacere. Anzi, ora che tutt'intorno c'è un silenzio
       profondo, riconosce la voce: è una voce inconfondibile, che
       recita cantando. Non riesce ancora a vederlo perché c'è un
       gran buio, ma segue la traccia della voce. La voce è forte, deve
       essere molto vicino, nel raggio insieme a lei. La voce è ancora
       più forte, e si confonde con la sua, perché anche lei sta
       parlando...
       Sono io, Nadezda... Osip, dove sei?    (...)


         Elisabetta  Rasy   da     La scienza degli addii

Agni Parthene

 
 



                              Sono io, Nadezda... Osip, dove sei?

LA DEPRESSIONE NON E'



La depressione non è nera
la depressione è bianca,
di quel bianco lancinante
sulle palpebre al mattino,
di quel bianco lattiginoso
attorno alle orecchie,
di quel bianco sporco
del soffitto nella notte,
di quel bianco placenta
in cui ci si vede allo specchio,
di quel bianco albume
del cervello nella nebbia,
di quel bianco - viola
che sono le labbra dei morti.

La depressione è nera
solo negli occhiali,
che proteggono
dalle notti in bianco.


      Anna  Toscano   da     Doso la polvere

Perhaps, Perhaps, Perhaps

 
 


                                         ...e non dirmi sempre : forse...forse...forse...

lunedì 27 febbraio 2017

LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA



Fratello, amico mio,
è per te questa carta che si è fatta aspettare
come i germogli del petto nell'estate.
Ti scrivo che ho pensato molto a te
e ti vedo adesso con il tuo collo inchiodato
che fugge dal torace e dalle mani:
con questo tuo modo di tenere gli zigomi
fuori di te,
più lontano dalla tua pelle che dal tuo nome.
Come credo ti dissi, giungerò all'improvviso
un giorno in cui nessuno viaggia,
un giorno ineguale che accorrerà ai miei occhi
quando io lo chiamo
e si sfilaccerà nel mio profilo
cresciuto di grappoli e di greggi.

Però adesso, precisamente adesso,
che ho di fronte una madre di Picasso
dell'epoca azzurra,
una madre inondata dai suoi materni echi
e dei suoi stessi verbi circondata,
dalle cui labbra sbocca un bimbo
intermittente e minimo,
precisamente adesso - dico -
mi viene la tua casa nel ricordo
e so, dall'odore, e dalla passione e dal tatto,
che cosa mi dirai quando ritorni:
del colpo nella quiete del bambino
e del grembiule con iniziali
all'ordine del giorno negli accordi familiari.

" Povero piccolo, cascò dall'arancio
la scorsa settimana, tutto intero cascò,
e non gli rimase altro
che una minima parte di labbro
per piangere a dirotto per le ginocchia
e il vestito e la caduta".
E la ragazza altissima con palpebre d'uva,
dove discorrono nella sera le rondini,
e la zia con i pettinini della chioma odorosa
e le braccia dolcissime.

E il pane in controluce di velluto
sui declivi dentro cesti abbagliati,
il pane udito sempre,
nella forma mutevole di braccia,
il molle pane
fratello primogenito del grano,
il cui fianco si ruppe in pianura.
Il pane - fratello -
il pane,
pane della tua casa
e della mia
e del fratello eterno che ci segue.
Il pane che giustifica la mitezza in pace,
quello che ci fa guardare verso l'alto la terra,
quello del lievito che trascorre in un abbraccio.
Il pane dell'uomo che riposa
col mio collo nella sua anima
e il mio ventre in suo figlio;
il tuo,
il mio,
quello di tutti.
E' per lui che,
quando nelle vendemmie imbrunisce,
tutti domandano se arrivò alla bocca,
o se è il suo odore di abituato albore
che ritorna alla bocca,
che prima del pane incarna
ed è il verbo e la voce di colomba.

Ti ho raccontato del pane,
fratello,
e della casa
dove il lievito cresce nella notte
e lo si sente sollevare
l'edificio del sangue;
dove il lievito
organizza il silenzio che lo abita,
aggruppa l'aria
e fonda l'acqua che lo fanno
profonda materia radunata e pura.

Ho poco ormai da raccontarti,
se non fosse che per svelarti tutto questo
ho lasciato momentaneamente fra le mie cose:
libri, quadri, vesti,
il mio cuore in un ramo
e sono adesso così vicina alla sua assenza
che quasi ne ignoro la causa;
tanto assoggettata a lui che devo già tornare
- senza attardarmi -
per aiutarlo a realizzare il suo compito
di palpitare a tempo e di bastarmi.


         Eunice  Odio       da    Come le rose disordinando l'aria



Elegia

 
 


                                      ...l'amore è uno stregone, un fuoco isterico, magnifico...

domenica 26 febbraio 2017

AFORISMA



"A volte non è nella luce accecante e persistente del sole
 che si vede più chiaro,
 ma nei bagliori subitanei della tempesta."


              frida

Ne me quitte pas

 
 


                              ...je ferai un domaine où l'amour sera roi...

L' INDE. QUE SAIS - JE ?


(...) In un capitolo di Notturno indiano, un membro della Società di
      Teosofia di Madras, un signore raffinato e distante, sottopone il
      mio personaggio ( il viaggiatore occidentale che si è recato in
      India sulle tracce di un amico scomparso ), a una sorta di
      esame, interrogandolo sulle sue conoscenze di quel Paese.
      Imbarazzato dalla propria incompetenza e come punto sul vivo,
      il protagonista risponde sgarbatamente : le sue conoscenze
      sull' India consistono in una guida in inglese, India, a travel 
      survival kit  e soprattutto in un libriccino della
      collana francese  " Que sais-je? ( una sorta di Bignami
      transalpino ) che si intitola  L' Inde. Que sais - je?
      Quel mio romanzo era preceduto da una nota con le mie iniziali
      che comincia così : " Questo libro, oltre che un'insonnia, è un
      viaggio. L'insonnia appartiene a chi ha scritto il libro, il
      viaggio a chi lo fece." Dietro questa specificazione, plausibile
      per ogni libro, ma che sembra scritta apposta per narratologi,
      si cela - non lo nego - una  excusatio non petita. 
      E' tempo di ammetterlo : le conoscenze sull' India dell'insonne,
      che coincide con chi ha scritto li libro, probabilmente non
      erano molto diverse da quelle di chi aveva fatto il viaggio, cioè
      il suo protagonista. " La cattiva coscienza", una faccenda che
      si verifica ovviamente solo a posteriori, non tardò a intervenire
      Come desideroso di togliere il mio personaggio dalla profonda
      ignoranza in cui si trovava, cominciai a leggere tutto quello
      che lui avrebbe dovuto aver letto sull' India prima di
      intraprendere un viaggio del genere. Possibile - cominciai a
      chiedermi - che con le conoscenze che ci hanno lasciato dal
      Medioevo fino ad oggi tutti i nostri grandi viaggiatori, uno
      scrittore avesse il coraggio di infilare in un suo romanzo  - in
      un continente del genere - e in situazioni tutt'altro che facili,
      un personaggio così smaccatamente ignorante?
      Libri e libri cominciarono ad accumularsi sulla mia scrivania,
      finchè non mi sembrò di avere materiale a sufficienza da poter
      suggerire al personaggio il comportamento giusto e le risposte
      adeguate per le situazioni in cui si trovava. Rileggevo ad
      esempio il capitolo allorchè il mio viaggiatore conversa di 
      notte nella stazione di Bombay con un jainista che va a morire
      a Madras, gli dicevo : " Tira fuori almeno una frase decente
      sul jainismo come l'hai letto su quello storico delle religioni;
      non ti accorgi che la vostra è una conversazione fra sordi?".
      Oppure rileggevo il capitolo in cui il viaggiatore entra nel
      sordido alberghetto Khajuraho e colto da stupida paura,
      reagisce facendo sapere che la sua ambasciata è al  corrente
      delle sue mosse e gli dicevo : " Comportati come quel
      giornalista inglese che ha girato tutto il mondo e che in una
      situazione del genere sa benissimo che ad un occidentale non
      torcerebbero mai un capello; hai fatto la figura del fesso."
      Così pensavo, convinto ormai di sapere a sufficienza sull' India
      Ma sull' India non si sa mai abbastanza.  (...)


                Antonio Tabucchi    da    Viaggi e altri viaggi
      

Particolari d' India

 
 
 
 
1

 
 
2

 
 
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Particolari d' India 2

 
 
 
 
4

 
 
5

 
 
6

Particolari d' India 3

 
 
 
 
7

 
 
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9

Prticolari d' India 4

 
 
 
 
10

 
 
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12

Particolari d' India 5

 
 
 
 
13

 
 
14

 
 
15

Paticolari d' India 6

 
 
 
 
16

 
 
17

 
 
18

Particolari d' India 7

 
 
 
 
19

 
 
20

 
 
21

Particolari d' India 8

 
 
 
 
22

 
 
23

 
 
24

Particolari d' India 9

 
 
 
 
25

 
 
26

 
 
27

Particolari d' India 10

 
 
 
 
28

 
 
29

 
 
30

Particolari d' India 11

 
 
 
 
31

 
 
32

 
 
33

Prticolari d' India 12

 
 
 
 
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                                                                            35


 
 
36

Particolari d' India 13

 
 
 
 
37

 
 
38

 
 
39

Particolari d' India 14

 
 
 
 
40

 
 
41

 
 
42

sabato 25 febbraio 2017

IL BACIO



Calmare piano l'affanno
che ci portiamo appresso in due
- ad altezze diverse di spalle.
Ma le mani, le mani esibiscono calli
e morsi alle unghie
come di gran lavoro o fatica
per partenze diverse o solo diseguali,
nascoste dietro, tra le curve
dei non so
non voglio sapere...
E' questione di sporgersi oltre la spalla
la verità.
Con il mento piantato nel nervo.

Fammi scendere - ti prego - dal cespuglio
di rovi che ho messo
per pareggiare la misura.
Non è una richiesta - lo so :
vorrei solo un bacio.


           frida




Dame la fuerza

 
 


                                           ...dame una noche entera...

giovedì 16 febbraio 2017

VOLO

 
 
 



                 Chiuso momentaneamente per volo...

                         frida

IL RESPIRO DEL VIAGGIO



Lasciati trovare dietro a quel vetro
che scorre fotogrammi sui fiori
dell'inverno, o nel lampo di un malcelato
sguardo, sperduto tra le righe binarie
delle sorti altrui.

Sanno dove cercarti, le parole. Conoscono
il respiro del viaggio
e quelle voci che non dicono, e del dire
che sussurra piano. Fermarsi nell' attesa
è come librarsi in volo, dentro sé.


              frida

Morricone - Mirelle Mathieu

 
 

                    
                                           Sanno dove cercarti, le parole...

mercoledì 15 febbraio 2017

PAROLE DEL GIUSTO


Le parole del giusto sono fonte di vita,
ma la bocca dell'empio cela inganni.
L'odio suscita contese,
la carità - invece - copre ogni fallo.
Sulle labbra del savio trovi la sapienza,
sulla schiena dello stolto trovi la verga.
I saggi mettono in serbo la scienza,
la bocca dello stolto è pronta rovina.
I beni del ricco sono la sua sicurezza,
la miseria del povero è il suo terrore.
Il guadagno del giusto serve alla vita,
quello dell'empio sfuma nei vizi.
Chi accetta la correzione
è sulla via della vita;
chi disprezza l'ammonizione si smarrisce.
Le labbra bugiarde nascondono l'odio,
chi diffonde calunnia è uno stolto.
Chi parla molto, non va immune da falli:
il prudente frena la lingua.
Argento puro è la lingua del giusto,
ma il cuore dell'empio non vale nulla.
Gli insegnamenti dei giusto nutrono molti,
la mancanza di senno uccide gli stolti.


              Dal         Libro dei  Proverbi   (  Bibbia  )

 

Il Dubbio - John Patrick Shanley

 
 


                                             Chi diffonde calunnia è uno stolto....

DEDICA



Dei nostri incontri non parlerò a nessuno.
Né alle streghe né al vento
né a questi anni pieni di luce e di pazzia.
Nessun colore imbratterà quel bianco
dove ci siamo conosciuti, con gli occhi lieti
e la semplice magia di tutti i sogni.
Ogni lanterna sarà la nostra casa,
la nostalgia che assiste come fiocchi di neve,
il silenzioso ferirsi della goccia sul viso.
E nella casa ho visto
come specchio una candela,
la melodia che sale, il vino, quei profili di porpora
che guardano lontano
verso vangeli sconosciuti, un'amicizia.
Poi, le mille strade di un mattino.
Come quando, colmi di affetto e di tristezza,
stringendo in mano un segno della vita,
camminiamo sotto altari di pioggia
mentre appare - dal niente - una parola.


         Marco  Tornar      da        La scelta


" Dedica"  vuole essere il mio segno di riconoscenza verso quelle
  persone che - al di là delle metafore e delle situazioni contingenti-
  sapranno riconoscersi in questa delicata poesie del ricordo. Ma
 anche dell'attualità. Non c'è un tempo stabilito della vita per l'
 amicizia perché, anche se la letteratura  ( e la psicologia ? ) la
 considerano quasi una prerogativa dell'infanzia e dell'età
 giovanile, io penso - al contrario - che la vita e le sue vicissitudini
 ci portino ad apprezzare meglio il calore e la tenerezza che
 nascono dalla consapevolezza dell'età matura. Proprio come i       
 frutti autunnali che sono i più dolci perché trattengono nella loro
 succosa polpa tutto il sole dell'estate .


                     frida


Nino Rota - Romeo and Juliet

 
 


                                           Ogni lanterna sarà la nostra casa....

martedì 14 febbraio 2017

LA DONNA SPEZZATA DI SIMONE...



...è la donna colta nel momento rivelatore di una crisi.
   L' ambiente è sempre quello su cui la  De Beauvoir ha esercitato
   le sue più acute osservazioni : il mondo " bene" della società
   parigina, la scena borghese in cui si fondono le varie vicende:
   la scoperta di un'amante, l'abbandono, la rabbia della solitudine,
   il distacco dei figli, lo spegnersi dei sentimenti. Ciò che l'autrice
   rimprovera alla donna, sia essa moglie, madre, amante, è il non
   aver potuto o saputo crearsi uno spazio proprio, il ritrovarsi sola
   e il provocare altre solitudini.
   Ed è appunto nella solitudine che comincia a dipanarsi il filo dei
   ricordi, la tensione dei " perché", le ragioni di una crisi
   sentimentale e umana che la protagonista indaga con lucidità
   disperata, quasi cinica.


                 frida

UNA DONNA SPEZZATA 1


6 Febbraio

(...) Che coraggio inutile, per le cose più semplici, quando il gusto
      di vivere è perduto!. La sera, preparo la teiera, la tazza, il
      bricco: dispongo ogni cosa al suo posto perché il mattino dopo
      la vita riprenda con la minor fatica possibile. E tuttavia mi
      riesce lo stesso quasi insormontabile lo sforzo di uscire dalle
      lenzuola, di risvegliare la giornata. Faccio venire la donna nel
      pomeriggio, così al mattino posso rimanere a letto fin che
      voglio. Certe volte mi succede di alzarmi all'una, quando
      Maurice rientra per colazione. O, se lui non rientra, quando
      sento la signora Dormoy che gira la chiave nella serratura.
      Maurice corruga la fronte quando mi trova - all'una - ancora
      in vestaglia e tutta spettinata. Penserà che reciti la commedia
      della disperazione a suo beneficio. O, almeno, che non faccio lo
      sforzo necessario per " vivere correttamente" la situazione.
      Anche lui mi ripete il ritornello : " Dovresti andare da uno
      psichiatra".
      Continuo a sanguinare. Se la vita potesse uscirmi via così,
      senza alcuno sforzo da parte mia!
      L'altra notte, in sogno, avevo un vestito azzurro cielo, e il cielo
      era azzurro.
      Quei sorrisi, quegli sguardi, quelle parole, non possono essere
      spariti del tutto. Continuano ad aleggiare nell'appartamento.
      Le parole, spesso, le odo. Una voce mi dice all'orecchio
      distintamente :" Mia piccola, mia cara, mio tesoro..."
      Gli sguardi, i sorrisi, bisognerebbe acchiapparli al volo e
      posarli di sorpresa sul volto di Maurice, e allora tutto sarebbe
      di nuovo come una volta.
      Continuo a perdere sangue. Ho paura.
     " Quando si è arrivati così in basso, non si può che risalire",
       dice Marie Lambert. Che stupidaggine! Si può sempre
       scendere più in basso, più in basso, e più in basso ancora.
       Il fondo non esiste. Lei dice così per sbarazzarsi di me: ne ha
       fin sopra gli occhi, di me. Tutti quanti ne hanno fino agli occhi.
       Le tragedie, per un po' va bene, ci interessano, incuriosiscono.
       Ma dopo un po', che scocciatura! E' talmente scocciante anche
       per me. Isabelle, Diana, Colette, Marie Lambert ne sono
       arcistufe; e Maurice...
       C'era una volta un uomo che aveva perduto la sua ombra.
       Non so più che cosa gli succedeva, ma era una cosa terribile.
       Io ho perduto la mia immagine. Non che la guardassi spesso,
       ma era lì, un po' indietro, sullo sfondo, quale Maurice me
       l'aveva dipinta. Una donna diretta, vera , " autentica", senza
       meschinità né compromessi, ma comprensiva, indulgente,
       sensibile, profonda, attenta alle cose e alle persone. Tutta
       dedita alle persone che ama, senza altro pensiero che la loro
       felicità. Una bella vita piena e serena, " armoniosa".
       Adesso è tuto buio, non mi vedo più; e gli altri, che cosa
       vedono?. Forse qualcosa di repellente.
      
       Si tengono conciliaboli dietro le mie spalle.  (...)


              Simone de  Beauvoir  da      Una donna spezzata
     

UNA DONNA SPEZZATA 2



20  Febbraio

(...) Ho finito per cedere alle loro insistenze. Avevo paura per la
      mia salute sempre più debole, paura del silenzio. Avevo preso
      l'abitudine di telefonare a Isabelle tre volte al giorno, a Colette
      nel cuore della notte. Così, adesso pago qualcuno perché mi
      ascolti : è atroce.
      Ha insistito perché continui a tenere questo diario. Capisco
      benissimo il perché: cerca di farmi tornare un po' di interesse
      per me stessa, di restituirmi la mia identità. Ma, per me, l'unica
      cosa che conta è Maurice. Che cosa sono io? Non me ne sono
      mai curata granchè : ero garantita, dato che lui mi amava.
      Se non mi ama più... E' soltanto il passaggio che mi preoccupa:
      in che modo ho meritato che cessasse di amarmi? O, se non
      l'ho meritato, allora è un mascalzone, e non sarebbe giusto
      punirli, lui e la sua complice?. Il dott. Marquet ha preso le cose
      dall'altro capo: mio padre, mia madre, la morte di mio padre;
      vuol farmi parlare di me, mentre io non ho voglia di parlargli
      altro che di Maurice e di Noellie. Ad ogni modo, gli ho
      domandato se mi trovava intelligente. Sì, certamente, ma
      l'intelligenza non è una facoltà indipendente: quando entro nel
      circolo vizioso delle ossessioni, la mia intelligenza non mi
      serve più.
      Maurice mi tratta con quel misto di delicatezza e di sorda
      irritazione che si prova verso i malati. E' paziente, tanto
      paziente da farmi venir voglia  di urlare, ciò che faccio,
      qualche volta. Se diventassi pazza non sarebbe mica una
      cattiva soluzione. Ma Marquet mi assicura che non corro
      affatto questo rischio: sono solidamente strutturata; nemmeno
      con l'alcool né con le droghe sono mai riuscita a perdere
      veramente la testa. E' una via di uscita che mi è preclusa. (...)


        Simone de Beauvoir  da     Una donna spezzata