sabato 31 dicembre 2016

VAGITO DI UN INVERNO SENZA GELO





Se solo sapessi d' averTi al fianco
in questo crepuscolo lacerato
di lupi di nuvole e gemiti di vento;

se solo potessi udire la Tua voce
nel silenzio di questa mia prigione
opaca di polvere d'ossa e petali di pelle;

se solo Tu mi lasciassi morire ora-
qui - sulla riva ancora umida
di baci corrivi e saliva d'anima...

Io
Dio
Ti perdonerei.


                frida


           

Otche nash ( Padre nostro )

 
 



                                         " Signore dei mari e della terra,
                                  è vicino il regno dei cieli".

RENE ' CHAR


        PENSIERI POETICI DI FINE ANNO       




LA CARTA DELLA SERA

Una volta di più l'anno nuovo
confonde i nostri occhi.
Erbe alte vegliano quelli che non
hanno amore se non col fuoco
e la prigione che mordono.
Poi ci saranno solo le ceneri del vincitore
e il racconto del male;
ci saranno le ceneri dell'amore;
la rosa di macchia che sopravvive
ai ghiacci;
e ci saranno le ceneri
immaginarie - di te - della tua vita
immobile sul suo cono d'ombra.




OGGI HO VISSUTO

Oggi ho vissuto l'istante della potenza
e dell'invulnerabilità assolute.
Ero un alveare che migrava
verso le sorgenti del cielo
con tutte le sue api e tutto il suo miele.




SIAMO SIMILI A QUEI ROSPI

Siamo simili a quei rospi che nell'austera
notte delle paludi si chiamano e non si vedono,
piegando al loro grido l'amore
tutta la fatalità dell'universo.




A OCCHI CHIUSI

A occhi chiusi  e nello sforzo di prender sonno,
vedo luccicare, nel fondo delle mie palpebre,
una brace : è l'anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.





IL POETA SI DISTINGUE

Il poeta si distingue per il numero di pagine
insignificanti che non ha scritto.
Egli possiede tutte le strade della vita
smemorata per distribuire
le sue povere elemosine
e sputare quel poco di sangue
che non lo farà morire.


     René  Char   da    Estratti delle sue raccolte                  

Bosso - Clouds, The mind of the ( Re ) Wind

 
 
 
 
 
La poésie me volera ma mort  (   la poesia mi ruberà la mia morte)

venerdì 30 dicembre 2016

ALBA QUALUNQUE




Da questo amore, disarmonica andatura
di caviglie spezzate, zoppe - in cielo
e ovunque vi siano passi da contare,
con falcate d'arcobaleno - compio il ritorno.

Che non si fermi l'occhio che invena
di puro cristallo, né il respiro che si spezza
fra le costole scavate in punta di coltello.
Vorrei che un'alba qualunque mi trovasse in piedi.


             frida

Folìa - Corelli, Scarlatti, Marais

 
 


                   Vorrei che un'alba qualunque mi trovasse in piedi....

giovedì 29 dicembre 2016

REQUIEM PER UN'AMICA 1




Ho morti, e li ho lasciati andare,
e stupivo a vederli così in pace,
così presto accasati nella morte, così giusti,
così diversi dalla loro fama. Solo tu torni
indietro, mi sfiori, ti aggiri, vuoi
cozzare in qualcosa che risuoni di te
e ti riveli. Oh, non prendermi quel che
lentamente imparo. Io ho ragione; sei in errore
se hai - commossa - nostalgia di
cose . Noi trasformiamo queste;
non sono qui, le riflettiamo in noi,
dal nostro essere appena le riconosciamo.
Ti credevo assai più avanti. Mi sconcerta
che erri e ritorni proprio tu, tu che più
di ogni altra donna hai trasformato.
Che ci spaventassimo quando moristi, ché
la tua forte morte c'interrompesse oscuramente
strappando via il prima dal poi -
ciò riguarda noi; trovare un nesso in ciò
sarà lavoro che facciamo sempre.
Ma che ti spaventassi tu e ancora adesso
abbia spavento quando spavento più non vale;
che perda un pezzo della tua eternità
ed entri dentro qui, amica mia,
dove nulla ancora è; che distratta,
per la prima volta distratta nel gran tutto e mezza persa,
non afferrassi il sorgere delle nature infinite
come afferravi qui ciascuna cosa;
che dall'orbita che già ti aveva accolto
la muta gravità di una qualche inquietudine
ti attragga giù verso il tempo contato -
questo mi desta spesso a notte come un ladro che effrange.
E potessi io dire che sol ti degni,
che vieni per generosità, per esuberanza,
in quanto sei così sicura, così in te stessa,
che gironzoli come un fanciullo impavido
di luoghi dove si fa del male -
ma no: tu implori. Questo mi va fin
dentro le ossa e stride come una sega.
Un rimprovero che muovesse da fantasma,
muovessi rancorosa a me quando di notte mi ritiro
nei miei polmoni, nelle mie budella,
nell'ultima più angusta cavità del cuore -
un tale rimprovero non sarebbe crudele
come questo implorare. Cosa implori ?
Di', devo mettermi in viaggio? Hai abbandonato
in qualche posto una cosa che si affligge
e che ti vuol seguire? Devo raggiungere un paese
che non vedesti benché ti fosse affine
quanto l'altra metà dei tuoi  sensi?
Navigherò i suoi fiumi, scenderò
a terra e chiederò di costumanze antiche,
parlerò con le donne all'uscio
e le starò a guardare mentre chiamano i figli.
Terrò a mente come si avvolgono lì
del paesaggio fuori nell'antico lavoro
dei pascoli e dei campi; pretenderò
d'esser condotto dinnanzi al loro re
e indurrò i sacerdoti con la corruzione
a pormi innanzi al simulacro più potente
e ad andar via chiudendo le porte del tempio.
Ma allora, quando avrò saputo molto,
contemplerò semplicemente gli animali, che
un che delle movenze loro scivoli di qua
nelle mie giunture; avrò un'esistenza breve
nelle loro pupille che mi terranno
e lentamente lasceranno - placide - senza giudicare.
Mi farò elencare dai giardinieri
molti fiori, così che nei frantumi
dei bei nomi propri, riporti
un resto qui di quei cento profumi.
E frutti comprerò, frutti dove la terra
si ritrova ancora, fino al cielo.


       Rainer Maria  Rilke



REQUIEM PER UN'AMICA 2




Ché la capivi, tu, la pienezza dei frutti.
Li posavi su piatti innanzi a te
e controbilanciavi con colori il loro peso.
E come frutti vedevi anche le donne
e così vedevi i bimbi, dall'interno
spinti nelle forme del loro esistere.
E vedevi te stessa, infine, come un frutto,
ti cavavi fuori dai tuoi vestiti, ti portavi
allo specchio, ti lasciavi andare dentro fino al tuo
sguardo escluso; e questo rimaneva grande innanzi
e non diceva no: " son io"  " ma questo è ".
Così, privo di curiosità, era infine il tuo sguardo
e così senza possesso, di così vera povertà,
che non desiderava più nemmeno te : santo.
Così voglio serbarti : come t'introducevi
nello specchio, profondamente dentro
e via da tutto. Perché vieni diversa?
Perché ti smentisci? Perché vuoi darmi
ad intendere che in quelle perle d'ambra
attorno al collo tuo restava un po' della gravezza
di quel peso che non è mai nell'aldilà
d'immagini pacificate; perché mi mostri
nel tuo contegno un cattivo presagio;
cosa ti muove a esporre i contorni
del tuo corpo come le linee di una mano
così che io non possa più vederli senza fato?
Vieni qui al lume della candela . Non ho paura
di contemplare i morti. Se vengono,
hanno diritto a soffermarsi
nei nostri occhi quanto le altre cose.
Vieni qui: staremo un poco in quiete.
Osserva questa rosa sul mio scrittoio:
la luce attorno a lei non è precisamente timida
come sopra te ? Nemmeno lei potrebbe essere qui.
Nel giardino là fuori, non mischiata con me
avrebbe dovuto rimanere o svanire -
be', resiste così : cosa conta per lei la mia coscienza?


     Rainer Maria  Rilke



REQUIEM PER UN'AMICA 3



Non spaventarti se adesso comprendo, ah
ecco che sale in me: non posso altrimenti,
devo comprendere anche a costo di morirne.
Comprendere che sei qui. Comprendo.
Proprio come a tentoni un cieco comprende una cosa,
io sento la tua sorte e non so darle nome.
Lamentiamo insieme che uno ti abbia
presa dal tuo specchio. Puoi ancora piangere?
Non puoi. L'afflusso potente delle tue lacrime
l'hai trasformato nel tuo maturo contemplare,
e stavi per convertire così
ogni tuo umore in una forte esistenza
che cresce e circola, in equilibrio e alla cieca.
Allora ti strappò un caso, il tuo ultimo caso
ti strappò indietro dal tuo progresso estremo
giù in un mondo dove gli umori vogliono.
Non ti strappò interamente : strappò solo un pezzo
dapprima, ma allorché attorno a quel pezzo la realtà
aumentò di giorno in giorno sino a renderlo pesante,
tu avesti bisogno di te intera: allora reagisti
e ti staccasti a frammenti dalla legge
con fatica: perché avevi bisogno di te. Allora
ti sgombrasti e dissotterrasti dal caldo humus notturno
del tuo cuore i semi ancora verdi
da cui sarebbe germogliata la tua morte: la tua,
la tua propria morte, corrispondente alla tua propria vita.
E li mangiasti, i chicchi della morte tua,
come tutti gli altri, mangiasti i suoi chicchi
e ti restò un sapore di dolcezza
che non supponevi, ti vennero labbra dolci -
tu, ch'eri dolce già oltre nei sensi.
Oh, lamentiamo. Sai come il tuo sangue
tornò esitante e controvoglia da una circolazione
senza pari allorché lo richiamasti?
Come cominciò confuso il piccolo circolo
del corpo, come entrò pieno di sospetto
e di stupore nella placenta
e fu improvvisamente stanco di quel lungo ritorno?
Tu lo spronasti, lo spingesti avanti,
lo tirasti a strattoni al focolare
come si tira un branco di animali al sacrificio;
e in più volevi che ne fosse lieto.
E ci riuscisti infine: fu lieto
e accorse e si concesse. A te sembrò,
poiché eri abituata ad altre proporzioni,
che sarebbe stato soltanto per un poco; ma
ora eri nel tempo, e il tempo è lungo.
E il tempo passa,e il tempo aumenta,e il tempo
è come una recidiva di una lunga malattia.
Quanto fu breve la tua vita se la compari
a quelle ore in cui sedevi e
tacendo piegavi le tante forze del tuo
tanto futuro verso quel nuovo germe di bambino
che di nuovo era destino. Oh lavoro penoso!
Oh lavoro oltre ogni forza! Lo svolgevi
giorno per giorno, ti trascinavi ad esso
e traevi la bella trama dal telaio
e impiegavi tutti i tuoi fili ad altro scopo.
E alla fine ti restò il coraggio di festeggiare.
Perché una volta a capo, volesti una ricompensa,
come i fanciulli quando hanno bevuto
l'infuso dolceamaro che forse ristabilisce.
Così ti premiasti  - ché da ogni altro
eri troppo lontana, e ancora adesso; nessuno
avrebbe potuto immaginare quale premio ti andasse bene.
Tu lo sapevi: sedevi ritta nel letto del parto
e innanzi a te stava uno specchio che ti restituiva
interamente tutto. Ora, questo " tutto" eri tu
e interamente innanzi, e dentro lì era solo inganno,
il bell'inganno di ogni donna cui piace
mettersi gioielli e pettinarsi e rifarsi i capelli.
Così moristi come un tempo morivano le donne,
moristi all'antica nella casa calda,
la morte delle puerpere che vogliono
rinchiudersi e non lo possono più,
poiché quel buio che anche dettero alla luce
ritorna ancora e preme ed entra.


           Rainer Maria  Rilke





REQUIEM PER UN'AMICA 4



Oh non si sarebbe  tuttavia dovuto trovare
delle prefiche? Femmine che piangono
per denaro e che si possono pagare
perché urlino la notte, quando si fa silenzio.
Usanze, si! - non abbiamo abbastanza
usanze. Tutto va e finisce in chiacchiera.
Così devi venire qui tu, morta , e qui con me
recuperare lamenti antichi. Odi che sto lamentando?
Vorrei gettare la mia voce come
un panno sui cocci della morte tua
e tirarla con violenza finchè va in brandelli,
e tutto quanto dico dovrebbe così
andare e congelare avvolto negli stracci di questa voce -
si restasse al lamento. Ma adesso accuso :
non quell'uno che ti ritrasse da te
( non arrivo a distinguerlo, è come tutti ),
ma tutti accuso nella sua persona : il maschio.
Se in qualche parte affiora dal profondo
un tratto di me bambino che ancora non conosco,
forse il tratto più essenziale e puro della mia infanzia -
non voglio saperlo. Un angelo voglio
farne senza neanche guardare,
e lo voglio  lanciare nelle prima fila
di angeli clamanti che ricordano Dio.
Ché questo soffrire dura già da troppo,
e nessuno ne è capace: è troppo gravoso per noi,
il soffrire arruffato del falso amore che,
poggiando su prescrizione come su abitudine,
dice di essere un diritto e prolifera dal torto.
Dov'è un maschio che ha diritto al possesso?
Chi può possedere ciò che non tiene se stesso,
ciò che di tempo in tempo solo si prende felicemente
al volo e si ributta lì come un bimbo la palla?
Quanto poco l'ammiraglio può fissare
una nike alla prua della nave
quando la levità segreta del suo nume
la leva via di colpo nel chiaro vento marino,
altrettanto poco può uno di noi chiamare
la donna che non ci scorge più e
prosegue su una striscia sottile della sua
esistenza come per un miracolo, senza infortuni -
a meno che non si abbia vocazione e gusto della colpa.
Ché questo è colpa, se c'è una qualche colpa:
non arricchire la libertà della persona amata
di tutta la libertà che uno procura in sé.
Non abbiamo, quando amiamo, appunto solo questo:
lasciar l'un l'altro a sé; ché il tenerci
ci risulta facile e non è neanche da imparare.


            Rainer  Maria  Rilke




REQUIEM PER UN'AMICA 5



Ci sei ancora ? In che angolo sei?
Hai saputo così tanto di tutto ciò
e così tanto hai potuto, allorché te ne andasti
aperta a tutto come un giorno che spunta.
Le donne soffrono: amare significa essere soli,
e gli artisti intuiscono talvolta nel lavoro
che devono trasformare quando amano.
Cominciasti entrambi; entrambi sono in ciò
che una gloria ora ti toglie sfigurandolo.
Ah, com' eri lungi da ogni gloria! Eri
inappariscente : avevi sommessamente raccolto in te
la tua bellezza, come si tira dentro
una bandiera al grigio mattino di un giorno feriale,
e volevi null'altro che un lungo  lavoro -
che non è compiuto, tuttora non compiuto.
Se ci sei ancora, se in questo buio
c'è  ancora un posto dove il tuo spirito
delicato vibri alle piatte ombre sonore,
che una voce, solitaria nella notte,
suscita nella corrente di un'altra stanza -
allora ascoltami : aiutami. Vedi, noi scivoliamo così,
senza sapere quando, dal nostro progresso giù
in qualcosa che non supponiamo; lì dentro
c' impigliamo come in sogno
e lì dentro moriamo senza destarci.
Nessuno è più avanti. A chiunque ha sollevato
il proprio sangue in un'opera che diviene lunga,
può capitare di non tenerlo alto
e ch'esso segua il peso suo senza valore.
Da qualche parte infatti c'è un'antica ostilità
tra la vita e il gran lavoro.
A che la riconosca e dica: aiutami.
Non tornare. Se lo sopporti, sii
morta tra i morti. I morti hanno molto da fare.
Ma aiutami lo stesso senza dover distrarti,
come mi aiuta a volte quello che m'è più lontano : in me.


        Rainer Maria  Rilke   Parigi, 31 Ottobre 1908



Bach - Schmucke dich o liebe Seele

 
 


     Svegliati, il tuo Salvatore bussa: apri subito la porta del cuore...

mercoledì 28 dicembre 2016

IL GRANDE SILENZIO



(...) Vorrei avviarmi a concludere questo mio cammino lungo i
       sentieri luminosi e oscuri del silenzio, di questa essenziale  
       dimensione della vita che continua ad essere dimenticata,
       con un'immagine che rinasce dal pensiero poetante di Simone
       Weil : " Ogni essere grida in silenzio per essere letto
       altrimenti: non dobbiamo  essere sordi a queste grida ". Nel
       silenzio è possibile parlare e , anzi, gridare, ma è così difficile
       ascoltare queste voci se in noi dilaga il deserto delle emozioni.
       Questo gridare nel silenzio testimonia delle molte, invisibili
       ferite che fanno parte della vita e che non riusciamo né a
       conoscere né a curare: oscurate dai silenzi dell'anima che
       inaridiscono ogni intuizione e ogni speranza.
       Si grida,e si muore nel silenzio - certo - ma si vive nel silenzio
       e del silenzio: come avviene nella Grande Chartreuse, in
       questo monastero certosino nell' Alta Savoia francese, fondato
       da San Bruno circa mille anni fa e che il film di Groning ci fa
       conoscere nella vita quotidiana di preghiera e di lavoro dei
       monaci. Il silenzio della parola è continuo, ma non è mai
       svuotato di senso e di speranza. Il film è un invito a bruciare
       in noi i vascelli delle nostre quotidiane esperienze, e anche
       delle nostre quotidiane preoccupazioni e ad immergerci nei
       modi di essere e nei modi di vivere dei monaci: nel loro
       dialogo silenzioso con la loro interiorità, e di  quello con il
       Dio vivente che fa parte non solo della loro fede, ma 
       che impregna di sé tutta la loro vita. (...)


         Eugenio Borgna   da   Le emozioni ferite
      

Il grande Silenzio - Philip Groning

 
 
 


Il silenzio di cui si parla o si scrive ( è un tema caro ai poeti ) è facile, e in fondo anche piacevole: ci dà l'illusione di aver capito e di essere partecipi alla negazione di un'esposizione di sè diffusa a livello planetario e di una vocazione alla povertà interiore.Ma  è l'esperienza del silenzio - quello duro - privo di voci e talvolta anche di suoni, che è difficile da sopportare. Ed è anche la sola via capace di portarci dentro noi stessi, negli abissi della nostra anima e in intimo colloquio con Dio...

          
           frida

LA GIOIA CHE SE NE FUGGE...



(...) La gioia è un'emozione così impalpabile e così fuggitiva che   
       non è facile trattenerla e talora non è nemmeno possibile
       contemplarla: si allontana da noi con ineffabile leggerezza e,
       quando la tristezza scende come aquila ferita in noi, la gioia
       si frantuma e si incenerisce. Come ha scritto una volta
       Nietzsche, col suo linguaggio temerario e folgorante :
      " Quando gli uomini dalla profonda tristezza sono felici, si
       tradiscono : hanno un modo di afferrare la gioia come se
       volessero schiacciarla e soffocarla per gelosia - ah, sanno fin
       troppo bene che da loro se ne fugge! ".
       Non solo negli uomini dalla profonda tristezza, ma anche 
       negli uomini  nei quali la tristezza è una  Stimmung ( stato
       d'animo ) fragile ed eterea, nebulosa e immateriale, la gioia
       non ha il tempo di nascere : lacerata da un taedium vitae che
       dilaga nell'anima, facendola quasi sanguinare. Non saprei 
       indicare su questo tema parole più belle e misteriose di quelle
       che ha scritto - con stremate incrinature elegiache - Sigmund
       Freud:
     " Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di
        un poeta già famoso nonostante la sua giovane età ( Rainer
        Maria Rilke n.d.r. ), feci una passeggiata in una contrada
        estiva piena di fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della
        natura intorno a noi, ma non ne traeva gioia. Lo turbava il
        pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire e che,
        col sopraggiungere dell'inverno, sarebbe scomparsa, come
        del  resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e
        nobile gli uomini hanno creato o potranno creare.
        Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato, gli
        sembrava svilito dalla caducità cui era destinato".
        Cosa nasce da questa dolorosa esperienza della vita: da
        questo taedium vitae dilagante e inarrestabile?
      " Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è
         bello e perfetto, sappiamo che possono derivare due diversi
         moti dell'animo : l'uno porta al doloroso tedio universale 
         del giovane poeta, l'altro alla rivolta contro il presunto 
         dato di fatto. No! è impossibile che tutte queste meraviglie
         della natura e dell'arte, che le delizie della nostra 
         sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire
         nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo 
         nefando. In un modo o nell'altro devono riuscire a 
         perdurare, sottraendosi ad ogni forza distruttrice ".
         Se il destino ci fa essere come il giovane poeta, così
         disperatamente sensibili alla precarietà e alla finitudine 
         delle cose, alla loro evanescenza e alla loro inconsistenza,
         allora la grazia della gioia fatica a rinascere in noi . (...)


                   Eugenio Borgna    da   Le emozioni ferite

Yruma - The day after

 
 


                                     Il poeta ammirava la bellezza della natura...

martedì 27 dicembre 2016

PASSIONE SECONDO...ME




In tagli d'anima legasti la mano
che soffrì i chiodi del mio starti accanto.
E adesso che ricucio lembo a lembo
gli squarci non sanati del distacco,
mi trema tutto il senso dell'amore
nel mio lancinante volerti.



      frida






Melody Gardot - If i tell you i love you

 
 
 



                                    Ci sono così tante cose che potrei dire...

TI PARLO DI ME - Lettere di Ernest Hemingway



(...)Le lettere, per Hemingway, sono un mero strumento: per
      comunicare con amici, donne, editori. E per essere intrattenuto.
      In tutto il corpus di lettere sopravvissuto alle sei- settemila che
      egli scrisse nella sua vita attraverso mezzo secolo, il tema
      comune è : " Mi annoio, raccontami qualcosa di interessante",
      meglio se pettegolezzi su comuni amici. Le lettere sono scritte
      in modo a volte sciatto anche nella forma - gli errori di spelling
      che non si curava di correggere - e non stupisce che nel 1958,
      tre anni prima della morte, avesse scritto nel testamento che 
      non voleva che il suo epistolario venisse pubblicato.
      Le lettere sono per Hemingway, uomo di straordinario 
      pragmatismo al di là dell'immagine romantica di scrittore -
      esploratore- guerriero, uno strumento, non un modo per 
      mettere in vetrina le sue idee, la sua scrittura, il suo
      straordinario senso di osservazione. E' alle lettere che affida
      giudizi quasi sempre sprezzanti, spesso grevi, a volte razzisti
     ( era un uomo del suo tempo con i pregiudizi del suo tempo
      contro ebrei, irlandesi, gay ), lettere spesso costellate di
      scudisciate verbali verso gli scrittori suoi contemporanei.
      Sono lettere che colpiscono anche per le preoccupazioni da
      ipocondriaco, visto che Hemingway amava correre rischi di
      ogni genere, ed ebbe incidenti di vario tipo, da quelli d'auto
      a quelli d'aereo ( due dei quali, in Africa, nel 1954, rovinarono
      per sempre la sua salute mentale : convalescente, non potè
      ritirare di persona il Nobel per la Letteratura ).
      Le lettere di Hemingway alle donne della sua vita sono un
      capitola a parte dell'epistolario, perché il suo rapporto con le
      donne è un capitola a parte della sua vita.
      Si susseguirono quattro mogli attraverso quattro decenni : tre
      su quattro promosse dal ruolo di amante a quello di moglie
      successiva ( era il rigido codice etico hemingwayano ); tre su
      quattro lasciate dallo scrittore ( mentre l'unica che lo lasciò
      fu anche l'unica a non parlare di lui dopo il divorzio : non
      voleva far parte del club delle ex mogli ). Quattro vite legate da
      una serie di coincidenze che farebbero la gioia di un autore di
      romanzi rosa o di un analista freudiano: tre mogli su quattro
      di uno dei viaggiatori più famosi del Novecento venivano dalla
      stessa città, St. Louis e due di loro erano anche andate alla
      stessa scuola.
      E se a Mary ( la quarta moglie ) toccano le lettere più belle da
      leggere, e a Pauline ( terza moglie ) quelle più drammatiche,
      quelle di Hadley, la prima moglie, restano le più commoventi.
      Specialmente alla luce di quello che Hemingway da vecchio
      scriveva in  Festa Mobile, il libro che non riuscì a veder
     pubblicato, distrutto com'era dagli elettroshck della Mayo
     Clinic, da tanti anni di malinconia e dalla sua vita esagerata :
     sognava di tornare al suo mondo da idillio del suo primo
     matrimonio. " Mia moglie, mio figlio e il suo gatto, F, Puss,
     tutti felici, con il fuoco nel camino ". Anche se, ricordando che
    " A Parigi non c'è mai fine " e che i ricordi di ognuno sono
     diversi da quelli degli altri " non c'era nulla di semplice là,
     neanche la povertà, né la ricchezza improvvisa, né il chiaro di
     luna, o il giusto e lo sbagliato o il respiro di qualcuno che
     riposa accanto a te ".  (...) 


  Matteo Persivale   Introduzione a  Ti Parlo di me ( Lettere di Hemingway ) liberamente rielaborata da frida.
     

                            

TI PARLO DI ME - Lettera di Hemingway



A Mary Welsh
Hemmeres, Germania , 13 settembre 1944


Mia carissima piccola amica,
ieri siamo entrati in un territorio indiano dopo un bellissimo giorno selvaggio tutto inseguimenti e sparatorie e ci siamo messi giù tranquillamente in una cascina deserta dove abbiamo trascorso la notte. E' stata una notte paurosa dato che  eravamo ben avanti rispetto agli altri, ma abbiamo mangiato dei polli che avevamo ammazzato con le pistole e abbiamo offerto un pranzo a Col e a un
comandante di battaglione e abbiamo bevuto tutto e abbiamo festeggiato. E' stata una bella giornata e abbiamo seguito i carri
armati verso i boschi e finalmente li abbiamo visti correre. E abbiamo visto l'artiglieria beccarli quando hanno dovuto rimettersi per strada. Questa campagna è tutto un susseguirsi di colline boscose e di terreno ondulato con delle cime spoglie da cui puoi vedere tutto ciò che si muove. Ti metti lassù ed è come se tu fossi il padrone di tutto. Poi fatichi per arrivare a un'altra cima da cui sei padrone del tratto successivo. A volte c'è una foresta fitta come a casa o in Canada e sembra strano essere uccisi dato che pare di
essere nell'alto Michigan e allora ti senti molto fiducioso come a casa tua.
La gente è stata mandata tutta via quando siamo entrati, ma è andato John a metterne insieme un po' perché pulissero e cucinassero e un uomo anche per mungere le vacche perché non
gli facesse male e io ho badato al gatto e al cane, bello, simpatico
e intelligente e talmente confuso , che è tristissimo perché tutti se ne sono andati e non c'è più il solito tran-tran a cui era abituato.
Poi ce ne andremo anche noi e immagino che la gente tornerà e il posto sarà bello e pulito e i cani non hanno né cittadinanza né nazionalità.
Ti ho amato la notte mentre ero sveglio e la mattina presto quando ancora non mi ero del tutto svegliato e ti ho ricordato e ho ricordato quanto bella eri e quanto abbiamo scherzato e ci siamo
divertiti insieme. Cetriolino, sento molto la tua mancanza. Ti amo
come ben sai. Abbiamo parecchi piccoli problemi qui e alcuni anche grossi ma spero di essere con te tra alcuni giorni. Mi
riscriverai quando ricevi questa?
Questa non è granchè come lettera, ma volevo scriverti. Non so se hai ricevuto le altre lettere, né se sei ancora a Parigi.
Mary mia carissima, mi dispiace di essere così noioso. Ti scrivo le lettere come mio figlio Gigi: tutte piccole frasi dirette come ti amo.


                   E. Hemingway, Corrispondente di Guerra


                           Ernest Hemingway  da    Ti parlo di me

TI PARLO DI ME - Lettera di Heminwgay 2



A Mary Welsh
La Finca Vigia, 28 Settembre 1945


Carissima Gattina Cetriolina,
oggi esco in barca così ti scrivo la mattina presto per essere sicuro di poterti spedire qualcosa. E' una bellissima giornata fresca ma sembra che verrà molto brisa . Buck vuole andare a Rincon per
cercare di acchiappare qualche pesce piccolo. Spero che non venga burrasca troppo in fretta. Comunque sarà un'escursione e c'è sempre la possibilità di prendere dei pesci grossi. Ha piovuto forte: una doccia di medie proporzioni ieri pomeriggio e sono ansioso di vedere quanta acqua abbia prodotto. Sono stato giù alla
piscina e si può vedere l'erba che viene su sul sentiero. Non ho visto il signore e la signora Pesce né i piccoli sebbene l'acqua fosse
molto trasparente. In effetti è trasparentissima e se non ci fosse il
fondo bruno sarebbe fenomenale. Adesso ti terrò compagnia nuotando, dato che mi piace di nuovo ed è un buon esercizio e facilissimo una volta che ci si mette. Mi spiace di essere stato testardo prima.
Quanto all'avere bambini, dipende da come la gente se li prende.
Io ho continuato a scrivere Farewell mentre Mousie  arrivava e nasceva e poi sono andato a ovest a finirlo e Pauline è andata dai
suoi direttamente dall'ospedale e mi ha raggiunto a ovest quando il baby fu in grado di viaggiare. Se la gente comincia a ruotare la propria vita intorno ai bambini, tutti finiscono sputtanati, compresi i bambini. Con un bambino la cosa importante è di prendersi una buona bambinaia e fare in modo che non sia mai viziato. Molte volte si finisce col sembrare antipatici e senza cuore, ma bisogna farlo. Sono passati tredici anni da quando è nato Giggy e ventuno da quando è nato Bum , ma non credo che i problemi base siano cambiati granchè. Spero che questo non sia un sacrilegio, ma un bambino è spesso la cosa più noiosa che ci passa essere: i primi mesi preferisco starmene alla larga il più possibile. Come se dovesse mai accadere, tu non credere che io non ami e non apprezzi il nostro bambino. Dopo che Giggy nacque me ne andai in Africa il luglio seguente e non tornai che l'anno successivo in maggio o giugno. Intorno ad Aprile ( dieci mesi ) Pauline ( una ex moglie ) disse : " Credo che dovresti vedere il mio bambino".
Io a loro gli voglio bene, ma ho imparato, dopo avermi dovuto prendere ogni sorta di Bumby, che se assumi una qualsiasi persona
brava, questa riesce a stargli dietro molto meno di quanto faccio io
e poi si toglie la fatica dai rapporti marito e moglie altrimenti quelli finiscono col dividersi e non c'è nessuno scopo a lasciare che il bambino ti faccia impazzire. Lo dico adesso in modo che poi tu non creda  che io voglia fare il cattivo. Poi nessuno ci dedica il tempo che ci dedico io quando sono pronti. Forse la gente ai bambini vuole bene più di me, ma io ai miei gliene voglio parecchio e vorrò bene al giovane Tom o Brigit altrettanto.
Debbo smetterla, Cetriolina, altrimenti non partiamo più. Perdonami la lettera frettolosa. non vedo l'ora di tornare a casa e di leggere le tue di nuovo. Ciao, benedettissima Cetriolina.
Ce ne partiamo verso la tempesta

                                       Ti voglio bene


                       Ernest  Hemingway  da    Ti parlo di me

Midnigt in Paris - Woody Allen

 
 


                             Opinioni di Hemingway sul romanzo e sugli scrittori

lunedì 26 dicembre 2016

NATALE A REGALPETRA



Natale è passato, e non per tutti è stato gioioso e ricco. Non tutti
sono andati in montagna a sciare o hanno consumato lauti banchetti in famiglia o nelle località di vacanza. A Regalpetra ( nome fittizio di un piccolo paese siciliano ) qualche anno fa le cose andavano come ce le descrive questo grande autore siciliano. Ma da allora non vi sono stati grandi mutamenti.




(...)- Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.
        Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una
        corsa. I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche
        di geloni. L'aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo,
        tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
        Come al solito, in una pagina di diario, i ragazzi mi
        raccontano come hanno passato il giorno di Natale.
        Tutti hanno giocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti- vitti
       ( ti ho visto, un gioco che non consente la minima distrazione);
        sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il
        cappone e sono andati al cinematografo.
        Qualcuno afferma di aver studiato dall'alba, dopo la messa,
        fino a mezzogiorno : ma è una menzogna evidente.
        In complesso tutti hanno fatto le stesse cose, ma qualcuno le
        racconta con aria di antica cronaca : " La notte di Natale
        l'ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena
        di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".
        Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza,
        amarissime cose :" Nel giorno di Natale ho giocato alle carte
        e ho vinto quattrocento lire, e con questo denaro prima di
        tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano
        sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per
        non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei
        caramelle e gazosa."
        Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre
        pagandogli il biglietto del cinema...
        Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l'avrei voluto
        diverso, più spensierato...
      " La mattina del Santo Natale- scrive un altro - mia madre mi
        ha fatto trovare l'acqua calda per lavarmi tutto".
        La giornata di festa non gli ha portato nient'altro di così 
        bello. Dopo che si è lavato, e asciugato e vestito, è uscito con
        suo padre per " fare la spesa ". Poi ha mangiato il riso col
        brodo e il cappone.
       " E così ho passato il Santo Natale ".  (...) 


       Leonardo  Sciascia  da     Le parrocchie a Regalpetra1956
       

Chiara Strada - Inverno

 
 


                                   Già più di mille fiocchi d'argento volano al vento...

domenica 25 dicembre 2016

NATALE



Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade.

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle.

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono.

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.


   
    Giuseppe  Ungaretti,     Napoli  1916

Beethoven, Piano concerto N.5 ( Adagio )

 
 
 


                                                         Pace.... Pace....

sabato 24 dicembre 2016

Sting - If on a Winter's Night

 
 
 
Una rosa immacolata fiorisce..... 


(...)  Questo canto natalizio, composto nel 1582, è una
        rielaborazione  protestante di una laude mariana,
        risalente ad un tempo in cui parte del pensiero cristiano
        andò a rivalutare la figura femminile ( quantomeno la
        sua versione mistica ) sulla scia del culto della donna
        dilagato nelle corti feudali . (...)



                     Sereno  Natale  a tutti !


                        frida

              

UN' ALTRA SPONDA



(...) Questo è il messaggio dell' Altissimo : " Quando il gufo
       striderà e il suo lamento funebre e le ali della morte
       volteggeranno sul tuo capo per disperdere i tuoi giorni in
       un placido tramonto, vano è fuggire. Lascia serenamente
       che la tua barca sciolga la vela per approdare all'altra
       sponda, ove sorge un'altra aurora ! "
       Finisce così, nelle varie dimensioni che ha subito nella sua
       trasmissione, la celebre novella araba dell'uomo che volle
       fuggire la morte e che decise di migrare nella remota
       Samarcanda. In città - però - incontrerà l'angelo della morte
       che lo aveva atteso proprio là, dimostrandogli in tal modo
       l'impossibilità assoluta di sottrarsi al decreto estremo e
       supremo della morte.
       Sul tema del morire è ancora l'Islam a farci balenare una
       verità che il cristianesimo aveva affermato in modo più alto
       e intenso con la Pasqua di Cristo. La barca della vita - nella
       morte - non è destinata a sfracellarsi sugli scogli, ma a
       intraprendere una nuova navigazione verso l'altra sponda.
       Il placido tramonto della nostra esistenza non è votato a una
       morte senza fine, ma a un'altra aurora, quella di "  Un giorno
       unico nel quale non ci sarà più dì e notte, ma a sera ritornerà
       a splendere la luce ", come diceva il profeta Zaccaria ( 14, 7 ).
       Ritroviamo - perciò - la forza dell'attesa e della speranza
       anche quando siamo di fronte alla tomba. Una preghiera
       mussulmana dice : " Dio mio, fa' che la tomba sia la più
       bella delle case. Concedici di morire nel desiderio di
       incontrarti. Concedici di prepararci al giorno dell'Incontro "
      (...)


                       Gianfranco  Ravasi



  Potrebbe sembrare che sia azzardato proporre questa lettura per
  la meditazione del Natale, che è un giorno di gioia collegato alla
  nascita. In realtà , nella nascita di Gesù è già presente il seme
  della sua morte , ma anche la Resurrezione che, con la Pasqua,
  dà un senso al nostro vivere terreno.
 


      

venerdì 23 dicembre 2016

giovedì 22 dicembre 2016

DA QUALCHE PARTE NEL PROFONDO ( Lettere 1897- 1926 )




(...)  Quando Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomé si
        conoscono a Monaco il 12 Maggio1897, lui è un giovane
        poeta ventiduenne, uscito pochi anni prima dalla scuola
        militare in cui aveva trascorso la sua non facile adolescenza,
        lei un'intellettuale trentaseienne con alle spalle anni di
        ricerca, viaggi, frequentazioni con figure magistrali dell'
        epoca, un matrimonio,  un'esperienza vissuta esplorando
        modalità di pensiero non necessariamente conformi alle
        convenzioni del tempo. L'incontro inaugura un rapporto d'
        amore, nel senso più vasto del termine, che durerà tutta la
        vita. Così come il carteggio costituito dalle moltissime lettere
        scritte tra il 1897 e il 1926, l'anno della morte di Rilke.
        La data del 12 maggio segna l'inizio di uno scambio reciproco
        in cui non è difficile ravvisare un legame magnetico e per certi
        aspetti perfino filiale tra poeta e musa, paziente e terapeuta,e,
        ben al di là dei ruoli, una relazione che si spinge ai confini
        del confronto esistenziale.
        Lou Salomé entra nella vita di Rilke senza temere di
        indicargli la strada verso la consapevolezza: lo osserva da
        una lontananza partecipe dai toni schietti e talvolta severi,
        intuisce nel suo smarrimento il rischio della malattia, l'
        inevitabile sofferenza, l'isolamento dal mondo, dal corpo, il
        pegno da pagare all'arte per realizzare se stessi. Tra i due si
        apre così un dialogo in cui la parola rinuncia a ogni pretesa
        di spiegare la profondità vuota e silenziosa da cui si genera
        la forma poetica per realizzarsi entro lo spazio di un'autentica
        confidenza. Un ininterrotto dialogo che cancella i ruoli
        fittizi dell'autobiografia, i personaggi della vita - romanzo
        per lasciar affiorare l'imponderabile forza e l'umana fragilità
        di due persone non comuni che -si potrebbe pensare- non
        smisero mai di guardarsi negli occhi . L'enfasi quasi febbrile
        con cui Rilke comunica per lettera la propria gratitudine a
        Lou Salomè dopo averla conosciuta di persona, si smorzerà
        a poco a poco nei toni di una confessione nutrita di angosce,
       inermità vissute, erranze, periodi di sterilità, itinerari interiori
       e geografici di cui l'epistolario rende ampia testimonianza.
       (...)


     Sabrina Mori  Carmignani    Prefazione da  Da qualche parte nel profondo